47: Lettere di altri tempi

Buonasera a tutti! 

Da oggi,  e per una volta a settimana, il mio post sarà dedicato alla pagina di diario della mia amica Betty. 

E’ molto simpatica ed è bravissima nel fare gli origami !

 

betty

 

13 aprile 2016

 

Ciao sono Betty e grazie al mio amico Ema, posso raccontarvi un po’ di me. Quello che faccio, le mie passioni. Amori. Amori che mi hanno fatto soffrire. E quelli che sono felice siano finiti. Perché per me l’amore non dura in eterno. Resta affetto. Ma, l’amore con la a maiuscola si esaudisce dopo i primi tre mesi di relazione.

Ricordo quando Luca, mio marito, mi invitava a cena. Mi chiamava a tutte le ore e mi portava sempre una rosa davanti a scuola, ogni volta che veniva a riprendermi. Che tempi! Ora anche quel “ciao amor” che mi piaceva tanto, l’ha buttato nel cestino con il passare degli anni.

Siamo sposati da quindici anni. Io ne avevo 20, lui 23. Ho due figli, Pilar e Pedro. Vi direte: “E che nomi sono?” Sono dei nomi propri spagnoli, che sembrano due nomi di cani. Lo so. Ma, mi piacevano tanto perché sono un’amante della cultura spagnola. Pilar era la mia professoressa di spagnolo all’Università, Pedro il mio primo fidanzatino della mia prima vacanza studio a Valladolid, quando facevo il quarto superiore.

Per un periodo molto lungo, ho avuto con lui una corrispondenza epistolare. Che bello scrivere le lettere! Ora non si fa più. E questo mi manca. Molto. Qualcuno di voi lo fa ancora?

Quando scrivi lettere non devi dimostrare niente a nessuno. Il flusso di coscienza prende il sopravvento e le parole scritte a mano hanno un altro effetto. Sembra di percepire a chilometri di distanza la persona che le scrive. E poi le decorazioni, la preparazione. Andavo a comprare la carta di un determinato colore, che cambiava a seconda della persona che doveva riceverle.  E poi l’attesa! L’attesa snerva, è vero. Ma, ha quel fascino che oggi nella generazione del “tutto e subito” si è perso. Si è perso il senso dell’attesa, della voglia di ricevere qualcosa. Qualcosa di gradito.

Ora vi lascio, che devo andare a riprendere i bimbi in palestra. Pilar, la femminuccia fa calcio, il maschietto danza. Potevano essere “normali” i figli di una donna problematica, come sono io? Ma, amo essere così. Amo la diversità, perché mi rende umana. Mi porta fuori dagli schemi prestabiliti e mi permette di essere fragile. Anche se essere fragile mi fa soffrire un po’. Un po’ tanto.

Vi lascio,

La vostra nuova amica Betty

 

46: Storie di tutti i giorni

 

 

 

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Storie sfocate, dicembre 2015

 

 

Una donna ha appena acceso il suo telefono. Da ieri sera che non vede le sue notifiche su facebook. Si è addormentata, mentre vedeva “L’isola dei famosi” su una poltrona arancione scomoda. Ma, quella poltrona fa le veci di un ansiolitico potente.

Un ragazzo ripassa la lezione. Tra meno di venti minuti, ha l’interrogazione di geografia. Ci va volontario. E non vuole fare brutta figura. Questa mattina si è alzato alle quattro per ripassare. E continua a farlo. Senza sosta. Ha mangiato mezzo cornetto, si è lavato ed è uscito senza salutare.

Una coppia giovane si accarezza. Lei dice a lui non ti preoccupare. E viceversa. Non possono avere figli ed oggi hanno un appuntamento con un primario importante. Un’eccellenza. Lei appare sicura, ma non lo è. Si è guardata allo specchio dieci volte da ieri sera, mentre lui dormiva. Si guardava e si chiedeva: “Ma, perché a me?” Non si è mai riuscita a dare una risposta.

Emma mi ha tenuto il posto sull’autobus. Era pieno. Ci siamo conosciuti lì. Lei lavora da un parrucchiere ed abita in un paesino. Non ha pause nel suo lavoro e viene pagata una miseria.

Ogni volta che prendo l’autobus, o sono in giro, o sono in un centro commerciale, o sono dal dentista, incontro storie. A volte, non le vedo per preservare la mia sensibilità. A volte, rifletto e cerco di capire cosa si nasconda dietro a una corazza. Dietro a un rossetto rosso e dei capelli disordinati.

Le persone camminano. Urlano, ridono. Si baciano sulle panchine. Si prendono un caffè. Portano a spasso il cane. Litigano, sgridano i figli troppo maleducati.

Ma, dietro alle persone ci sono le loro storie. Che noi non conosciamo. Non sappiamo, purtroppo o per fortuna, cosa hanno subito nella loro vita. O quali sono le loro gioie.

Ogni giorno, quando parliamo con le persone facciamo un passo indietro prima di dare una sentenza.

Perché dietro alle persone ci sono le loro storie. Che noi non conosciamo. Storie di vita, che vanno rispettate. E non giudicate.

Buona serata,

Em@

Brano consigliato:

45: E così che si uccide di Mirko Zilahy

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Il libro della settimana è “E cosi che si uccide” di Mirco Zilahy, conosciuto soprattutto per essere il traduttore de “Il Cardellino” di Donna Tartt. Il romanzo, edito da Longanesi, con un costo di 16,40, di pagine 407, è un giallo scritto bene, sintetico, che coinvolge il lettore fino alla fine. Anche se nella parte centrale il ritmo perde la sua vera intonazione.

 

Le tre parole che ho scelto per analizzarlo (alla mia maniera) sono le seguenti.

 

La prima parola è:

Roma.

 
La vicenda si svolge a Roma, nei quartieri che sono stati importanti nel mio periodo universitario. San Paolo, per esempio. Roma è una citta magnifica e per chi non c’è mai stato dico che la cosa che mi piaceva di più era racchiusa nella parola “perdersi”. Perdersi tra la gente, mai uguale, di varia nazionalità. Perdersi nell’arte e respirare costantemente la storia. Il Colosseo, Piazza Navona, Trinità dei Monti, La Fontana di Trevi. La cosa che mi manca di più forse è la quotidianità del periodo universitario, le chiacchierate a Villa Mirafiori, sede universitaria della mia facoltà. Mi manca la spontaneità dei romani veraci e la voglia di riuscire, in una città sempre bella. Ma, anche difficile e complicata.

 

La seconda parola è:

Pioggia.

La pioggia, insieme a Roma, è la protagonista di questo romanzo. Una pioggia incessante, che non ha mai fine. Una pioggia, che fa da sottofondo alle vicende. La pioggia non mi fa paura come il caldo o la neve, ma mi fa quasi paura. La pioggia isola in una casa luminosa e a volte non ti fa andare verso destinazioni programmate la mattina. Ricordo che una mia amica mi raccontava che lei quando pioveva non usciva. Aveva l’ansia di cadere, di non farcela. Ma, la pioggia ha il suo aspetto positivo nelle giornate invernali in cui non lavori, e trovi conforto nelle coperte calde. Che ristorano il tuo sonno, mentre fuori piove.

 
La terza parola è composta da due parole:

Uomo e Solo.

Il protagonista “umano” è Enrico Mancini, un commissario che ha perso la moglie, a causa di un cancro. Trova la forza di reagire e di prendere parte al giallo che si delinea nella storia. Ma, durante la vicenda si scoprono le sue debolezze e le sue fragilità. Le fragilità di una persona che ha subito una perdita e che fa fatica a rialzarsi. Ma, grazie al suo lavoro, il commissario Mancini, riesce a superare la sua depressione. Un’ombra ostile che lo blocca. La depressione blocca, ci porta a soggiornare in una camera chiusa a chiave. La depressione non è una parola detta a caso, ma una malattia reale che ha bisogno di cure per scomparire.

 
In conclusione, posso dire che il libro è un bel libro. Il mio voto è 7+. Forse è un libro troppo lungo, ma merita di essere letto. Soprattutto per la scrittura moderna e senza orpelli dell’autore. Una scrittura caratteristica dei gialli, nella quale si denota la chiarezza, elemento fondamentale per un bravo traduttore, come lo è Zilahy.

 Buona serata e buon principio di semana,

Em@

44: Nel buio profondo della notte

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Vero Amore, aprile 2015

 

In una città di provincia qualsiasi, nel 1989

Il buio nasconde, rende ancora più anonimi cani randagi che non hanno affetto. Dimora.

Il buio è profondo. Profondo come il mare. Nasconde relazioni anonime di due amanti maschi, che si vedono due volte a settimana in una ritmo grigia di seconda mano.

Il buio non sa di me. Né di te. Non sa nulla. Sa solo che qualcosa accade. Ma, non lo rivela a nessuno.

Non lo rivela al tuo capo, che ti sta con il fiato sul collo, dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle sei di sera.

Non lo rivela a tua moglie, che dorme beatamente tra cuscini colorati, che sanno di quasi primavera.  Mentre, tu, in bagno, ti tocchi. Pensando a un’altra. A un altro.

Il buio della notte sa di salsedine marina. Quella che senti alle otto di sera, sul mare. Quando la giornata è finita. E i bagnanti assidui e ripetitivi sono andati via da ore.

Nel buio della notte, i due amanti maschi di prima, nella ritmo grigia chiusa a chiave, si accarezzano. Si scambiano effusioni. Effusioni realmente sentite, che si alienano di giorno.

Programmano le cose da vedere, da fare insieme. Pur sapendo che nulla di quello detto sarà possibile. Perché ognuno ha una moglie e dei figli. E di giorno è un’altra persona.

Nel buio della notte, Marco e Luca, sono sinceri. Veri. Reali. Realmente innamorati. Allontanati dal giorno di sole, che è profondo come il buio dell’anima interiore. Profondo come il male di vivere profondo, che non riescono a scacciare.

Nel buio profondo della notte, mentre cani randagi dormono, due amanti maschi si salutano.

Salutano quello che sono due volte alla settimana, in una ritmo grigia.

Salutano, con un semplice ciao, loro stessi.

Ciò che sono veramente.

Soli (Solo) nel buio profondo della notte.

Un bacio,

Em@

Musica di sottofondo: 

43: Nebbia

 

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Verso scuola, aprile 2016

 

Chieti Scalo, ore 8.00

La nebbia. Stamattina c’è nebbia. Strano per un città come la mia. Le cose cambiano e forse cambiano anche qui.

Un uomo tiene pulito un cortile di cemento di città. E il fumo della sua sigaretta si perde tra la nebbia. Una nebbia che confonde. Visto che il cielo non si sa di che colore è. Una nebbia che delimita, che ci rende chiusi in una coltre che non ci appartiene.

La nebbia non mi appartiene. Mi isola come la neve. Rende la mia mente più preoccupata, a causa di pensieri che nascono così. All’improvviso.

La nebbia non la associo a nessun ricordo. E voi?

La nebbia chiude le strade. Le rende preoccupanti. Le fa diventare luogo di brutte notizie. Rincorre macchine e le prende con sé.

L’uomo del cortile è tornato verso di me. Con la sua sigaretta che sa di nebbia. Nebbia sporca che si perde nell’ambiente. Un ambiente ora diverso, a causa di ragazzi che vanno a scuola.

Ragazzi di vita, che hanno molto da raccontare. Dire. Fare. Baciare.

Canzone di sottofondo: 

Nosaj Thing, Fog, Youtube

42: Immagino mia nonna

 

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Cuori, dicembre 2015

 

Mia nonna, quando ero piccolo mi comprava una barretta di cioccolato. Ogni settimana me ne comprava una. Non vedevo l’ora di riceverla. Scendevo dal bussino giallo e lei con una mano mostrava quella barretta, che per me era un regalo vero. Sentito.

 

Mia nonna, quando mia mamma è stata in America, mi aveva voluto con sé. Per circa un mese. Mi pettinava, mi cantava le canzoni, mi faceva mangiare come se non ci fosse un domani. Vedevamo le telenovelas e parlavamo di Topazio e Gianluigi.

 

Mia nonna era l’ultima di quattro fratelli. Era l’unica che per un periodo si è occupata di Esterina, sua mamma. Una donna colta, austera e dominante. Severa. Esterina nascondeva i cioccolatini nel suo baule marrone e non li offriva a nessuno.

 

Mia nonna era ribelle. Voleva fare la tronista di “Uomini e Donne”. Beveva il caffè con la panna da cucina. E puliva in maniera ossessiva vetri, piastrelle e pavimenti. Cuciva, mentre vedeva Emilio Fede alla televisione.

 

Mia nonna, al matrimonio di mio fratello, l’11 dicembre 2011, era rimasta affascinata dalle vetrine di Pescara, dalle luci di Natale, dalla città sempre in movimento. Il contrario del paese in cui viveva. Un posto anonimo d’inverno.

 

Mia nonna, a maggio 2012, scopre la sua malattia. Non subito, però. Ricordo quel rossetto rosso, il primo giorno d’ospedale. La voglia di combattere lo sconosciuto. L’ignoto.

 

Mia nonna, alla fine di giugno del 2012, mi chiama. Mentre ero all’università e rileggevo la mia tesi, che avrei discusso il 24 luglio. Mi dice: “Sto morendo!”

 

Mia nonna, muore il 31 luglio del 2012. Non sono andato al suo funerale. Non ho avuto il coraggio!

 

Di lei mi restano le immagini. Ricordi preziosi che non dimenticherò mai. Amuleti che porterò sempre nel mio cuore.

 

Buona serata,

Em@

 

Canzone di sottofondo: 

41: Tre e trentadue

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Per sempre, dicembre 2016

Marta, quella sera di sette anni fa, aveva paura. Lo sciame sismico da un paio di mesi terrorizzava bambini, nonni. Nonne, zie, studenti, studenti fuori corso, Erasmus. Tutti, insomma.
 
Io, quella sera di sette anni fa mangiavo un kebab con il mio coinquilino, con il quale avevo litigato. Litigi inutili. Che avevano trovato un idillio mangiando in un posto pieno di studenti.

Marta in camera era sola. Ma, in casa c’erano la sua coinquilina e il suo ragazzo. Che era rimasto per dare conforto.

Qualche giorno prima, Marta aveva deciso di spostare il letto sotto la trave portante della sua casa, perché aveva paura che l’armadio le cadesse addosso.
Fortunatamente lo fece.

Quella notte del 5 aprile non riuscivo a prendere sonno, perché il litigio era ancora fresco. E avevo deciso di tornare dai miei per non continuare a dire, come Noemi, “Sono solo parole, le nostre”.

Marta si era messa a letto. E osservava il soffitto. Paura, ansia e impotenza erano i suoi pensieri. Il telefono accanto le faceva compagnia, insieme al suo orsacchiotto Teddy, che le aveva regalato sua sorella Melania.

Alle 3.31, quasi 32, del sei aprile, apro gli occhi. Avevo sete. Nel tragitto da camera mia alla cucina, i quadri iniziano a muoversi,  gli oggetti a cadere ed io ad urlare a mia sorella. Che prontamente è scesa dal letto. E insieme siamo usciti fuori.

Alle 3.32 del sei aprile, Marta ha aperto gli occhi. Si è trovata addosso una trave che fortunatamente non le ha danneggiato gli organi vitali.
Fortunatamente qualche giorno prima, Marta, aveva spostato il letto.
E’ rimasta per 22 ore sotto le macerie.

Alle 3.32 del sei aprile L’Aquila è cambiata. Anche se tutto è rimasto fermo. Le locandine dei cinema danno ancora la programmazione di quella settimana, i negozi hanno in vetrina la collezione primavera/estate 2009.

Alle 3.32 di sette anni fa Marta è cambiata. Per sempre.

Buona serata,

Em@

40: Anna

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Quasi nero, aprile 2016

Anna. Una parola così comune, anche se è un nome proprio. Un nome che mi fa pensare alla mia amica ottantenne. Non ho solo amiche anziane, ma in loro ritrovo una calma paradossale, paradossalmente positiva.

Anna aveva un negozio in centro storico. Prima in una via quasi centrale. Aveva un negozio di abbigliamento per bambini, un’attività ereditata dal padre. Vendeva di tutto e quando non riusciva a trovare i fiocchi per le sue clienti, prendeva i ferri e li creava lei.

Lei che vive sola in una casa bianca, dove la solitudine è solo un miraggio lontano.

Lei che vive vicino ad una sua amica, sua coetanea, con la quale condivide conversazioni telefoniche. Risate e piatti estremamente dietetici.

Lei che va in palestra tutti i lunedì alle nove. Quest’anno ha cambiato. Ha preferito una palestra che non costa molto.

Lei che d’estate, con il caldo, ti saluta con un sorriso a 360 gradi. Come se la calura estiva non esistesse. Come se non esistessero le lamentele, i pensieri negativi.

Lei che veste come una rosa rosa. Lo smalto rosa, la sciarpa rosa, il rossetto rosa.

Lei che mi ricorda mia nonna, che ora non c’è più. Mi ricorda quella pazzia genuina che rimane impressa, ancora oggi, nella mia mente.

Anna aveva un negozio in centro storico. Amava il suo lavoro, la voglia di dare. Di condividere.

Anna, una parola così comune. Un nome proprio che non conosce Dicembre, il vuoto, il nero dell’ombra.

Buon lunedì e buona serata,

Em@

Musica di Sottofondo:

39: E aspetta domani

 

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Nero, dicembre 2015

 

L’uomo solo lo incontri tra la gente. Ti chiede: “Come stai?”. Ti fa un sorriso, anche se nasconde tanta sofferenza.

L’uomo solo è nei giardini, mentre gioca al parco col nipotino, che non la smette di stressarlo con il lancia ragnatele di Spiderman.

L’uomo solo tutte le mattine si alza dal letto, non si guarda mai allo specchio. Perché ha paura di vedere quello che era un tempo. E che gli piaceva. Si veste velocemente perché le bomboniere sul tavolo oramai inutilizzato le ricordano la moglie. La moglie, la sua vita, il suo gioiello, la sua stellina, il suo vagare, la sua speranza, la sua voglia di vivere, i suoi progetti, le vacanze, le battute, le risate, i complimenti, i traguardi, le realizzazioni.

L’uomo solo rifiuta gli incontri, gli appuntamenti con persone nuove.

Quasi tutti i pomeriggi si reca al centro commerciale di Montesilvano e vaga per ore tra negozi. Negozi anonimi, con gente anonima. Si prende un caffè in un bar vicino ai bagni e lo sorseggia con molta lentezza. Perché riempire il tempo è una cosa difficile. Difficilissima. Complicata.

L’uomo solo sa dire di no. Quasi mai accenna un sì.

Torna a casa la sera. Tardi. Apre la porta con calma e si rifugia nel suo letto. Un letto maschile, che sa di angoscia, disperazione, voglia di continuare a dire no. Si alza per andare a prendere un pezzo di pane del giorno prima, posto all’interno di una busta di carta aperta, quasi strappata. Mangia quel pezzo di pane, apre il frigo vuoto. Ci trova solo una bottiglia d’acqua mezza vuota. La prende, si scontra con il tavolo inutilizzato pieno di bomboniere, si fa male. Piange. Torna a letto. Posa la bottiglia mezza vuota sul comodino. Posa la testa sul cuscino pieno di lacrime.

E aspetta domani.

Buona serata,

Em@

Canzone di sottofondo: