Sorridi

Sorridi
perché fuori c’è il sole.
Apri quella
cazzo di bocca.
E ridi come
sai fare tu.
Non fare caso ai
denti imperfetti,
alle pagine di ieri.
Ai dolori che
ci sono. E rimangono.

Sorridi perché
è tutto più semplice.
Guardare fuori
sembra un incanto.
Il mare.
Le onde
che toccano i piedi.

#sorridi.

photo of woman wearing sunglasses
Photo by Allison Shannon on Pexels.com
Annunci

Tiepido ottobre

Ottobre
si ricopre di foglie.
Sparse. A terra.

Una gatta
mi osserva. Che vuoi?
Sicuramente mi dice.

Foglie di piante verdi
si muovono.
Mosse da un
vento tiepido.

Tiepido come
un consenso senza consenso.
Che rende più gelida una stanza vuota.
Una frase di circostanza.
Uno schiaffo dato piano.

Ottobre. Foglie.
Gatta. Consenso.
Tiepido.

Tiepido ottobre.

 

autumn autumn leaves blur close up
Photo by Vali S. on Pexels.com

16 agosto: Altrimenti divento un’illusione

Ritornato, mai andato lontano.

Scrivere è una libertà. A volte, troppo lontana dalla realtà. Caos, necessità, macchine che passano. Brum, brum!

Meglio scrivere o vivere?

Meglio vivere per apprezzare quello che si ha. Il tempo, una foglia bagnata. La rugiada. Uno sguardo felino che mi fa solo tenerezza!

Scrivere, però, ti fa andare oltre. Troppo oltre. Lontano. Troppo lontano. A volte, metto un punto. Il punto della scrittura. Una pausa, perché non mi riconosco. Anzi,  mi (ri)conosco troppo.

Conosco chi sono, chi vorrei essere, quello che potrei diventare.

Quando scrivo, sono io tridimensionale.

Quando vivo, sono io attuale.

Scrivo e vivo con la consapevolezza che devo vivere per poter scrivere.

E non scrivere per vivere.

Altrimenti divento un’illusione.

person in vehicle writing in paper
Photo by Phan-Van Masanobu Thai-Binh on Pexels.com

Le finestre degli altri

Cara Kitty,

tornando a casa a piedi, mi sono imbattuto nelle finestre degli altri. Potrai definirmi “curiosone, pettegolo che non sei altro”. Ed un po’ è anche così. Ma, la mia non è voglia di sparlare. E’ solo una sana socialità.

Le finestre degli altri raccontano molto. Quella che ho visto oggi era di una persona sola e molto disordinata. Carte ovunque. Un tavolo arrangiato che ospitava cicche di sigarette e residui di pranzo, su un piatto lasciato lì da qualche ora.

Mattonelle vecchie ed un giornale aperto, posizionato su una sedia vintage.

Ho immaginato la persona che poteva abitare questa casa e sono due le opzioni: o è un uomo anziano o è uno studente fuori sede.

Oppure potrebbe essere un uomo divorziato,senza soldi? Soldi che dà ai figli e alla ex moglie per il mantenimento? Soldi che non vede, perché passano direttamente al conto di Lei?

Continuando a camminare, cara mia, ho abbandonato le case degli altri. E ho scrutato l’orizzonte. Cielo colorato dopo la pioggia. Nuvole grigie che non promettono nulla di buono. Fresco nelle ossa, che mi faceva tentennare. Perché non sono ancora abituato alla nuova stagione!

Un saluto,

E.

finestra
Foto presa dal web

Cara Kitty…

Cara Kitty,

oggi, che è domenica, inauguro questo diario. Non so che direzione prenda. Ma, mi piacerebbe condividere, con te, cose che mi capitano giornalmente. Emozioni che vivo, storie che percepisco. Immagini che catturo. Silenzi che osservo. Vite al limite di una vita vissuta o di una vita nascosta dietro a una coperta di Linus.

Ti chiamerò Kitty, mio caro diario, in onore di Anna Frank. E sicuramente sarà un vanto per te. Ma, soprattutto una responsabilità.

Un saluto,

E.

AnneFrankSchoolPhoto
Anna Frank, foto del web

Il cruciverba

Avrei voluto scrivere tutt’altro. Ma, le parole scorrono verso direzioni sconosciute. Senza ascoltare la ragione, che vorrebbe portarle altrove. Verso verità prestabilite. Quasi conformiste.

Mentre scrivo, una musica di sottofondo mi sostiene. E anche un cane che piange perché vuole rientrare. Vorrebbe avere solo le coccole. In braccio. Mai solo.

Ora, abbaia per dispetto.

Ricordo una panchina, due ragazzi al primo appuntamento. Sguardi teneri, troppo imbarazzati. Silenzi ben dosati da un sospiro che interviene. Uno starnuto che accoglie la primordiale vergogna. Una vergogna che fa tenerezza. Si fa persona nel viso di lei: una cucciola da abbracciare. Lui, ben distinto, persona a modo. Giovane borghese di una Chieti bene, oramai decaduta. Mai fuori posto, mai disattento.

In lontananza, il vero protagonista di questo incontro: l’uomo col cruciverba.

Una macchina aperta, una radio anni ’70. E lui che osserva, coprendosi dietro al suo cruciverba, che tenta di risolvere. Non muovendo mai la penna. Sapendo di non sapere. 

La musica, ora, toglie il respiro a parole oramai sedate da un racconto senza storia.

Che osserva chiunque passi.

Rossetto Rosso

Quelle parole che ti ho scritto…

Ripenso a quel giorno di luglio, quando mi hai chiamato al telefono. Mi hai detto: “Sto per morire! Scrivimi qualcosa da leggere in Chiesa”. Ero atterrito da quelle parole. Non sapevo che dire. Fuori il caldo afoso di luglio, aumentava il senso di vuoto. Vuoto che non aveva appiglio. Un’ancora di salvezza. Vedevo solo il mare in burrasca ed il vento che non si calmava.

Sono passati cinque anni da quella telefonata. Ricordo, ancora, precise, quelle parole dette con fatica. Dritte. Senza giri retorici. Hai chiamato di nascosto. Senza nessuno che potesse sentirti. Al buio di una stanza di ospedale.

Ho sentito quel dolore che sapevi di avere e che facevi finta di coprire, con un sorriso stampato, quando ti venivo a trovare. Ho sentito la tua voglia di vivere, pian piano, distrutta da un tumore violento.

Ho sentito freddo, quel martedì di luglio.

Stavo per laurearmi e stavo ritoccando una tesi fortunata.

Il 24 mi sono laureato. E già non capivi più. Il 31 sei morta, portando con te quelle parole che ti ho scritto.

E che conserverò sempre nel mio cuore.

Rossetto Rosso (1)