Giocare

autumn moments (3)

Giocare quando si era piccoli. Vedevi solo il pallone. Che rotolava, senza direzione. Correvi, per non perderlo di vista.
Giocare tra sabbia e ombrelloni. Eravamo scavatori nati. Nati per costruire castelli, case nuove, diverse dalla realtà. Quanto amo la fantasia!
Giocare tra coperte sgualcite. Guardarsi, annusarsi, sperimentare un corpo, che abbiamo voglia di percepire. Con tutti i sensi. Compresa l’anima, che si nasconde. E che esce in quei momenti. Quanto godo!
Giocare suonando i campanelli. Che adrenalina, che si perdeva nel vento. Troppa velocità per allontanarsi, e non farsi scoprire.
Giocare ascoltando le pietre che cadono, i rami, che sorretti dal vento scivolano, a volte. A terra.
Quanto è difficile la terra. Alzarsi, camminare, ritrovarsi. Conoscersi. Di nuovo amarsi. Allontanare la monotonia.
Quanto è difficile essere, senza apparire. Nascondersi perché non si vuole per forza una conferma. Confermi?
Amo ancora giocare, sul balcone della nonna, che mi chiama e mi dice: “Ema, è pronta la merenda!”

 

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Vite im(perfette)

punto nero

Ci sono delle vite perfette. Le vedi in giro. Ovunque. Bambini felici, mamme sorridenti, padri che giocano mentre riportano i bambini a casa da scuola. Quelle vite, in realtà, non sono perfette, perché c’è sempre un puntino nero nella vita di ognuno di noi. Un puntino grande o piccolo, che si insedia nei nostri pensieri. Nel nostro vissuto, in quello che abbiamo perso. E poi, forse, ritrovato. Quel puntino ci accompagna al mercato, mentre ridiamo con la nostra mamma, mentre fuori piove e sei sotto le coperte. Ogni tanto viene fuori e ci blocca per un attimo. Un attimo, a tratti, infinito. Che ci fa perdere l’equilibrio, il senno.
Ci sono delle vite imperfette, piene di puntini neri. Le vedi ovunque: sull’autobus, mentre parcheggi la macchina. Mentre fuori è buio. E, tu, vedi in tv il Grande Fratello Vip.

11 settembre

Ci sono dei giorni indelebili, che non si dimenticano. Per via di un fatto, un evento inatteso, una frase di circostanza. Che ti segna a vita.

Di quei giorni, ricordi tutto: la colazione, la maglietta che hai messo, i baci dati con tanta enfasi o con molta svogliatezza.

Ricordi anche i suoni, gli odori, i silenzi. Le percezioni e il brusio degli altri. Le immagini delineate che allora avevano un senso. E ora, forse, non più.

Buon lunedi.

Primo Settembre

Primo settembre. Tutto torna, come in un vortice: negozi finalmente aperti, sguardi più riposati in attesa dell’inverno. Le amiche che si scambiano i selfie dell’estate, quelli che hanno dimenticato in archivio. E non anno potuto mandare.
Primo settembre: un nuovo inizio. Programmi che si immaginano. Adrenalina a mille, per via del primo giorno d’asilo dei figli. Per via, dell’aria che dovrebbe pulirsi. Diventare limpida e con un colpo di vento darci uno schiaffo per ricominciare. Di nuovo. Un nuovo inizio che propone sempre speranza e voglia di riuscire. Di riuscire a fare qualcosa. Per noi e quello che siamo!

Buon Primo settembre!

Sedia a rotelle

Un corpo arreso

nel gelo della sua

routine. Quotidianità malinconica.

 

La noia di

quella sedia a rotelle

sempre uguale,

che la obbliga alle attese.

Anche nei silenzi forzati.

 

Fuori. Un mondo

di colori passeggiano.

Verde, giallo, rosa, arancio.

 

Dentro. Anime

strane, che si insediano

nei ricordi. Vacanze.

Panchine di liceo.

 

Vai! Dice sempre a se stessa.

Come per sentirsi viva.

perché se sta ferma,

soprattutto quando già lo è,

si può fare un BUU da sola.

 

Tanto

nessuno

ti/la ascolta.

Ti vede.

 

Nessuno

Ti/le dice

“Come stai?”

“Dove andiamo, ora?”

 

Liberamente ispirato al libro che vedete nell’immagine in evidenza

L’estate di ieri

Anche quando ero piccolo faceva caldo.

Ma, forse, non lo percepivo.

Ieri, d’estate, la musica non terminava.

Si perdeva nel giorno, a casa della nonna.

Con Matteo, giocavamo a Giochi Senza Frontiere.

Il gelato chiudeva la sera, tra silenzi e risate.

Risate quasi mai nascoste.

 

Il giorno dopo e il giorno prima

mangiavo pane e nutella, giocavo a maestri.

Io, ero, sempre il maestro.

Che poi non lo sono mai stato.

E’ un duro lavoro.

Il giorno non finiva mai,

ma non ci pensavi mai alla fine.

Ora, conti numeri, ore, minuti.

Sempre con l’orologio in mente e sul/nel telefono.

 

L’estate di ieri

non finirà mai.

Sarà la gioia dei nostri ricordi,

quelli più veri.

Quelli che non hanno una spiegazione.

Solo azione.

Forse.

Simone 

Anche in Cilento
fa caldo.
In Salento, forse di più.

Simone
sogna
un amore
a forma
di cuore.
Quello delle vetrine
il 14 febbraio.
Quello degli amanti
in una panchina
fuori mano.
“Dai su!”
si ripete ogni
volta.
Ogni volta
che si sente
solo. E
guarda fuori.

“Vieni a fare
la spesa, senza
telefono però!”
Gli dice la mamma
ogni giorno.
“NO, NO, NO!”
Simone ribatte.

Ricerca
l’amore in quel
telefono
fuori
controllo.
Senza
sapere
NADA
di fuori.

Quel fuori
che a molti
fa paura.

Cazzo!

E la notte che è uguale al giorno.

Uccelli
sugli alberi.
Gridano ancora.
Il caldo
non dà tregua.
Come il loro cantare.
FORTE.

Due cani giocano
con una pallina
sporca.
E una macchina
passa, poi
una moto.
E il rumore…

Io aspetto
al semaforo.
Sono un pedone.
Basta! Dico
tra me e me.
Gioco con
una pietra bianca,
aspettando
l’estate:
il senso
di libertà,
la spiaggia,
il mare.

E la notte che è uguale al giorno.

Io vado in palestra.

QUESTA MATTINA

Aria.

Mattino. Mattina.
La fontana rumoreggia.
Non c’è quasi nessuno.
Vento. Venticello accarezza
il viso. Oramai stanco.
Già stanco alle 8.00.
Gli uccellini cinguettano.
I cani abbaiano.
Le macchine che puliscono lo fanno
fino in fondo.
Un fondo di verità a quest’ora.
Dove tutti stanno per uscire
ed il giorno ancora non inizia.
Un giorno caldo.
Caldo come ieri. Forse domani.
Io vado in palestra.

Luce che entra

Quella mattina si è alzato senza dire nulla a nessuno. Uscito con la fretta di chi non apprezza nulla. Nemmeno la colazione sul tavolo preparata da qualcuno che ama. Lo ama.  Ha vagato per vie centrali senza meta. Direzione. Ha vagato per strade sconosciute aspettando qualcosa. Non trovando nulla. Illuminato per un attimo da una luce solare, si è sentito importante. Capito. Si è sentito accettato, amato, osannato, rinvigorito. Quando ha calpestato l’ombra è di nuovo sceso negli inferi dei suoi mostri. Ha vagato ancora, cercando quella luce. Una luce ora scomparsa, impercettibile. Una luce che forse un giorno incontrerà di nuovo. Forse mentre fa colazione ed apprezza un succo d’arancia colmo. E un panino del giorno prima con la marmellata comprata dal fruttivendolo. l