104: SonoChiara

Il diario

Sono sul treno che mi porta a casa. Sola, anzi un mezzo ubriaco mi si è messo davanti. E cerca di dirmi qualcosa. Non lo ascolto. E poi perché dovrei ascoltarlo? Non sono una psicologa, né una psichiatra. Non analizzo nessuno, chiaro! Mi hanno sempre considerata l’amica che capisce, ascolta, che c’è sempre quando si piange. Quando si ride, dopo aver pianto. Mi sono rotta il cazzo di essere l’analista della situazione. Ci sono tanti professionisti che fanno bene il loro lavoro.

E poi perché dovrei farlo io? Io che sono una mezza disoccupata, senza un lavoro fisso, una vita sociale, una definizione sociale. Io che modestamente capisco più degli altri, mi ritrovo vittima di un sistema che ha orari, concetti prestabiliti, leggi. Leggi che ripetutamente leggo e non capisco mai di cosa parlino. Bah.

Questo ubriaco, che trovo anche carino, cerca di dirmi qualcosa. E io non voglio ascoltarlo. Non voglio sentire pure la sua vita, i suoi problemi, l’alcol. La moglie incinta disoccupata, il bambino con un handicap, la mamma malata da tempo.

Mi soffermo sulle pagine bianche del mio diario. Pagine bianche che fino a ieri non ho toccato. Ora voglio riempirle, voglio darmi una possibilità. Voglio dire a tutti chi sono io. Anche se sinceramente già lo so. Non mi serve il consenso altrui. Ma, per vivere serve esistere e non rinchiudersi in una campana di vetro, dove vorrei essere diventa un mantra.

Voglio gridare al mondo, che ho tutte le possibilità per essere una vincente. Una donna che può essere soddisfatta. Deve esserlo! Per forza.

L’ubriaco scende alla mia fermata, mi segue. Corro, lui non riesce a reggere il mio ritmo. Ridimensiono il passo, pericolo scampato. Continuo a camminare, verso casa. Casa di lui, che oggi non c’è.

Davanti al portone mi ritrovo l’ubriaco. Che cerca di dirmi qualcosa.

Chiar@

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103: Uno

Da oggi, e per una volta a settimana, parlerò di Ester e Simone. E delle loro avventure, della loro vita, delle loro emozioni. Ogni fine settimana.

 

Ester non riesce ad alzarsi dal letto. Troppi pensieri, in questa notte senza sogni felici. Troppe preoccupazioni che la tengono ferma, immobile. Ad osservare, in alto, la parete della sua camera. Una parete quasi sporca che i suoi genitori non hanno mai pitturato, da quando sono andati ad abitare in Via Petrini 13, 15.

Sua madre è rimasta sola, dopo la morte del marito. Un uomo apparentemente forte e coraggioso. Un uomo bello, alto e biondo, che una mattina di febbraio, per via di debiti con il fratello maggiore, decise di togliersi la vita nella cantina di famiglia.

Da quel momento, Ester è cambiata. Rimasta sola nel suo dolore, dolore mai esternato. Un dolore che realmente la ostacolava mentre andava a scuola, mentre parlava con le amiche. Un dolore che si insediava nella sua anima fragile e la rendeva immobile. Non riusciva più a parlare, a essere sorridente. Improvvisamente, si estraniava e vedeva dal di fuori tutto quello che succedeva. Era un’altra. Un’altra lei.

Con il tempo, le cose sono cambiate. Ma, Ester conserva sempre quella macchia nera.

Questa mattina, il sole fa fatica a penetrare nella camera di Ester. Ma, Ester deve alzarsi. Ha gli esami di maturità. Ed è già in ritardo.

Le suona il telefono e non risponde. Pensa che sia Simone. Ieri si sono lasciati e oggi si devono rivedere tra i banchi di scuola. Lei vorrebbe per un attimo scomparire, ma non può.

Si alza, si guarda allo specchio. Vede una donna matura, cresciuta. Una donna che sta soffrendo per amore. E’ la prima volta che le succede. Fino all’anno scorso non aveva baciato mai nessuno. E, adesso, si ritrova piena di ferite.

Guarda i suoi occhi azzurri, come quelli di suo padre. Sorride, dopo giorni di pianto, perché sa che suo padre è vicino a lei. Suo padre era il suo esempio. Le manca tanto. Le mancano le carezze, le frasi di conforto, le parole dette piano. Quelle che hanno un senso, una carica affettiva.

Va in bagno, si lava, si prepara e si dà un in bocca al lupo.

Esce senza fare colazione, prende il motorino. E va a scuola.

La scuola è semivuota. Ci sono solo i maturandi visibilmente emozionati. Visibilmente ansiosi.

Il caldo inizia la sua salita, ma non arriva alla non sopportazione.

Ester lascia il motorino, senza catena.

Benedetta la stava attendendo da un po’.

Entrano.

I problemi personali vengono accantonati per qualche ora.

La scuola semivuota racchiude ragazzi visibilmente fragili, che affrontano per la prima volta un esame importante. Che lascerà una traccia. Una traccia indelebile.

102: luglio

 


Luglio odi et amo.
Odio la calma. Il sole cocente. La gente entusiasta, che si conosce in mare. E poi subito dopo si dice male dietro.
Odio il senso di vertigine in luoghi affollati. Luoghi di foschia estiva dove nessuno si conosce. E condivide qualcosa.
Amo il cielo senza nuvole. Il bambino con il gelato contento e la mamma un po’ meno. L’ euforia degli innamorati che tra panchine sconosciute si scambiano per la prima volta lingue. Lingue inesperte che sanno di nuovo. Autentico.
Luglio sei quasi al termine e io ti dico ciao. Non addio come l’anno scorso.

Beso.

Em@

101: Un po’ di me #18

Buenas,
Pedro seduto sulla sua sedia, mi guarda. Mi guarda perché vuole fare pace. Ha trovato un rotolo di carta igienica, che ho dimenticato di raccogliere, e ha riempito la casa di carta. Carta che ho ritrovato ovunque. Sul letto, cucina, sala.


La carta e le sue funzionalità.

Serviva per scrivere. Fino a qualche tempo fa. Ora tutti preferiamo il computer e dimentichiamo di quanto era bello colorare il quaderno, tenerlo in ordine. Personalizzarlo. A volte, anche in modo esagerato. Ma, era nostro. Ci rappresentava, rendeva unici.📑📓📕

La carta del libro, invece, la associo sempre al suo odore. Odore di libro, antico, di qualcosa che non è commerciale.
Infatti, preferisco prendere i libri nei mercatini, perché è proprio lì che trovo titoli diversi. Titoli che non riuscirei a trovare in una libreria dove il Bestseller del momento è padrone della scena.
Nel pomeriggio, ho comprato tre libri in un mercatino di vestiti, libri e mobili usati.

Ho preso Maggie Cassidy di Kerouac, Gente di Dublino di Joyce, Il lacchè e la puttana di Nina Berberova. Quando li leggerò vi dirò se mi sono piaciuti.

Ora vi lascio! Pedro è appena venuto e ha cercato di fare pace. Gli ho detto di andarsene. E aspetterò ancora un po’ prima di perdonarlo.


Buona serata a tutti,

Em@

100: Un po’ di me #17

Buenas,
oggi mi prometto che scriverò tutti i giorni, almeno fino a settembre. È vero anche che non devo scrivere sempre e per forza, ma è anche vero che scrivere per me è anche equilibrio. Forma de ser.

Oggi, qui, di nuovo caldo. Domani lo sarà ancora ed io continuero’ con le mie lezioni di yoga personali e solitarie, che mi permetteranno almeno di sconfiggere il senso di calor, che mi rende nervoso.
Io e il caldo: opposti che non si attraggono. Non vado nemmeno al mare. Ci vado solo in villeggiatura (se ci vado), sapendo che non devo prendere macchina o mezzo. Perché io sono di comodo, diciamocelo! 😉 ❤

Pedro è uscito con Luca.
A settembre andremo a casa nuova e la scorsa settimana ho litigato pure per la cucina. Cucina scelta da Luc e l’architetto commerciante affarista, che è riuscito con la sua favella a far spendere parecchi soldi, per una cosa si’ bella e di design, che sinceramente trovo poco comoda. Comunque i soldi li ha spesi lui, cavoli suoi. Anche se credo che, quando si sceglie di condividere qualcosa, entrambi, indipendentemente dal dinero, devono scegliere. O almeno si devono mediare le opinioni, quasi sempre diverse, nel mio caso.

La serata avanza, e il clima estivo pure. Io preferisco l’inverno, ma le serate estive mi riportano al senso di libertà dell’adolescenza. A quando tutto era possibile, i problemi erano superflui e il giorno dopo non si andava a scuola. Yuppy.

Vi lascio con una foto, scattata adesso dalla mia finestra.

Un beso e buona serata

,

Em@

99: Treno

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Foto presa dal web, puglia

Immagini e situazioni sono una mezcla tra fantasia e realtà

Una mattina di luglio. Fuori fa caldo, troppo caldo. Attendo il treno. Ricevo una chiamata. Rispondo. Vado in bagno e litigo. Litigo con lei, che ieri mi ha lasciato. Lasciato solo, a piangere, in una scuola calda, senza insegnanti. Piena di bidelli, che leggono il giornale. A volte, anche libri. Libri comprati in mercatini di piazza.

Esco dal bagno, il treno è partito. Il mio migliore amico non mi ha aspettato. Mi ha lasciato un messaggio su whatsapp: “Prendo il treno, ci vediamo al bar oggi!”

Il treno! Oramai è una abitudine, una parte di me. Da quando cinque anni fa ho iniziato le superiori, lo prendo tutti i giorni. Giorni diversi, a causa del tempo diverso: pioggia, sole, neve (quando nevica!). Giorni diversi, a causa di gente diversa. Gente che si alza presto per andare a lavorare, che va in Ospedale per una visita importante. Che si sposta per fare una piccola gita. Come il bimbo, che ho visto questa mattina, che non vedeva l’ora di scoprire una città nuova e di mangiarsi un gelato in una gelateria nuova, con la sua nonnina, suo esempio. La sua sicurezza.

Sul treno leggo molto. Mi perdo nelle storie, nelle vite altrui. In attimi, che non vivrò mai. In secondi, che non mi apparterranno.

Sul treno osservo molto: il viso di una studentessa, che chiama contenta sua mamma, per aver superato il suo ultimo esame; la coppia che scoppia, che si ama, che si lascia. E poi si bacia nuovamente. Perdendosi in occhi profondi, che non sanno dire di no; la professoressa che corregge i compiti, posa gli occhiali da vista sul sedile, guarda fuori, sorride, riprende gli occhiali, e continua a correggere.

Una mattina di luglio, il 12 luglio, tutto è cambiato. Sono vivo per miracolo. Grazie a una telefonata. Il mio migliore amico è morto, così come sono morte altre persone. Persone come me, come te. Che avevano tanti sogni, progetti da realizzare. Abbracci da donare, baci da dare. Emozioni da vivere…

 

Buona giornata,

Em@

 

98: Un po’ di me #16

 

hoy

 

Buenas,

l’altro ieri ho scritto un post sulle case abbandonate. Case che amo, non perché vorrei viverci. Le amo perché mi danno un senso di distacco dalla realtà. Non depressione, intendiamoci. Ma, distacco.

Il distacco che mi permette di riposare e tornare alla realtà di tutti i giorni, di poter fare le cose che amo, di uscire tranquillamente con il cane e fare una passeggiata, senza il pensiero di dover alzarmi la mattina e rinchiudermi in una scuola calda, dove persone con egocentriche personalità dialogano, quasi sempre, senza capirsi.

Vi avevo detto circa un mese fa dell’esperienza che avrei fatto, come commissario esterno degli esami di stato. Ebbene è stata un’esperienza bella, che avrei dovuto raccontarvi. Ma, il tempo non me lo ha permesso. Il tempo è stato talmente veloce, che tornavo a casa, mangiavo e riposavo. Per stare non dico in forma, ma quasi, il giorno successivo.

Quel tempo veloce, mi ha scioccato però. Non essendo abituato a ritmi e a situazioni che non mi appartenevano. Arrivato alla fine, ovvero ieri, ci mancava poco che mi venisse un collasso.

Oggi, sto di nuovo qui, scrivendo. E mi sono reso conto che scrivere mi dà tanto. Mi permette di andare oltre il tempo e lo spazio e di focalizzarmi su vicende che non ho mai vissuto. E che forse, in futuro non vivrò.

Qui, oggi fa caldo. Temperature superano i 35 gradi. Sono tornato in studio, e qui si sta freschi. Per fortuna. I palazzi antichi isolano dal caldo. Wow.

Pedro sta a casa. Ora riposa! I giorni che non ci sono stato, ogni volta che uscivo, piangeva come un umano. Ha mangiato di meno e ha avuto anche un’infiammazione all’occhio. Pobrecito! Ora che sono a casa, è tornato quello di sempre: allegro, coccolone e rompicoglions!

Vi lascio con questa frase di Oscar Wilde, che mi piace tanto:

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.
(Oscar Wilde)

 

Buon pomeriggio caliente,

Em@

 

 

97: Case Abbandonate

 

 

 

 

Abbandonato, solo, senza difese.

Sono stato per lungo tempo in disparte, lasciando pagine bianche sulla scrivania. Non ho avuto voglia, tempo, di scrivere. Pensare. Riflettere. Cose che amo profondamente e che mi fanno male. A volte, vorrei smettere di riempire pagine. A volte, non vedo l’ora di iniziare di nuovo.

La scrittura per me è come quella fidanzata che ami tanto. Che non vedi l’ora di rivedere. Che ti stufi di rivedere, dopo un po’. Ma, la cerchi in case abbandonate, sapendo che non la troverai. La cerchi anche quando fuori piove e tu non hai una dimensione.

Abbandonato, solo, senza difese.

Mi sono reso conto che la fiumana di gente non mi appartiene. Mi piace condividere esperienze, questo sì. Ma, non amo perdermi per giorni tra la gente, che esalta le sue qualità. Io conosco quello, quell’altro, quell’altro ancora. A me non importa conoscere qualcuno, solo perché quel qualcuno ricopre una posizione. A me, piace vivere in case abbandonate e vedere passanti che non si accorgono di te. Di me. Mi piace ascoltare storie che apparentemente non hanno senso. Mi piace guardare mamme che baciano i loro bimbi e che li portano a fare colazione al bar. Li fanno sedere per bene, e poi osservano se i piccoli pargoli mangiano il dolce. Li sgridano se qualche briciola si perde in tavolini non sempre puliti. E infine, come se non fosse successo nulla li prendono in braccio e li baciano…

Abbandonato, solo, senza di difese.

Amo le case abbandonate perché posso trasgredire con un Lui, una Lei, un Lui e una Lei. Nessuno sa che sono dentro. Nessuno sa chi sono. Sono una maschera fuori, dentro sono me stesso. Senza filtri, senza distinzioni, senza formalismi. A volte, troppo esagerati.

Amo le case abbandonate perché avevano vita. Prima.

Prima, storie si intersecavano. Famiglie litigavano e facevano pace. Ester e Simone si amavano, per la prima volta.

Amo le case abbandonate perché sono come pagine di libro: vissute, tenute quasi sempre in disparte, apparentemente sterili.

Solo in case abbandonate sento la mia fragilità. Che mi permette di essere chi sono e riempire pagine bianche. Bianche come quelle di ieri. Nere d’inchiostro come quelle di oggi.

Buona serata,

Em@

96: Essere


Seduto su uno scalino guardo una donna che passa. Passa senza guardare nessuno. Ha una gonna blu, scarpe bianche alla moda. E una collana comprata con i soldi, che poco prima era andata a ritirare al bancomat.

Incontra le sue amiche. Appare sorridente. Alla mano. La raggiungo. Perché tra le sue amiche c’è una che conosco e che non rivedevo da tempo. La voglio conoscere.

Ci parlo. Mi parla solo di apparenza. E ci sta. Perché viviamo in superficie. In un luogo dove io sono quello che sembro. Dove io sono maschera di me stesso. 

Stufo a causa della conversazione, torno allo scalino, guardando le amiche che discutono. Continuano a farlo per tutto il giorno, e anche l’indomani. Rimango ad osservarle. Non cambia niente. 

Cambiano i vestiti, le acconciature, i formalismi. I rossetti, gli anelli e gli occhiali da sole. Cambiano le amiche, ma lei resta lì. La donna con la gonna blu ha paura di non riuscire a incastrare i suoi tempi. E rimane a parlare…anche di notte. Rimane sola perché ha paura di guardarsi allo specchio e dire a se stessa che qualcosa non va. 
Buona serata,

Em@