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Sei: I tramonti

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I tramonti sfiorano i visi. Nonostante il giorno sia passato. Nonostante ci siamo visti per tutta la giornata.

È strano. Ma, non lo è. Allo stesso tempo.
Perché al tramonto, ad esempio, al mare,  tutto è più intimo. Ma è quell’intimita’ da primo appuntamento: ci si guarda negli occhi, a volte ci si perde in quelli dell’altro. A volte.

Mi piace il concetto di sfiorare. Perché nello sfiorare, quasi toccare, c’è tutto. C’è la voglia di conoscersi, di toccarsi, di baciarsi. La voglia di volere qualcosa e di non averla subito. Come quando ti sacrifichi per un obiettivo e a fine giornata sei felice, perché hai messo un tassello in più nel raggiungimento del tuo progetto.

I tramonti permettono agli innamorati di conoscersi, in un ambiente di sottofondo, tra la luce e buio.

Amo il tramonto. Perché c’è qualcosa di magico. Perché nulla è scontato. Perché tu ed io non siamo noi. Ma, siamo ancora tu e io.

Buona serata!

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Cinque: l’albero della mia verità

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A volte mi chiedo se ci sia una verità. E mi  rispondo sempre che la verità assoluta non esiste. Non c’è una verità. Ci sono tante verità. Ognuno ha una sua verità, una propria legge. Che gli permette di capire cosa sia giusto o no per la propria vita.

Mi chiedo come fanno alcune persone a scegliere le verità altrui. Forse è più comodo? Sicuramente lo è. Scegliere le verità altrui è come dire sempre sí ad un capo ed essere succube della propria idea. Un’idea lontana dai nostri principi.

Che cos’è la verità? Non lo so. So solo che una verità assoluta non esiste. So solo che non mi fermo alla prima verità. Ma, vado avanti fino a quando trovo la mia verità. Una verità mai statica. Sempre in movimento.

Notte.

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Giorno Quarto

Ciao,
come va? Bene, male o normale?
Io, rispondo sempre normale perché mi sembra la risposta giusta, azzeccata. Stare bene è troppo, stare male non è quasi mai vero.
Io sto normale. Perché la normalità non esiste. Quindi in realtà sto bene, secondo il mio punto di vista. La mia normalità diversa.

Ho fatto un patatrac. Comunque, oggi ho continuato ad apprezzare la mia città. Una cittadina, nell’entroterra abruzzese. Abito a Chieti alta,
non Chieti scalo. In realtà sono la stessa città, stesso comune. Ma, due realtà diverse. Per motivi positivi o negativi.

Parlo di Chieti alta, solo per esperienza. E’ una bellissima città, ma una città camomilla come la chiamano i teatini. Non succede mai nulla e quando succede qualcosa, quel qualcosa diventa un fatto di cronaca. Scherzo!!!!

Chieti ha un centro storico bellissimo, antico. Vie caratteristiche e pati di case sensazionali. La scorsa settimana, ho visitato una casa in centro. E ne sono rimasto affascinato. La casa si trova all’interno di una via stretta, apparentemente senza luce, buia.

Entrando da un portone grandissimo, mi sono imbattuto in un corridoio, con mattonelle verdi e bianche, che sprigionava una luce forte ed intensa, proveniente da grandi finestre. L’appartamento era al secondo piano: luminoso, amplio. E aveva un panorama “che te lo dico a fare?”. Da lì, si vedeva il mare e le case, grandi e piccole, facevano da sfondo. Uno sfondo stile Casa della Prateria. Solo stile, però. ;)))

Chieti ha anche molto verde, aria pulita. Amo passeggiare dietro alla Civitella (Anfiteatro Romano) con il mio cane, perché ho la sensazione che la natura, per un pò, si unisca ai miei pensieri.

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Di Chieti, non amo le persone. Alcune sì, intendiamoci. Ma, la mentalità non la sopporto: una mentalità borghese, dove tutti cercano di nascondersi dietro ai ruoli imposti dalla società. Sono tutti personaggi e pensano che essere avvocati, commercialisti, notai, professori, sia l’unico mezzo per esistere. Non sapendo che l’esistenza è essenza, non apparenza.

Come in tutte le cose, anche nelle città, ci sono aspetti che amiamo. Altri un po’ meno. Ma, è proprio nella mediazione che sta la normalità, ritornando alla frase iniziale.

La nostra mediazione, non quella altrui. Perché la normalità assoluta non esiste, quella relativa ci permette, invece, di incastrare pezzi di un puzzle. Che molto spesso, perdiamo per strada.

Un bacio,

Il Vostro Morel

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Giorno terzo

Ciao,
scusate per la punteggiatura, ma scrivendo dal tablet, a volte gli accenti, non sono scritti nella maniera giusta. Perdonatemi!
Sono sulla poltrona. Oggi relax totale. Ho mangiato a casuccia mia, senza nessun tipo di distrazione dolciaria. Meglio per me. E per fortuna dice il sottoscritto. Voi che avete fatto? Avete mangiato?
Mentre mi rilasso, penso. A nulla di filosofico. Oggi e’ festa.
Penso a quelle persone che hanno un’attivita’ o un lavoro importante, di vitale importanza a detta loro, che non fanno altro che lamentarsi o mettere alla berlina (in particolare sui social) le loro imprese lavorative. Tipo :”Stamattina mi sono alzata alle quattro ed ho dovuto fare questo, quest’altro e quest’altro ancora!” Ma chi cazzo te lo ha chiesto? Come se io tutti i giorni scrivessi: “Non riesco ad andare in bagno! Aiutatemi! Ho un pezzo di m… che fa fatica a scendere!” Scusate la volgarita’. Ma, quando ci vuole ci vuole. 😬
Poi, dico tra me e me: “Qui c’e’ un problema di fondo, perche’ chi vuole necessariamente esternare quello che fa, come lo fa e perche’ lo fa, ha un livello di insicurezza tale, che cerca l’appoggio diretto ed indiretto di qualcuno, per brillare.” Ricordiamoci che la luce sta dentro di noi e non fuori. Il fuori ci puo’ prendere pure per il culo. Come molto spesso accade. 😟
Dopo le professioniste, penso anche ai belli o ai finti belli. Sempre sui social. Chiariamoci 😁. I belli, sui social, sono sempre boni. Postano foto quasi per niente ritoccate, perche’ anche l’unghia del piede ha un valore aggiunto. Loro sono belli. Punto. Quando scrivono “Ops! Sono uscito male”, li ucciderei di botte. Li’, in quel momento, che il bello decade. E per me dimenticato nell’oblio. Ci risiamo ancora una volta con la parola “Insicurezza”. E io che non volevo fare le filosofie!
Infine, per oggi, ci sono i/le finti/e belli/e. Quelli/e brutti/e nella realta’, che postano foto alla Bele’n, mentre si fa il bagno, cosparsa da oro, incenso e mirra. E ci riescono anche bene! A volte, sono la fotocopia della mamma di Santiago, ma quando li/le vedi dal vivo, puoi solo farti una risata. E basta.
Infine infine, volevo solo dire che l’insicurezza esternata la brucerei al fuoco, come le costatine di agnello. Mentre, l’insicurezza nascosta, quella che non appartiene alle professioniste, ai belli e i brutti dei social, la userei per capire molte cose.
Perche’ diciamocelo l’insicurezza senza conferme ci porta a superare i nostri limiti. Quella con conferme, a non andare avanti.
E io che volevo dire solo due cose!

Il vostro Morel…
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Emanuele Morel