Squarcio di tela

 

tela

 

Una tela, davanti ai miei occhi. L’ha disegnata un mio amico.

A me non piace. O forse troppo.

Due fiori che si baciano. E poi bianco.

Bianco che, a detta di questo mio amico, simboleggia il freddo. E i fiori: due vite che sopravvivono al freddo.

Come due uomini che camminano per strada, asfaltati da occhi curiosi. E bocche indolenzite dal troppo chiacchierare.

Come una mamma straniera e suo figlio. Non hanno un appoggio. Una casa, un tetto, tegole, antenne della tv.

Come la donna obesa e il suo cane, che vedo tutti i giorni passare. Passare mentre lei mangia gelati, poi pizza, di nuovo gelati. Infine, si siede e dice: “Come sono stanca!”

 

Ieri, dopo essermi alzato, lavato e vestito, ho squarciato la tela che questo mio amico mi ha regalato.

Avevo paura. E l’ho fatto, così. Senza pensarci. O forse sì.

 

due fiori

Ognuno ha un suo sasso! Cazzo!

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Sasso.

Un sasso per terra. Che sposto. Che sto spostando adesso. Adesso che fuori c’è il sole. Le nuvole sono partite.

Questo sasso è così liscio, piccolo. Che lo butto oltre il lago. Un lago calmo, dove famiglie fanno finta di volersi bene: panino, baci e abbracci.

Questo sasso lanciato, così, per caso, a caso, non trova pace. Non crea cerchi concentrici in acqua. È volato via. Non si ritrova. Guardo ovunque. Su, giù. Non c’è (Dove sei?).

Forse è dentro di me. Di te.

Ognuno ha un sasso. Sassodipendenza. Una dipendenza che esclude chiunque. Chiunque voglia avvicinarsi.

Sasso. Peso. Grasso. Nero. Scale di grigio.

Ho visto un sasso per terra. Ora, Bianca, il mio cane, lo prende in bocca. Ci gioca.

Forse si romperà i denti per quanto è duro.

Cazzo!

Riflesso di una foto appena scattata

Un tumulto dentro che isola dal mondo. Gioca con la nostra vita. Con chi siamo. Eravamo.

Eravamo bambini che giocavano per strada. Uno, due, tre stella. Mangiavamo pane, olio e mela.

Per strada e dentro le case, i silenzi erano accolti come pioggia che cade in autunno. Quella che si sente. Forte. Che sembra percuotere tegole fin troppo resistenti.

Ora, i silenzi fanno paura, creando un tumulto dentro. Che isola dal mondo.

Tumulto anche fuori: telefoni, computer, connessione. Like. Mi piace. Followers. No me gusta.

Fuori fuori: giardini della villa delineati dal sole di ottobre, Bianca passeggia col suo cane. Cane di cui non conosco il nome. L’aria piacevole si fa sentire, mentre due amiche, ahimè, parlano di hashtag (#), instagram e riflessi di luce.

Riflesso di una foto appena scattata.

web
Foto presa dal web

Aprile quasi maggio

Come un’idea che scorre, veloce.

Sono nato ad Aprile. Un mese, una parola.

Qualcosa che mi rappresenta, forse mi appartiene.

Aprile che bel nome!

Vigoroso e dolce allo stesso tempo.  E’ quasi maggio. Forse amo più maggio!

Sono nato alla fine di aprile e mi sento Maggio. Mi sento l’estate che arriva. Mi sento come un ragazzo che si toglie il maglione di felpa. Quello che ha rubato a suo fratello, che ancora non ritrova.

Mi sento come il primo sole d’estate, che scotta, ma è piacevole. Che ruba l’ombra a due amici che si amano dietro alla chiesa. Una chiesa.

Sono, forse, Maggio. Nato alla fine di Aprile.

Per la precisione: il 25

pusheen25

Umani

Vilma beve un caffè.

Ha 71 anni e vive con sua sorella, che di anni ne ha 84.

Non so il suo nome. Ma, me ne parla sempre.

Vilma beve un caffè mentre fuori: gente va al tribunale. Avvocati distratti. Ragazzi che baciano ragazze e poi ragazzi.

Vilma, questa mattina, doveva venire in palestra. Mi dice sempre che ama la palestra: ridere con le sue amiche, fare gli esercizi che la tengono su. Per un attimo, allontanare i pensieri di donna che si avvicina alla vecchiaia estrema. Come definisce lei, l’ultima parte della vita.

Questa mattina, la palestra era vuota senza di lei.

Vilma continua a bere quel caffè. Oramai quasi terminato.

Si fa delle domande. Alle quali non sa dare risposte. Rispondere. E poi perché?

Ha paura di rimanere sola. Senza la sorella. La sua prima mamma.

Vilma è sensibile, forse troppo. Forse come me, come te che leggi.

Perché si è umani sempre. Non solo a trent’anni. A quaranta. A sedici anni. Quando il sole spacca persino le pietre.

Vilma esce dal bar. E si fa una passeggiata.

Calpestando vie antiche e osservando volti noti e sconosciuti.

Ai bordi di una scala…

Ai bordi di una scala, il tempo si è fermato. Si è fatto piccolo. Non esiste.

Non occorre sapere da dove proviene quella paralisi, perché ora non ci può fare nulla.

Sergio, seduto sul primo scalino, piange lacrime. Lacrime amare. Derivate da un senso di vuoto, di inutile inesistenza.

Vorrebbe gridare al mondo “Ci sono!”

Ma, si è stufato.

Si è stufato dei no, di non essere nessuno.

Non aspira ad essere un poeta o un artista. Un mago o un ministro. Vorrebbe essere qualcuno riconosciuto socialmente. Che può essere d’aiuto. Che può vantare ai suoi occhi quello che è. Che è diventato.

Purtroppo, la vita è un treno. Va troppo veloce. A volte, si perdono le fermate. Non per colpa nostra. Ma, di un destino.

Un destino che non ha una definizione, che non si può addobbare come un albero di Natale.

Un destino buio o di luce. Che esiste.

Ai bordi di una scala, Sergio ha smesso di piangere. Ora è calmo.

Fuori il sole delinea le case, i bambini vanno in palestra. E le maestre, indaffarate, parlano solo di scuola.