Storie

Quando qualcuno passa…

Rumori di macchine: sono le 3 di pomeriggio. Ma, si sentono in lontananza.

Una macchina al lato della mia panchina sembra morta. È grigia. Vecchia.

Bianca è la casa di fronte. Senza personalità. Costruita a blocchi negli anni ’70. Quando forse c’era ancora voglia di costruire. Costruire e non distruggere. Come oggi. O lasciare all’abbandono.
Le finestre sono chiuse. Chiuse da tempo. Come quelle che vedi lungomare d’inverno. E che sai torneranno a vivere d’estate.

Gli autobus gialli continuano a passare. Non come l’ora di punta. Ma, si sa questo avviene in tutte le città. Soprattutto di sabato, quando il silenzio cala sul giorno.

Un uomo nero, vestito di nero, con occhiali neri e scarpe nere, passeggia. E parla con la sua amante al telefono. Non capendo che a quest’ora le sue parole sono più incisive. Per nulla scontate. Più forti, anche se dette sottovoce. Per non farsi sentire.

Una ragazza di nome Azzurra parla anche lei al telefono. Ma, con la madre. Che la sgrida per non so quale motivo.

Una campana suona tre volte.
Sono le tre.
Las tres de la tarde.
Il silenzio si nasconde nell’ombra e si trasforma in rumore, quando qualcuno passa.

Storie

La perseveranza del sarto

Si alza presto senza pulire la casa. La crosta marrone del piano cottura oramai è un ornamento, come il quadro che gli ha regalato il figlio e che ha appiccicato al muro, sopra il divano della sala.
Esce, dopo essersi lavato, e si reca al negozio, boutique, cantina, luogo di ritrovo.
Ha 75 anni ed è solo. Solo con gli aghi, fili le stoffe e tessuti.
Anche oggi era lì come tutte le domeniche da quando la moglie è venuta a mancare e i giorni sono tutti uguali. Uguali come quando faceva il servizio militare e non aveva voglia di stare in caserma.
Oreste anche oggi era lì chino sul suo lavoro, sorridente con una musica di sottofondo anni ’60, che ogni tanto gli fa alzare il capo e pronunciare qualche parola.
Parole degli anni passati che avevano senso di esistenza, dato oggi solo dalla sua passione e dal suo lavoro.
Dalla sua perseveranza.
La perseveranza del Sarto.

Storie

Giugno

Giugno.
Gli ombrelloni iniziano a giocare tra di loro. È il primo bagno.
Primi adolescenti che saltano scuola per godere il sole. La salsedine e il sapore della pelle.
Una pelle liscia. Beati loro!
Una pelle che sa di sapone di Marsiglia. Nel caso di lavaggio completo.
Che sa di sudore accennato nel caso di lavaggio semicompleto. Per via della levataccia mattutina e dell’autobus pieno.

Giugno.
Le mamme non riposano. I figli iniziano a chiedere: “Mamma posso fare questo? Andare al campo estivo? In piscina con i genitori di Luca?”
Le mamme iniziano a dimenticare l’oasi di febbraio. Quando col brutto tempo, di mattina, prendevano il cappuccino di soia con le amiche delle 8.

Giugno.
Nuovo sole. Nuove esperienze. Nuova luce. Nuovo giorno. Giorno più lungo.
Siamo solo a marzo.
Ciao Giugno! Per adesso.

Storie

Ahimè 


Il sole mi trafigge.
Non ci vedo.
Chiudo anche gli occhi.
Palline nere si muovono. Di qua. Di là.
Sono il frutto di una cervicalgia potente che mi blocca nei momenti in cui perdo l’equilibrio. Nei momenti in cui le azioni quotidiane sono una pura formalità. Formalità monotona quasi burocratica. Anzi burocratica.
Le palline continuano a muoversi e io a chiudere gli occhi.
Vorrei si fermassero.
Ma, so che restano in silenzio con il tempo. Non domani. Fra una settimana, se riposo.
Fra una settimana se smetto di correre.
Di rincorrere le risposte, le domande e i ma.
Di rincorrere Bau Bau di cani e una donna che insegna a suo figlio a fare selfie.
E a mettersi in posa.
Una posa che mai riposa.
Ahimè. 

Storie

Linee d’ombra

Linee dritte, storte. Passaggi quasi mai accessibili. Uno stop che non ti fa andare oltre. Oltre quello che vorresti. Oltre quello che sei.
Poi arrivano quelle linee d’ombra, come dice Conrad, che ti permettono di capire cosa vuoi veramente (Anche se inizialmente non vedi e ti sforzi di vedere l’orizzonte, perché sei abituato alla felice giovinezza).
Poi, col tempo, inizi a percepire quelle linee di demarcazione, che fanno paura. Ti fanno sbarellare.
Ma, sono quelle linee che ti fanno capire che qualcosa è cambiato. Che il cielo non è sempre sereno. E le nuvole viaggiano veloci. Senza mai fermarsi. Brrr.

Storie

Adela e il suo vestito verde


Adela indossa il vestito verde. Quello del matrimonio della sorella. Quello che ha scelto per l’occasione e non smette mai di indossare. Come chi porta i capelli da un lato per non far vedere la calvizie.
Quel vestito lo indossa sempre. A scuola, mentre spiega ai ragazzi. Parla di Lorca e della sua prematura scomparsa.
Al mercato quando sceglie la frutta per la mamma. Rigorosamente senza imperfezioni. Rigorosamente di prima qualità.
Al cinema quando con la sua amica Rita parla di Scola e dei suoi film più belli. Mentre mangia i pop corn e sbircia le notifiche su Facebook, per vedere se il post postato qualche ora prima ha riscosso il successo. Che lei riconosce. Ma, gli altri molto spesso no.
La sera, quando torna a casa, Adela lava il suo vestito. Ogni due giorni solitamente, usando l’apposito programma per asciugarlo.
Si addormenta con il rumore della lavatrice e, nei giorni in cui non la fa, spera che piova. Per non sentire le domande della sua mente, che quasi sempre la lasciano k.o.

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Respiro


Sabato di marzo.

Una chiamata scuote il mio sistema nervoso.
Sono seduto e bevo un caffè. Il terzo della giornata. Lo bevo con calma.
Sono con i miei genitori anziani che,  seduti in circolo, fanno finta di niente.
Notano in me qualcosa che non va.
Qualcosa che mi rende triste, forse troppo diverso da come sono solitamente.
La cucina è pulita. Nei minimi dettagli. Le orme della polvere, da quando c’è la badante rumena, sono solo un ricordo.
La luce della cucina è gialla. Quasi bianca. Come quelle degli ospedali che delimitano reparti diversi. Che paura!
Esco per un attimo.
Vedo la finestra della cucina. I miei genitori seduti in circolo. Sembra una casa diversa.
Quella telefonata mi ha cambiato la vita.
E ha reso lo spazio inquietante.
Uno spazio che non è mio. 
Che mi ha fatto uscire fuori e respirare.
Anche solo per poco.