pensieri

57: Il caso?

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Spagna del Nord, Foto tratta dal web

Tratto da una storia vera

Alla mia amica LuzDivina

L’aeroporto di Madrid è pieno.

Gente che va avanti e indietro senza direzione, perché non sa dove andare.

Una mamma seduta su una panchina sfoglia Hola. Sembra molto interessata, anche se non conosce alla perfezione le vicende della figlia della Reina Sofía.

Ludivine V., una ragazza francese, aspetta il suo volo per Bilbao. Ha 28 anni e deve svolgere un periodo di lavoro in una Ong, che si trova a Logroño, nella provincia di La Rioja. Ludivine è bionda, alta, con delle scarpe rotte da un paio di giorni. Da quando è partita da Lille non ha avuto il tempo di comprarne un altro paio, perché non ha trovato un negozio economico.

L’aeroporto di Madrid è pieno.

Gente che compra nei negozi, negozi non eccessivamente pieni. Ma, ben forniti. Forniti di articoli di ultima generazione, di profumi firmati, firmati come sono firmate le catene di ristoranti che si vedono ovunque.

Un manager di Bruxelles sorseggia un caffè americano, pensando al fatto che non riesce più a fare una vita frenetica, per via dei cinque voli settimanali che prende, per via di impegni eccessivamente importanti che non riesce a gestire.

Emanuele P, un ragazzo italiano, aspetta il suo volo per Bilbao. Ha 28 anni e deve svolgere un periodo di lavoro in una Ong, che si trova a Logroño, nella provincia di La Rioja. Emanuele è alto, castano. Indossa una tuta e un paio di tennis che ha comprato su Amazon. Si trova vicino a Ludivine, pur non conoscendola.

Emanuele P. e Ludivine V. aspettano insieme il volo per Bilbao delle 16.30. Iniziano a parlare, in francese, del più e del meno. Della destinazione di lei, del viaggio di lui. Scoprono, mentre si accingono a fare la fila per l’imbarco, che lavoreranno nella stessa Ong di Logroño.

I due ragazzi, arrivati a Bilbao, prendono un autobus direzione Logroño. Sono accolti alla stazione dalla responsabile della Ong, Alba Moreno, che li accompagna nella loro casa. In Calle Jorge Vigón, 10.

Dopo un mese, Emanuele P. e Ludivine V. hanno scoperto di essere nati lo stesso giorno, dello stesso anno. Anche se a migliaia di chilometri di distanza.

Dopo sette mesi, Emanuele P. e Ludivine V. si sono salutati all’aeroporto di Bilbao. Non si sono detti addio, ma arrivederci. Si sono abbracciati e hanno versato una lacrima. Una sola.

Hanno capito che il caso li ha fatti incontrare e l’amicizia fraterna li farà riunire. A breve!

Buon fine settimana,

Em@

 

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pensieri

56: Matrimonio Silenzioso

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Silencio, por favor, Aprile 2016

 

 

Silvia ed Enrico sono sposati da cinque anni. Anni di silenzi, anni di ricordi vissuti. Ricordi passati.

Tra di loro, mai un ti voglio bene, un come stai bene. A volte, gesti di consenso quando parenti si intrufolano nella loro ampia casa. Ampia, ma vuota. Vuota e sterile.

Tra di loro, frasi di circostanza, un buongiorno di circostanza per placare l’aggressività evidente di entrambi.
Mai una coccola, mai una carezza.

Enrico e Silvia vivono con l’orologio al polso. Che scandisce i tempi della cena, della nanna, della levataccia mattutina di lui, della spesa di lei, del pranzo in solitudine di lei, dell’attesa di lei che aspetta lui, guardando le lancette. Che vanno a una velocità ridotta, mentre Silvia continua a guardarle. Con insistenza.

Il loro è un matrimonio combinato. Cose di altri tempi. Realtà che esistono ancora. Lei, appena sedicenne è uscita di casa. Ha provato a scappare, ma l’hanno subito ritrovata.
Lui, ventenne di ricca famiglia contadina. Brutto, buono e fuori forma.

Il loro è stato un matrimonio combinato, con tanto di ricevimento e festa di paese. Con tanto di ballerini di danza classica, che in fila e sulle punte, accoglievano l’entrata di lei in chiesa.

Il loro è un matrimonio silenzioso. Che circoscrive sentimenti in due interiorità fortemente sgretolate.

Un matrimonio silenzioso che sa di nero, di buio, di notte senza stelle. Che sa di uomo che sceglie di buttarsi dal quinto piano di un palazzo quasi nuovo, perché non riesce a pagare i debiti. E non sa come fare.

Un beso, 

Em@

 

Senza categoria

55: Un’altra Lei

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Un’altra Lei, Beebeep74

 

Questa storia nasce da una collaborazione tra me e beebeep74 (iStanti evanescenti). Beep mia ha gentilmente donato una sua foto. E il sottoscritto ha preso spunto dall’immagine per creare una storia. 

 

A beebeep74, che mi ha regalato una sua foto

Imma questa domenica è uscita. Si è preparata per bene. Trucco quasi perfetto, golfino di cotone in tinta con una gonna marrone anonima. Si è messa il girocollo di pelle della mamma e un cappottino non eccessivamente pesante. Ed è uscita. Destinazione pasticceria.

Da quando il marito è venuto a mancare e lei è rimasta sola, perché non ha nemmeno i figli, esce poco. Pochissimo.

Legge molto perché è stata insegnante di lettere al Liceo Gianbattista Vico di Chieti e telefona qualche volta alla sua amica ottantenne, Anna Gasbarri, maestra di campagna.

Questa mattina, Imma voleva una pasta con la crema. É golosa, ma da quando ha il diabete non può permettersi nessuna trasgressione.

Questa domenica, Imma è uscita perché voleva cambiare aria. Libera per un attimo di non pensare alla sua vecchiaia. Alla vita che volge al termine e che oramai la soffoca.

Durante il tragitto, verso la pasticceria, Imma ripensa alla sua infanzia. Giovinezza. Ripensa al suo amore e al fatto di non aver avuto figli. Ora sarebbe diverso, ora sarebbe forse più semplice.
Ripensa a sua mamma, che le ha donato tanto amore, forse non ricambiato. Forse espresso male da parte sua.

Arrivata in pasticceria, Imma ordina una pasta. Un bombolone alla crema. Si gira intorno per vedere se qualcuno la osserva, la guarda.  Ma, nessuno la conosce. E poi, sola, non deve rendere conto a nessuno.

Torna verso casa per assaporare il bombolone, incartato in una busta bianca. Bianca busta che trasuda olio.
Anche in quel momento, pensa a ciò che era. Ripensa alla voglia di essere un’altra. Libera. Libera di ballare sotto la pioggia. Di andare. Di sperimentare.

Ma, ora non può essere un’altra.

Arrivata a casa, Imma apre la porta. Si toglie il cappotto non pesante, si siede sulla poltrona vicino ai suoi amati libri. Apre la busta unta, prende il bombolone, se lo mangia, lo gusta.

E ripensa a quello che sarebbe stato, se fosse stata diversa. Un’altra. Un’altra Lei.

Buona serata, 

Em@

libri

54: Il rumore delle cose che iniziano

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Ho appena finito di leggere “Il rumore delle cose che iniziano”, di Evita Greco, edito da Rizzoli, prezzo 18 euro.

E’ un libro che ho amato sin da subito, perché è un romanzo in cui la psicologia dei personaggi acquista una posizione di rilievo, un romanzo in cui si mette a nudo l’uomo, la sua solitudine nel mondo e il fatto di vedere molte volte dall’esterno le cose che passano.

– Le tre parole che ho scelto per analizzarlo sono:

Nipote/nonna: Ada e Teresa, i personaggi principali, sono rispettivamente nipote e nonna. Viene narrato il loro rapporto simbiotico e i momenti di malattia della nonna. Ada l’accudisce con tutta se stessa perché é l’unica persona che le ha dato tanto, l’unica persona che le resta in un mondo dove non ha nessuno.

Solitudine: Ada, dopo che la nonna muore, resta sola. Sola in un mondo malinconico, dove il passato è l’unico appiglio. Deve farsi forza e iniziare a dare un valore al rumore delle cose che iniziano. Perché solo in questa maniera la vita potrebbe avere senso.

Tresca amorosa: Nella storia è presente una tresca amorosa, tra Ada, Matteo e un personaggio che la protagonista conosce bene. Questi misfatti si delineano quasi alla fine del libro, dando ritmo alla narrazione.

Spiegazione del Titolo: Il rumore delle cose che iniziano

È un titolo fantastico perché ci fa comprendere che è bello sentire il rumore delle cose che iniziano.  Quando iniziamo qualcosa, i rumori cambiano. Così come cambiano i percorsi e le prospettive.
È proprio il rumore delle cose che iniziano che ci dà libertà. Libertà di percepire e sentire il nuovo come qualcosa di vitale. Non ordinario, estremamente diverso. Ma, piacevole.

Stile: Uso consapevole della lingua italiana. Scrittura moderna. Fresca. Narrazione che trasporta e ci porta a capire in profondità il ruolo dell’uomo nel mondo.

Nota negativa: un nome scritto male. Più attenzione nella revisione del libro. Può capitare, ma non deve succedere. Secondo me. Visto che la casa editrice è Rizzoli.

Colonna sonora che rappresenta la mia visione del libro:

Voto: 8 e mezzo

Buona serata,

Em@

pensieri

53: Non sono solo colori

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Seduto davanti a un computer, posto su una scrivania di legno, situata in un ufficio di ultima generazione, di una multinazionale parigina, Fabio cerca di concludere il suo lavoro.

Non ci riesce perché da qualche giorno la sua mente vaga.

Ha un compagno con il quale si trova bene, due cagnolini che lo aspettano ed una casa vicino alla linea 12 della metropolitana.

Il suo ufficio è tutto colorato. Per lui i colori sono stati sempre fondamentali, perché riempiono le sue giornate tristi lontano da casa. Lontano dall’Italia.

Le pareti del suo studio sono verdi. Verde pastello, in onore della sua infanzia. Un’infanzia passata in campagna, tra cugini e fratelli. Tra nonne che stendevano lenzuola al sole e mamme che preferivano restare a casa ad accudire i figli.

Un acquario piccolo, con un solo pesce rosso, è posto vicino alla finestra.

Il blu dell’acquario gli ricorda il mare, naturalmente. Le corse libere sulla sabbia che all’ora di pranzo bruciava. La voglia di essere quello che realmente era e che non poteva essere. Forse quel pesce rosso nell’acqua è lui ribelle. Rosso ribelle. Un ribelle passionale, per intenderci.

Poi, c’è un tappeto nero al centro dell’ufficio. Nero orco. Che fa paura. Fabio ha sempre paura, nonostante i risultati ottenuti, nonostante alcuni sogni realizzati. Ha paura che qualcosa di brutto accada. Paura di non farcela e la voglia suicida di controllare tutto. Fino all’esasperazione.

Infine, di fronte alla sua scrivania, c’è un quadro in onore di un suo amico. Un amico di infanzia, che andava a scuola senza matite perché i genitori non avevano soldi.

Mentre i compagni di classe sfoggiavano penne colorate con glitter, matite rigorosamente appuntite, a volte solo per averne altre, il suo amichetto non aveva nulla. Solo una matita rossa e blu, che curava in maniera ossessiva. Che riponeva in un astuccio di plastica vuoto.

Seduto davanti a un computer, posto su una scrivania di legno, situata in un ufficio di ultima generazione, con pareti verde pastello, all’interno del quale ci sono un acquario piccolo con un pesce rosso, un tappeto nero al centro, un quadro intitolato “Non sono solo colori”, Fabio cerca di concludere un lavoro.

Non ci riesce perché da qualche giorno un suo amico d’infanzia, che aveva solo una matita, all’interno di un astuccio di plastica vuoto, gli ha scritto una lettera, nella quale gli ha confessato tutto il suo amore.

Fabio non sa cosa fare, nonostante provi qualcosa.

 

Buon fine settimana,

Em@

 

pensieri

52: LUI

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Rosa Rosae, Aprile 2016

A tutti coloro che si rimettono in gioco sempre e comunque

Un uomo, più o meno quarantenne, passeggia con un cane. Lui, non riesce a sostenere la forza del suo fidato amico, perché non cammina bene. Ha una malattia, che non gli permette di usare bene le gambe.

Tutto accade in una giornata quasi fresca di aprile, mentre mamme accompagnano figli a scuola. Sorelle litigano per strada, uomini e donne discutono su un pelo lasciato in doccia, che la Lei della coppia non sopporta.

Lui, è stato sempre uno sportivo influente. Di quelli che organizzano gare ciclistiche, il primo maggio. Amato dalla famiglia e osannato dai membri dell’associazione dilettantistica sportiva, di cui era il presidente.

Lui ha avuto donne belle, brutte e fuori luogo. Ha amato anche maschi efebici e trans estremamente truccati. Una persona che amava la vita in tutte le sue forme, che non discriminava, che stava sempre sul pezzo. Anche nelle giornate no, o nei momenti drammatici dell’esistenza.

Una mattina di una giornata fresca di aprile, di cinque anni fa, mentre si reca nel suo studio da avvocato, scopre di vederci doppio. Si ferma. E chiama suo fratello, in soccorso.

Dopo varie visite specialistiche, scopre di avere la sclerosi multipla.

Il mondo gli cade addosso. Le giornate diventano buie. Soggiorna per mesi in letti di ospedale, cercando di trovare una luce nuova, che fa fatica a vedere in un cielo provvisto di nuvole grigie e nere. Nere d’acqua. D’acqua sporca.

Torna a casa, cerca di ritrovare se stesso. Quello di prima. Non ci riesce perché ora è un altro. Deve riniziare. Non dimenticarsi il copaxone la mattina, deve stare attento a guidare, non può assumere determinati alimenti perché gli provocano allergia. Deve recarsi in ospedale, per visite specifiche, quasi ogni mese.

Deve per forza rendere conto a qualcuno. Cazzo!

Deve iniziare a percepire nel nuovo qualcosa che gli appartiene. Perché il vecchio non esiste più. Esiste solo in prospettiva del nuovo, esiste solo in vista del giorno incerto.

Lui si fa forza. Si laurea una seconda volta, scrive un libro, si innamora di una donna più giovane di lui. Riesce a trovare quella forza, che pensava di non avere. Quella forza che tutti abbiamo e che nella quotidianità nascondiamo in coperte e lenzuola sgualcite.

Questa mattina, mentre passeggiavo con il mio cane, ho visto un uomo quarantenne che conosco bene. Stava con il suo cane e non riusciva a sostenere la forza del suo fidato amico, perché non cammina bene. Ha una malattia.

Questa mattina, mentre uomini e donne litigavano per il pelo pubico di lui, un uomo che conosco bene si faceva una passeggiata con il suo cane. La forza del suo temperamento ha spiazzato sorelle che litigavano, mamme che accompagnavano figli a scuola ed un ragazzo trentenne, con un cane marrone di nome Pedro.

Buona serata,

Em@

pensieri

51: LEI

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Sorriso Nascosto, 2015

Una ragazza, quasi donna, aspetta il suo turno con un carrozzino vuoto.

Le devono dare un posto letto. Tra meno di due giorni partorirà.

La sala d’attesa è piena di persone. Mariti ansiosi, mamme preoccupate, primi bambini che non vedono l’ora di vedere il proprio fratellino. La propria sorellina.

Fuori piove. Dopo giorni di caldo, un gentile acquazzone ha abbassato le temperature.

Lei, poco dopo, entra nella sua camera. Posiziona il carrozzino avanti al letto ed il beauty case sul comodino grigio sporco.

Si mette il pigiama con fatica e si accomoda sul letto.

Lei aspetta suo figlio. Non vede l’ora. Qualche contrazione inizia ad agitarla, ma deve saper dosare la sua paura perché i parenti non ci sono ed il suo ex marito è scappato qualche mese prima con la solita segretaria più giovane.

Lei respira. Non pensa alla sua solitudine. Solo le contrazioni le ricordano che non ha nessuno, ma grazie alla respirazione riesce ad allontanare la paura.

Lei si concentra perché vuole realmente suo figlio. L’ha sempre voluto. Immagina il primo dentino, la prima fidanzatina, la prima gita che farà in quinta elementare, in una fattoria fuori città.

Lei è forte. Una forza che supera i contrasti. Una forza capace di indossare una maschera buona, nonostante il contesto le sia ostile.

Lei, sola in quella stanza d’ospedale, sa aspettare. Perché le donne coraggiose sono pazienti e sanno che il sole prima o poi apparirà di nuovo.

Dopo tre giorni, Lei dà alla luce un bimbo di 3 kg e mezzo. Lo chiama Marco. Marco come suo zio, che l’ha sempre sostenuta ed ora non c’è più.

Lei esce dall’ospedale, sola e donna, con un bimbo. Con un cuore da riempire. Da accudire.

Rientra a casa, una casa in disordine. Si siede su una poltrona piena di vestiti, prende in braccio il piccolo, lo allatta. E sorride. Gli sorride. Per la prima volta.

Buona serata,

Em@