21 settembre: d’improvviso

Buenas,

D’improvviso
qualcosa mi ha fatto cambiare.
Qualcosa che non so definire. 
Una non definizione che ha voluto del tempo per potersi concretizzare.


D’improvviso
ho aperto la porta della mia camera.
Dopo notti insonni e mattine passate
a guardare un soffitto bianco leggermente scrostato.


D’improvviso
ho fatto colazione per una settimana di fila.
Poi ho continuato, perché mi sono reso conto che da questi momenti si deve ripartire. 


D’improvviso
ho preso l’autobus senza paura di svenire.
Ho preso il cellulare ed ho chiamato una mia amica. Abbiamo fatto colazione al bar. Abbiamo riso come due matte. 
E non ho pensato a nulla.


D’improvviso
ho vissuto il momento, 
ho apprezzato l’attimo ed 
ho baciato con intensità il mio ex ragazzo che ho incontrato per caso.


D’improvviso
ho REAGITO,
ma senza improvvisare.


Mil besos,

Em@

20 settembre: Onde 

​Buen@s,

Le onde sono già a riva.
Scomparse.
Tu sei seduto sulla sabbia, mentre nuvole diventano nere.
Le osservi, pregando loro di non trasformarsi in pioggia.
Acqua che potrebbe disturbare la conversazione con la tipa, che ti piace, che frequenti da qualche settimana.
Il vento, leggero e quasi fresco, ti aiuta a chiederle: “Senti freddo? Se vuoi ti scaldo io!”
Subito, ti rendi conto che hai detto una cosa scontata, che hai ascoltato oggi pomeriggio a un’esterna di “Uomini e Donne”.
Ma, è ciò che veramente volevi. Un abbraccio. Il suo abbraccio. Sentirla tua, odorare la sua pelle, ascoltare il battito del suo cuore. Il suo respiro. Respirare insieme per qualche secondo. Attimo.
Lei scansa le tue braccia. Ti dice che si frequenta con un altro. Tu pensavi, credevi di farcela questa volta a presentare la tua lei ai tuoi genitori.
E invece no! 
Le onde sono già a riva.
Scomparse.
Lei si allontana.
Tu continui a guardare le onde all’orizzonte.
Inizia a piovere.
Le tue lacrime si confondono con quella pioggia incessante. Rumorosa.
Rumorosa come il tuo cuore, ogni volta che viene infranto. 💔💔💔


Mil besos,

Em@

19 settembre: 3 parole

Buen@s, 

Le mie tre parole del giorno sono:

Prima parola: pioggia. Da oggi piove. Poi smette. Poi piove di nuovo. Per fortuna, il mio turno con i cani è finito alle 17.30. Quindi libero più dell’aria. Anche se devo cucinare, poi fare i piatti. Oggi, ho già pulito: cucina, bagno e camera. Per scrivere queste righe, ho chiuso i cani in cucina. E sembra che si stiano comportando bene.

Seconda parola: travestimento. Ho un’amica (un amico) che si traveste. Indossa abiti femminili ed incontra uomini “etero”. Alcune volte, mi manda le foto di chi incontra. E devo dire che sono dei padri di famiglia o fidanzati, realmente, boni. Questa sera incontra un ventenne ben messo, in tutti i sensi, che pensa di fare sesso con una donna. Che è un uomo.

Tramite lei/lui, sto scoprendo che il travestitismo è un mezzo che ti permette di giocare realmente con chi vuoi, senza essere giudicato. Questi uomini che vanno con Lei/lui sono gli stessi che, di giorno, sono omofobi e razzisti. Di notte, etero che diventano gay. Nella maggior parte dei casi, gay passivi (ovvero coloro che lo prendono! Scusate la schiettezza)

Terza parola: dolce. Amo i dolci e adesso mangerei mezza crostata. Ma, da oggi starei a dieta. In settimana, vorrei farmi le analisi, e secondo la mia testa se mangio bene, i risultati saranno migliori. In realtà, mangio bene, tranne il sabato sera e la domenica, che vado dalla mamy.

Il sostantivo dolce, lo trasformerei in aggettivo, da associare alla mia cagnolina Bianca. Bianca è dolce. Non una dolcezza zucchersa. Qualcosa di diverso che non so spiegare.

Vi lascio e vi mando,

Mil besos, aspettando di sapere quali sono le vostre tre parole del giorno.

Em@

137:18 settembre (Libro: Il treno dell’ultima notte di Dacia Maraini)

Buen@s,

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Libro: Il treno dell’Ultima Notte di Dacia Maraini, Burbig(Rizzoli) edizione, 12 euro, 429 pp.

Ho appena finito di leggere, Il treno dell’ultima notte, di Dacia Maraini. Eh, che dire?

Dico solo che la Maraini, per me, è una delle scrittrici più brave che abbiamo. Un’autrice che entra nella storia, studiando in maniera minuziosa tutti i personaggi e situazioni che nascono dalla sua penna.

Ho letto questo libro, mettendoci appositamente più del dovuto. Perché ci sono storie che hanno bisogno di riflessione per essere capite, che hanno bisogno di un tempo personale per essere digerite.

La storia che l’autrice ci propone è una storia forte. Amara, una ragazza ventottenne di Firenze, decide di prendere un treno ed andare alla ricerca di Emanuele, il suo ragazzino ai tempi dell’adolescenza. Un ragazzino, (ora) uomo, che ha sempre amato.

Emanuele, di famiglia ebrea, scrive lettere alla giovane Amara, per raccontarle cosa sta succedendo a lui e la sua famiglia, nel periodo in cui i nazisti obbligavano gli ebrei a vivere nei ghetti. E poi la conseguente deportazione nei campi di concentramento.

I temi di questo romanzo sono molti e, tra questi, i più importanti sono:

Il viaggio.

Amara intraprende questo viaggio verso Vienna per sapere se Emanuele è morto o no. Un viaggio interiore e reale, che la spinge a cambiare. A vedere lati del suo carattere, che non ha mai preso in considerazione.

In questo viaggio, sul treno, conosce l’uomo delle gazzelle. Un uomo che l’aiuterà a ricercare Emanuele. Un uomo che diventerà molto importante per la giovane giornalista.

Il treno, in questo libro, diventa un simbolo. Simbolo che rimanda anche alle povere persone, che ammassate come animali, venivano portate nei campi dell’orrore. Campi in cui si concentrava la loro fine.

La storia.

La Maraini ha studiato. E non sono di certo io che devo dirlo. Ma, in questo libro vi è uno studio approfondito di tutto ciò che viene narrato: il ghetto di Łódź, il campo di concentramento di Auschwitz, la rivolta di Budapest del 1956. E tanto altro…

Per quanto riguarda lo stile, la Maraini è maestra di stile. Usa la corrispondenza epistolare, come espediente narrativo, per rendere la storia più completa. E la narrazione meno pesante.

Amo la Maraini, perché entra nella storia, come nessun’altro sa fare. Nulla è lasciato al caso, nulla è scontato.

Voto: 9

Mil besos,

Em@

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136: 17 settembre (Ora)

Buen@s,

I pomeriggi in città sono sempre uguali. Corso, gelato alla villa, libro alla panchina della villa. E corso.

I primi pomeriggi prima di tornare a lavoro, il corso è vuoto. Sembra di stare in un posto inesistente senza luce, né gas. Un posto dove le mattonelle antiche ricordano che un tempo, qui, c’era una vita.

Le protagoniste, dei pomeriggi alle 3, sono le badanti.

Precisamente le tre badanti, che tutti i giorni sembrano calpestare una passerella. Bionde, alte e sicure. Sicure di quello che sono, sicure che prima o poi cambieranno vita. Ma, ora, vivono il presente.

Un presente dove si stupiscono di poco. Un complimento detto piano, una frase di cortesia, una borsa comprata al cinese, che tra qualche settimana si romperà.

Le tre amiche, ora, sorridono, ridono. Parlano dei figli lontani, si fanno i complimenti. Che bella che sei oggi, dice una. L’altra non risponde. Perché a loro serve uno sguardo per capirsi. Uno sguardo complice.

Le tre amiche, ora, mangiano il gelato, in una pachina all’ombra. E si scambiano consigli. Consigli su come comportarsi con la Signora. Consigli su dove comprare gli alimenti, trucchi e vestiti non troppo cari.

Le tre amiche sono libere e non devono nascondersi. Perché a loro non importa apparire. A loro importa essere. A loro non importa nascondersi in conformismi borghesi, che lasciano il tempo che trovano.

Tutti i pomeriggi, per il corso e alla villa, ci sono tre amiche bionde.

Non hanno parenti né figli, perché sono rimasti al loro paese. Non hanno case né proprietà, perché accudiscono tre signore anziane in case centrali.

Hanno la concezione del presente.

Che a molti di noi manca.

 

Mil besos,

Em@

135: 16 settembre (Un po’ di me #22)

 

Buenas,

oggi è venerdi, come si sa. Sto scrivendo dalla mia camera, mentre Pedro e Bianca giocano. Oramai sono due settimane che la bianchina è con noi. Due settimane di esaurimento nervoso, misto a gioia. Visto che avere in casa due cagnolini non è cosa da poco! Molti di voi possono caprimi.

Bianca è dolce, ma paurosa. Anche se ultimamente sta sfoggiando un carattere niente male. Pedro l’ha accolta bene. E giocano insieme, come se si conoscessere da una vita.

Di seguito, vi metto delle foto, che ho fatto la settimana scorsa.

Mil besos,

Em@

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134: 15 settembre (Chiamami, cazzo!)

Buen@s,

Una camera vuota. Non c’è nessuno. Ci sono delle scartoffie lasciate dal precedente proprietario, un telefono attaccato alla presa di un muro, quasi cadente. Forse pericoloso.

Questo telefono rosso diventa soggetto di una foto, che ho in mano, fatta dal mio migliore amico per il suo book. Che presenta alle agenzie. Agenzie che quasi mai rispondono, che lasciano sulla scrivania lavori fatti di sudore.

Questo telefono sembra parlare. Ascoltare le voci che un tempo provenivano da lontano. Voci che usavano questo mezzo solo per necessità e non per comunicare sempre e comunque.

Questo telefono sembra quello delle cabine. Che gli amanti utilizzavano di nascosto, perché volevano essere liberi di dirsi amore, ti amo, che bella che eri oggi.

Questo telefono sembra quello delle risposte importanti. Signora, la chiamo per dirle che ha superato il colloquio e da oggi è la nostra nuova segretaria.

Questo telefono per gli altri, invece, è un oggetto che fa da contorno ad un ambiente vuoto, nonostante ne sia il protagonista. Un oggetto senza anima, né parole. Senza attese, né ritorni. Senza adrenalina prima di ricevere una risposta. La risposta.

Ripongo la foto nel book ed esco.

Esco senza dire nulla, mentre un suono mi annuncia che mi è arrivato un messaggio su whatsapp.

Un messaggio di uno, che conosco di vista, che mi deve parlare di un lavoro. Che non chiama perché forse è più semplice così.

Mil besos, 

Em@

135: 14 settembre (Cara zia…)

Buen@s,

                                                                                                                           Pescara, 14 settembre 2000

Cara zia,

qui dalle mie parti, la solita vita. Non mi posso lamentare, perché la monotonia mi rende viva. A differenza, di come la pensano i miei amici. Loro pensano, anzi credono, che solo andando fuori e viaggiando si possa assaporare la vita. Darle un senso.
Io amo viaggiare, come tu ben sai. Ti ricordi la vacanza che abbiamo fatto in Grecia? Che bei momenti e quanta spensieratezza.
Ma, io amo anche vivere la monotonia della mia vita. Alzarmi alla solita ora, fare colazione con il latte parzialmente scremato ed il cacao. Uscire a prendere il giornale. Farmi una passeggiata, prima di andare all’Università. Lo sai quante scoperte mattutine? Tante. Un fiore nuovo, un prato diverso. Un passante mai visto. Che ha sempre qualcosa da raccontare. Ad esempio, oggi ho intravisto un uomo che assomigliava allo zio: alto e prestante, con gli occhiali simili a quelli di Pessoa, e un andamento un po’ curvo. Mi è scesa anche qualche lacrima, perché da quando lo zio è morto, ha lasciato un vuoto incolmabile. Ci penso sempre e quando vedo qualcosa o qualcuno che mi fa pensare a lui, piango. Lo sai che sono sensibilie, zia! La sensibilità, una brutta e, a volte, bella bestia. Dipende dalla prospettiva da cui la guardi.
Tornando alla monotonia della giornata, ti parlo del mio pomeriggio. Solitamente studio, perché la mattina ho le lezioni. In questo periodo, sto affrontando lo spazio nelle opere di Federico García Lorca. Ed in particolare le mura de La Casa di Bernarda Alba. Mura bianche che isolano le figlie di Bernarda dalla realtà, mura che circoscrivono, che allontanano il fluire naturale della vita.
Come quando hai un blocco interiore e non riesci ad emergere, perché qualcuno o qualcosa, ti impedisce di fare un passo in avanti. Il passo fondamentale che serve per cambiare. Per vivere. Zia, come quando Luca non mi faceva uscire, perché era geloso. E io acconsentivo. Acconsentivo perché non ero forte, non avevo in mezzi per essere la vera me stessa.
Zia, ora ti devo lasciare, perché è quasi l’ora di cena. Devo preparare che papà torna. La mamma tornerà più tardi. Stasera patate al forno e salsicce. Dovrei stare un po’ a dieta, ma stasera faccio uno strappo alla regola.
Zia, ti mando un bacio forte e un abbraccio sentito, la tua nipote pensierosa.

                                                                                                                                     A presto, 

                                                                                                                                            Maria

 

Mil besos, 

Em@

134: 13 settembre (Un nuovo inizio)

Buen@s, 

Sono alla fermata dell’autobus. In una Roma in movimento.

Gli studenti sono già tornati, le mamme assillano i figli già con i compiti. E’ solo il primo giorno di scuola.

La fermata non è molto accogliente. Non c’è un posto dove sedersi.

Mi siedo su uno scalino. Affianco a me, c’è una rumena che litiga in rumeno con il suo fidanzato. E’ un litigio non da poco. Lei piange disperata, le lacrime continuano a riempire un viso oramai stanco.

Forse non è la prima volta che litiga. Forse è un circolo vizioso dal quale non sa uscire.

Anche io, qualche tempo fa, ero innamorato di un ragazzo. Preso. Infatuato. Vedevo solo lui, pendevo dalle sue labbra. Lui mi tradiva, mi faceva soffrire. Ma, puntualmente ci tornavo. Come un cane bastonato. Ferito.

La rumena continua ad urlare. Tutti si girano. Io faccio finta di niente.

Continuo a leggere un libro, che avevo appena iniziato la mattina. Faccio finta di leggerlo.

La rumena urla per l’ultima volta. Come ha urlato Bruna, il cagnolino di mia zia, prima di morire. Un urlo pieno di ferite, laceranti. Ferite che ci indirizzano verso due strade: vivere o morire.

Bruna, purtroppo, è morta. Aveva un tumore.

La rumena ha scelto di vivere. Di mettere un punto a una relazione, senza fine. Una relazione che iniziava, finiva, ed iniziava nuovamente.

Ho preso l’autobus. In lontananza, la rumena piange lacrime, come non mai. Lacrime che fortificano, perché ha capito che, a volte, si deve scegliere. Mettere un punto.

E riniziare.

Mil besos, 

Em@

133: 12 settembre

Buen@s,

Persa. Cerco una direzione. Bianco è il colore che vedo. Bianco reale. Non sporco o panna.

Bianco come la neve di dicembre.

La prima neve. Quella che cade incessantemente. E mi isola in una città che non mi appartiene. Non sono me stessa. Non sento vibrare emozioni che vorrei provare a cena, con un bel tipo, mentre ci guardiamo. E io gli dico: “Come sei carino!”

Lui però non mi risponde. Continua a guardarmi negli occhi. Accetta il complimento. E lo ricambia senza parlare.

Bianco come una pagina senza quadretti. Senza righe.

Un bloc-notes bianco, dove ci può disegnare, scrivere appunti. Frasi sospirate. Emozioni che trasformi in parole, che metti in una carta apparentemente uguale. Che d’improvviso diventa tua.

Bianco come un cane bianco.

Che ha paura, di tutto. Tutti. Che si ferma, ovunque. Perché qualsiasi rumore lo distrae. Qualsiasi persona gli mette timore. Poi, però quando gioca con gli altri cani, lo vedi libero. Felice. Con la coda che oscilla. E la fierezza di aver condiviso quell’attimo con i suoi amichetti. Poi, tutto torna uguale, quando lo riporti in strada. La strada che lo riporta a casa. Una casa che gli appartiene, ma che ancora non sente sua.

Persa. Cerco una direzione. Un colore. Qualcosa che renda speciali le mie giornate. Che le renda dinamiche. Vive. Come gli interni degli asili, con immagini tutte colorate. Come il parco giochi della villa, che si riempie di bambini, a qualsiasi ora. A partire dalle 15.30, ora che è iniziata la scuola.

Persa, cerco strade dinamiche, sentieri colmi di erba verde, forni che aprono alle quattro di mattina. Con l’odore del pane, dei dolci, che preannunciano una nuova giornata.

Una giornata particolare.

Forse azzurra, o verde.

Rosa

Mil besos,

Em@