Scrivere

 

Scrivere genera attimi, che non abbiamo mai vissuto. Incontrato. Sono attimi che cerchiamo di capire, che scorrono veloci. A volte, afferrati da un piccolo ricordo, fermo. Impassibile. Che vogliamo delineare, toccare, considerare. Covare.
Per giorni, non ho scritto. Ho vissuto il giorno che si sveglia, il dentista, il postino che suona alla porta. Ho mangiato, fatto attenzione ad un dente, che si sta spezzando. Andato in palestra, dormito, riposato. Amato il cane. Fatto stretching, chiamato Mattia al telefono. Dormito. Ho letto anche poco, poche pagine. Distorte forse da pensieri che generavano ansie sconosciute. Ora conosciute, buttate via come una carta nella pattumiera. Arrotolata, con forza. E magicamente inserita all’interno di un aggeggio di plastica, che dovrebbe contenerla.
Non ho scritto, letto. Ho vissuto, riso e sorriso. Ma, una parte di me si è sentita vuota. Perché amo dire, raccontare, forse conciliare anche il sonno. Amo leggere storie che non vivrò mai. E che forse assaporerò davanti a una bistecca, forse no.
Non vivo per scrivere. Né per leggere. Ma, vivo anche per essere me stesso. O qualcun altro.

Nota bene: il sito avrà un altro nome. E si chiamerà semplicemente Em@, come il sottoscritto! In evidenza, naturalmente, Pedro e Bianca, i miei due cani!

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26 settembre: Tornerò domani, forse no.

Buen@s, 

Torno a casa da scuola. Tutti i giorni. Alla stessa ora.
Apro la porta. Entro.
Guardo se è tornato qualcuno. Ma, non torna mai nessuno.
Io, continuo a guardare, perché mi sento sola. Ho solo 16 anni.

La tavola, come sempre, non è mai imbandita.
Prendo la tovaglia, metto un piatto. Poi un bicchiere. Poi la forchetta.
Apro il frigo: due wurstel.
Prendo una scatoletta di mais dalla credenza.
Verso tutto nel piatto.

Mangio sola.
Ci metto più del dovuto perché immagino di avere due sorelle con cui parlare di compiti, vestiti, interrogazioni.
Immagino una mamma che mi versa dell’acqua e me la rimette. Senza che glielo chieda.

Continuo a mangiare.
A fissare dall’altra parte del tavolo un padre immaginario. Perché quello reale non esiste. In verità, esiste. Ed è vivo.
Ma, è assente.

Dopo il pranzo,
lavo il piatto. Poi il bicchiere. Poi la forchetta.
Ripongo la tovaglia.
Vado in bagno. Poi in camera a fare i compiti.

Alle 9 tornano i miei genitori.
Rimango in camera perché quasi sempre mi addormento.
Loro non entrano. Non cercano nemmeno di bussare.

Perché sanno che ogni mia parola diventa fuoco.

Appoggio la testa sul cuscino.

Mi sveglio l’indomani quando i miei sono usciti.

Faccio colazione.

Esco.

Vado a scuola.

Oggi non rientro. Tanto nessuno se ne accorge.

Tornerò domani. Forse no.

Mil besos,

Em@

26: Perdersi

perdersi

 

Perdersi è immergersi in quello che siamo. Che forse saremo!

Perdersi presuppone un lasciarsi andare. Togliere quei freni inibitori che ostacolano il cammino dei nostri pensieri.

Perdersi in una strada che non porta ad una meta può essere angosciante. Ma, nello stesso tempo motivante. Un motivo in più per conoscere, scoprire.

Perdersi negli occhi di colui o colei che amiamo è un continuo tormento. Tormento positivo o negativo. Tormento pieno di turbamento, gioia, eccitazione. Un Amore con la A maiuscola che non lascia scampo.

Perdersi per poi ritrovarsi non sempre è una sconfitta. Ci si ritrova forse più maturi, meno scontati, più accomodanti. Come due amici che non si sono visti più da tempo per un motivo futile e che si incontrano per caso in un bar di un autogrill. Due amici che si sono perdonati con un sorriso sentito ed un ciao di circostanza.

Perdersi non è necessariamente un vuoto metafisico. Forse è un modo per capire chi siamo, e chi forse saremo.

Perdersi, in un giorno piovoso di marzo, è il miglior modo per capire che c’è sempre una via d’uscita ed un perdono (forse!).

Buon@ serata,

Em@