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Non passa niente

Mi lascio trasportare dal buio. Non so definirlo. Mi fa paura, ma blocca il tempo. Lo rende statico, per un po’. Una bolla di sapone, tu sei dentro. Tanto non scoppia quando è buio. Fuori non c’è nessuno. Forse qualche schiamazzo di adolescenti arrapati, dopo la discoteca. Gente trasuda sesso, divertimento senza precauzioni. Tu sei, lì, guardando il buio. Vuoi afferrarlo. Non puoi. Riempirlo, non puoi. Sognare, vivere vite di altri. Che di notte si nascondono, in macchine fredde, senza aria calda. Macchine che stazionano ai bordi di una stazione. Anche lì le lancette sono ferme. Vanno avanti, ma hanno più peso. Rispetto al giorno, quando bambini allegri fanno cadere lo zainetto. Zainetto che si apre: bavaglino, bicchiere. Rispetto al giorno, quando le lingue di due sconosciuti-conosciuti si legano, come un nodo. Nodo che non si scioglie. Troppo forte, intenso, quel legame. Legame che dura poco. Perché le lancette, di giorno, continuano a camminare. Fino a quando arriva la sera, la notte. Che paura! Eccolo lì, ci bussa alla porta. E’ il buio: arriva in una velocità estrema. Poi, si ferma. La notte è lunga. Molti dormono. Qualcuno osserva dalla finestra, quello che passa. Ma…non passa niente.

 

 

 

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Il mare che s’intravede…

In macchina, fuori il sole. Il mare non si riconosce. Ma, s’intravede. Forse si vede. Ecco, sì, lo vedo. Ora che non è estate e non c’è nessuno. Ora che i bagnanti mangiano pane e nutella davanti alla televisione. O dormono ancora, tra coperte sgualcite. Per aver fatto un brutto sogno. Una notte di sesso, senza inibizione. Che bello il sesso, al buio. Con uno sconosciuto. Che non conosci. Di lui conosci solo il pisello. Un grande pisello o un pisello grande? Beh dipende. Il sesso è bello anche con chi conosci. Forse più romantico. Il romanticismo cos’è? Una serata a lume di candela, due sguardi che si lasciano coinvolgere dal silenzio, una musica di sottofondo. Poi il sexo: letto, abbracci, baci, amore, tesoro stringimi. Stringimi ancora. E poi…

In macchina, il vento scombinava i capelli ben tirati. Non guidavo, facevo foto. Foto senza precisione. Un albero, la sabbia, uno stabilimento, il cielo, le nuvole. Ed il mare che s’intravede.

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Il mare che s’intravede (Foto: Po Ema)
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Forse domani lo farò

Cambio.

No! Perché dovrei farlo ora.

Ora che ho una casa, due cani e una vista di mattina.

Stamattina ho guardato l’alba.

Un nuovo giorno. Il cielo.

Sprigionava ricordi d’infanzia. Quella che mi ha fatto vacillare. A volte.

Senza un padre. Un uomo di riferimento.

Cambio.

Dovrei andare al nord! Per sognare

una cosa immaginata. Sarà così?

Immagino di studiare sempre.

Letteratura. Storia. Gonzalo de Berceo.

Immagine sfocata per via del tempo.

Non il suo tempo.

Cambio. Adesso.

Non voglio farlo. Ho tutto quello che mi serve: una casa, un piatto di pasta.

Una tovaglia piena di molliche.

Che ogni volta devo pulire.

Pulire per non arrabbiarmi. Con me stesso. Gli altri.

Gli altri che ne sanno di me, di te.

Che ne sanno dei giorni passati a studiare.

Sotto una coperta. Per paura di essere offeso da un bullo, che era puro istinto.

Cane che abbaia. E morde.

Già sono cambiato. Si cambia sempre.

Non mi manca nulla. Non voglio

cambiare di nuovo. Ora.

Forse domani lo farò.

L'uomo del mercoledì

Perdersi

Nero. Notte.

La sera avanza, il giorno si disfa. Bambini tornano a casa dalla palestra, mamme preparano la cena. Quelle ricche, una cena ricca. Quelle povere, il cibo della Caritas.

L’uomo del mercoledì prende l’autobus.

Sono le 8.00 p.m..

Non si vede nulla fuori. Gli alberi oramai riposano, il traffico riduce la sua intensità.

L’uomo sta tornando a casa o va altrove? E’ indeciso. Vorrebbe tornare o non tornare. Perdersi per un po’. Non farsi riconoscere.

Nero. Notte.

I lampioni illuminano ad intermittenza una piazza spoglia. L’uomo del mercoledì, seduto su una panchina rotta, ascolta il mare.

Starà lì per un po’.

malinconia
immagine presa dal web
Diariodicarta

Le finestre degli altri

Cara Kitty,

tornando a casa a piedi, mi sono imbattuto nelle finestre degli altri. Potrai definirmi “curiosone, pettegolo che non sei altro”. Ed un po’ è anche così. Ma, la mia non è voglia di sparlare. E’ solo una sana socialità.

Le finestre degli altri raccontano molto. Quella che ho visto oggi era di una persona sola e molto disordinata. Carte ovunque. Un tavolo arrangiato che ospitava cicche di sigarette e residui di pranzo, su un piatto lasciato lì da qualche ora.

Mattonelle vecchie ed un giornale aperto, posizionato su una sedia vintage.

Ho immaginato la persona che poteva abitare questa casa e sono due le opzioni: o è un uomo anziano o è uno studente fuori sede.

Oppure potrebbe essere un uomo divorziato,senza soldi? Soldi che dà ai figli e alla ex moglie per il mantenimento? Soldi che non vede, perché passano direttamente al conto di Lei?

Continuando a camminare, cara mia, ho abbandonato le case degli altri. E ho scrutato l’orizzonte. Cielo colorato dopo la pioggia. Nuvole grigie che non promettono nulla di buono. Fresco nelle ossa, che mi faceva tentennare. Perché non sono ancora abituato alla nuova stagione!

Un saluto,

E.

finestra
Foto presa dal web
Diariodicarta

Cara Kitty…

Cara Kitty,

oggi, che è domenica, inauguro questo diario. Non so che direzione prenda. Ma, mi piacerebbe condividere, con te, cose che mi capitano giornalmente. Emozioni che vivo, storie che percepisco. Immagini che catturo. Silenzi che osservo. Vite al limite di una vita vissuta o di una vita nascosta dietro a una coperta di Linus.

Ti chiamerò Kitty, mio caro diario, in onore di Anna Frank. E sicuramente sarà un vanto per te. Ma, soprattutto una responsabilità.

Un saluto,

E.

AnneFrankSchoolPhoto
Anna Frank, foto del web
Diariodicarta

Il cruciverba

Avrei voluto scrivere tutt’altro. Ma, le parole scorrono verso direzioni sconosciute. Senza ascoltare la ragione, che vorrebbe portarle altrove. Verso verità prestabilite. Quasi conformiste.

Mentre scrivo, una musica di sottofondo mi sostiene. E anche un cane che piange perché vuole rientrare. Vorrebbe avere solo le coccole. In braccio. Mai solo.

Ora, abbaia per dispetto.

Ricordo una panchina, due ragazzi al primo appuntamento. Sguardi teneri, troppo imbarazzati. Silenzi ben dosati da un sospiro che interviene. Uno starnuto che accoglie la primordiale vergogna. Una vergogna che fa tenerezza. Si fa persona nel viso di lei: una cucciola da abbracciare. Lui, ben distinto, persona a modo. Giovane borghese di una Chieti bene, oramai decaduta. Mai fuori posto, mai disattento.

In lontananza, il vero protagonista di questo incontro: l’uomo col cruciverba.

Una macchina aperta, una radio anni ’70. E lui che osserva, coprendosi dietro al suo cruciverba, che tenta di risolvere. Non muovendo mai la penna. Sapendo di non sapere. 

La musica, ora, toglie il respiro a parole oramai sedate da un racconto senza storia.

Che osserva chiunque passi.

Rossetto Rosso