Storie

121: All’angolo di una strada

IMG_20160828_120556
Nero Tragedia.

All’angolo di una strada, oramai senza case, una bimba si dispera. Vorrebbe gridare, ma non ci riesce. Non riesce nemmeno a piangere, figuriamoci urlare.

Ha dieci anni e si copre da sola, con una finta coperta. Coperta che non ha nulla a che vedere con quella della sua cameretta. La sua coperta: luogo di riparo di un fratello più piccolo e di un cane dispettoso di nome Sergio.

Elena è immobile. Inconsapevole di quello che è successo. Consapevole del fatto che la sua vita cambierà. Cambieranno le abitudini, le risate al parco con Francesca, la sua amichetta del cuore.

Elena è immobile, ma ha capito. Dovrà cambiare scuola, dovrà avere nuove amiche. Nuovi amici. Non sa nulla di Gioia dalla sera prima del terremoto. Erano andate in famiglia a mangiare la pizza. Pizza e patatine. “Che bonta!” ripeteva Elena in macchina, quella sera al padre.

Elena si copre. Continua a coprirsi. Un freddo reale e interiore sta assalendo il suo corpicino. Oramai indifeso. Oramai pieno di ferite.

Elena non sa che suo fratello si trova ancora sotto le mattonelle della sua bella casa. Casa che non esiste più.

Sua madre cerca di mantenere un equilibrio visibile, agli occhi della sua bambina. Ma, la distanza tra il suo viso e quello che ha dentro è talmente abissale, che chiunque passasse per quella strada capirebbe il suo tormento. La sua disperazione.

Elena, all’angolo di una strada, si dispera. Quello che ha dentro non l’ha mai provato nei suoi pochi anni di vita. Quello che ha dentro, non le permette di alzarsi, perché un leggero, a tratti forte, formicolio ha invaso le sue gambe, da aspirante ballerina. Gambe che l’hanno aiutata a scappare. Fuggire.

Fuggire da una notte apparentemente felice. Diventata triste. Trasformatasi in tragedia, in un attimo.

Quell’attimo, che ha cambiato tutto. Anche la vita di Elena.

Che ora attende all’angolo di una strada. Strada senza case. Strada senza luci accese, che ieri annunciavano che la cena era pronta.

libri

120: Equazione di un amore

 

IMG_20160826_113126
Equazione di un amore, Simona Sparaco, Giunti editore, 18,00 euro

Ci sono dei libri, che ti entrano dentro. Non sono storie eclatanti, o letteratura pura. Sono storie che hanno qualcosa di profondo e nel contempo leggero e che ti fanno riflettere.

Questo è il caso di “Equazione di un amore”, pubblicato da Giunti nel 2016, scritto da Simona Sparaco, autrice e sceneggiatrice, che ci porta nel mondo silenzioso e sofferente di Giacomo e Lea.

Giacomo e Lea sono i protagonisti di questo romanzo. Due persone profondamente marchiate da un male di vivere, che non permette loro di unirsi, di legarsi.

Lea Federici vive a Singapore con suo marito Vittorio, un avvocato che ha incontrato a Londra, dove la protagonista studiava sceneggiatura. Lea non ama vivere in questo paese umido, ricco. Un paese dove molte cose sono vietate e dove la criminalità non è quasi presente. Un paese in continuo progresso. Forse troppo perfetto. Troppo utopico.

Lea, in quegli anni a Singapore, ha scritto un libro, che ha mandato a varie case editrici italiane.

Mentre, progetta con il marito la volontà di avere un figlio, riceve una risposta da una casa editrice minore, che si trova a Roma.

E in questo momento che appare, di nuovo, Giacomo Valenti, editore della casa editrice. Lea lo ha sempre amato. Ha sofferto molto per lui. Ma, Giacomo non è mai andato oltre il sesso. Non si è mai preso le proprie responsabilità. Ma, c’è un motivo che non vi spiegherò. Un motivo, che apre un vortice nella propria anima e che non gli permette di legarsi.

 Giacomo e Lea si sono incontrati 3 volte durante la loro vita: al liceo (dove lui le dava ripetizioni); all’Università (dove lui era l’assistente d’italiano) e nella quasi maturità (dove lui era editore e lei donna sposata, con voglia di riscatto). 3 un numero perfetto, sintesi del loro amore.

Alla fine del romanzo, Giacomo racconta a Lea il suo tormento. Sembra cambiato. E ora vuole stare solo con lei. Vuole farsi una famiglia e amare con tutto se stesso l’unica donna che le ha dato tanto, la sua bambina.

Ma, il destino avverso cambia la linearità degli avvenimenti…

I temi del romanzo sono: l’amore, il destino, la voglia di farcela, la perfezione di Singapore, l’imperfezione di Roma, l’amicizia che lega Lea a Bianca, il silenzio, il male di vivere che blocca la razionalità di un sentimento.

Stile: uso sapiente della lingua italiana, scorrevole e non banalmente profondo.

Ci sono dei libri che ti fanno riflettere al punto giusto e che ti lasciano qualcosa, senza esagerare.

Voto: 8-

pensieri

119: Terremoto

Abito in una città sismica ed in centro storico, dove le case sono fatte di mattoni e senza protezione. Se l’epicentro fosse stato più vicino, anche Chieti sarebbe stata distrutta. Poiché la distanza tra l’epicentro di questo terremoto e Chieti è realmente vicina. Sono circa 155 chilometri.

Abito in una zona sismica e lo so. Non ho paura del terremoto (poiché è un evento naturale, anche se molto spesso tragico). Ho paura che la casa mi crolli addosso, visto che sto al piano terra di un palazzo (esternamente ristrutturato qualche anno fa) di quattro piani, in una via caratteristica, dove case ammassate e ben tenute sono oggetto d’incanto per molti turisti, soprattutto stranieri, che amano l’Italia e le sue caratteristiche, particolarità.

Ieri, ho visto poco la televisione perché spettacolarizzare la tragedia aumenta il mio malessere. Famiglie, ragazzi, turisti, in un attimo, si ritrovano senza casa. In un attimo, perdono parenti, amici e fidanzati non a causa del terremoto, ma a causa di case costruite male. Di case che non hanno retto a un evento sismico, di grande intensità.

I terremoti sono sempre esistiti e la storia lo dimostra. Questa mattina, ho fatto una ricerca su wikipedia, per curiosità.

Di seguito, elenco i terremoti di grande intensità che ci sono stati in Abruzzo:

69 a.c.: Chieti; 1315: L’Aquila e Sulmona; 1348-49: Appennino Abruzzese; 1398: L’Aquila; 1461: L’Aquila; 1506: Frentania; 1563: Atri; 1690: Atri; 1695: Celano; 1703: L’Aquila (Montereale); 1706: Maiella (Sulmona); 1762: Poggio Picenze (L’Aquila); 1786: L’Aquila; 1791: L’Aquila; 1881: Abruzzo meridionale (Orsogna-epicentro, Guardiagrele, Ortona e Lanciano); 1884: Abruzzo (Costa pescarese-Ascoli); 1888: Teramo; 1915: Avezzano (30.519 morti); 1916: L’Aquila; 1933: Maiella; 1943: Marche e Abruzzo; 1950: Gran Sasso; 1958: L’Aquila; 2009: L’Aquila.

Questi dati dimostrano che i terremoti, soprattutto nella zona aquilana, ci sono sempre stati. E con le stesse caratteristiche: sciame sismico e scossa forte.

Questi dati dimostrano che il terremoto sì, non si può gestire, controllare. Ma, le case possono essere progettate e costruite, con criteri antisismici. Criteri che possono salvare tante persone, che non hanno colpa.

Il Governo, alla luce anche dei dati precedentemente esposti, potrebbe fare qualcosa. Ma, non lo fa.

I soliti scenari si ripetono in televisione, povera gente muore, politici e personaggi famosi piangono in salotti vip.

Ed è un eterno ritorno, come affermava Nietzche.

Buona giornat@

Em@

RealTime

118: Un po’ di me #21

Buenas,

stanotte, di nuovo terremoto. Bastardo nemico che mette in discussione le apparenti certezze della nostra vita.

Non voglio fare retorica e ripetere frasi fatte e dette, sempre e comunque, ma il terremoto, come qualsiasi evento naturale o tragico, ci fa comprendere quanto siamo piccoli di fronte a Madre Natura.

Il terremoto ci fa capire che non possiamo controllare tutto. E sta parlando uno che cerca sempre di controllare ogni istante della propria vita, per sentirsi al sicuro. Almeno nel proprio nido.

Come nel terremoto de l’Aquila, mi sono alzato prima e ho sentito tutto in piedi. Come se un sesto mi dicesse: “Alzati!”

E poi ho sentito tutto perché la distanza non è così esagerata! 155 chilometri.

Dopo la scossa, io, Pedro e Luca siamo usciti fuori.

Fuori tutte le persone, in pigiama e impaurite, si facevano delle domande. A cui, naturalmente, non sapevano rispondere. E neanche io!

In quegli attimi, l’aspetto positivo è stata la coesione. Unione.

Persone che non si sono mai scambiate parole, in quei momenti erano unite. E come familiari mettevano in evidenza tutta la spontaneità.

In quei momenti, le barriere quotidiane decadono e l’essere umano esce fuori.

Ho ripreso sonno alle 6.00, con Pedro attaccato. L’ho fatto dormire con me perché aveva paura. Anche se sono contro, solo per il semplice fatto che non riposo bene.

Vi lascio.

Spero che stiate tutti bene.

Un saluto,

Em@

Storie

117: Quel motorino lasciato fuori…

motorino

Quel motorino lasciato fuori. Per ore. Mentre noi ci scambiavamo baci. Carezze. Dolci effusioni. Proprio dolci. Come dicevi tu.

Quella stanza vuota si riempiva del tuo odore. Di qualcosa di magico. Una magia che ci rendeva persone nuove. Diverse da quelle che vedevi per strada e che nemmeno si salutavano. Diverse dalla monotonia di una domenica di agosto, mentre negozi chiusi allietano passanti che vagano senza meta.

Quella stanza aveva un letto e una scrivania. Ed un armadio che era sempre chiuso. Non riesco ancora a capire se eri disordinato o nascondevi un segreto. Qualcosa che non riuscivi a dirmi. E che poi forse ho scoperto, senza che tu me ne parlassi.

Quella stanza chiusa a chiave per paura di…

Paura di essere scoperti. Paura di far vedere la nostra libertà. Paura di ammettere che realmente eravamo innamorati. E non ce lo siamo mai detti. Mai.

Ricordo l’ultima volta che chiusi la porta di quella stanza. Era una mattina di giugno e tu dovevi tornare al sud, perché avevi finito gli esami. Avevamo litigato perché sapevamo che era l’ultima volta che ci vedevamo. L’ultima, purtroppo.

Ricordo il tuo corpo nudo sul letto e i tuoi occhi che volevano dirmi: “E’ inutile litigare! Tanto non possiamo farci nulla! Le cose iniziano e finiscono”.

Quel motorino lasciato fuori. Per ore. Mi accompagnava e mi permetteva di essere felice.

Almeno per qualche ora.

Storie

116: L’uomo senza definizione

Il diario (7)

IMG_20160819_193232

Le immagini corrono. Veloci. Ti passano per la mente ricordi di estati passate, di tempi felici. Al sole. Quando una caramella faceva sorridere un bambino. Quando la piazza era un luogo di incontro.

Tu, lavoravi. Avevi una bottega. Vendevi pane, che acquistavi dal fornaio di fiducia. E formaggio. Formaggio che rendeva inaccessibile una cantina. Una cantina senza finestra, con una piccola porta che si adagiava su scale non proprio stabili.

Hai lavorato per anni, e anni. Hai fatto studiare i tuoi figli, che ora sono lontani. E non ti fanno nemmeno una telefonata. Telefonata che giustifichi sempre, dicendo che sono occupati e che non riescono a trovare un minuto libero. Un solo minuto.

Tu, ora sei solo. Tua moglie vive con un altro. Vi siete separati da 20 anni. Lei si gode la vacanza al mare con il suo “nuovo” marito. E tu vaghi per la città alla ricerca di una definizione. Una tua definizione.

Sembri spaesato. Senza dimora.

Le immagini corrono. Veloci. Ti passano in mente ricordi di estati passate, di tempi felici. Mentre cammini, ai bordi di una fontana. Una fontana che inizia a zampillare.

E, tu, nemmeno te ne accorgi.

libri

115: Il giovane Törless

Il diario (3)

IMG_20160816_171808

Il giovane Törless, introduzione di Italo Alighiero Chiusano, traduzione di Andrea Landolfi, Roma: Newton Compton, 1995

Chiudo l’ultima pagina di libro. E rifletto e mi dico: “Che bel libro!”

Ho appena finito di leggere Il giovane Törless (o I turbamenti del giovane Törless, 1906), scritto da Robert Musil (scrittore tedesco) all’età di 25 anni. 25 anni, un capolavoro. Stento a crederci, ma è così.

E’ la storia di Törless, un giovane uomo, che studia in un collegio militare maschile. Ha due genitori, con i quali si confida attraverso delle lettere. Ed è “colpito” da Basini, un ragazzo più piccolo ed effeminato, verso il quale prova una profonda attrazione, ma nello stesso tempo ripugnanza.

Basini, inoltre, è oggetto di bullismo da parte di due studenti di questo collegio, Beineberg e Reiting, amici e confidenti di Törless.

Di questo libro, evidenzierò aspetti, che ritengo utili ai fini di una riflessione:

  • La crescita di Törless, la sua formazione. Aver sperimentato aspetti della sessualità, che molto spesso vengono tenuti nascosti. Per mancanza di coraggio, perché si devono seguire delle regole prestabilite. Regole interiori che, ancora oggi, aumentano la repressione e forme di aggressività.
  • L’omosessualità. L’omosessualità, all’epoca, era tenuta nascosta. In un silenzio assordante. In stanze, lontane dai luoghi usuali. Stanze che vedevano soprusi e violenze. Stanze vuote di giorno, che assistevano a atti sessuali di notte. Sesso senza amore. Sesso che esprimeva la vera natura.
  • L’omofobia. Beineberg e Reiting, non accettavano la loro sessualità. E dopo aver “consumato” con il povero Basini, lo aggredivano, colpivano, fino quasi ad ucciderlo. Cose che accadono anche oggi, dove uomini sposati ed estremamente virili, condannano l’omosessualità. E sono i primi ad unirsi di nascosto, soprattutto nel silenzio della notte, con persone dello stesso sesso.

Chiudo l’ultima pagina di libro. E rifletto e mi dico: “Che bel libro!”

Un libro scritto bene, con un ritmo incalzante. Pieno di contenuto e riflessione, ma nello stesso tempo facile da comprendere. Con un messaggio, messaggi, forti e diretti.

L’unica cosa, che naturalmente mi aspettavo, è che l’uomo che si assume le proprie responsabilità (in questo caso gli uomini: Basini e Törless), viene cacciato fuori, perché temibile. Perché non conforme a dei canoni vigenti. Perché la diversità fa paura.

Ancora Oggi.

Voto: 10