27 settembre: E ora non so che fare.


Buen@s, 

Ho camminato per mesi. Girato posti. Visto ruscelli ed erba sempreverde.
Ho amato senza definizione quattro ragazzi. Non insieme. Uno dopo l’altro.
Ho letto molto, scoperto posti esotici. Monumenti d’incanto. Silenzi che non conoscevo. Mai percepiti.
Ho fatto l’amore in spiaggia, al cinema e al parcheggio del supermercato.
Ho detto ciao, mentre ero in macchina, a sconosciuti. Che stupefatti si chiedevano chi fossi.
Ho assaporato cucine. Gusti nuovi. Gusti che conoscevo, ma completamente diversi.
Non mi sono mai fermato.
Ho sempre reagito ed agito.
E ora che mi trovo davanti alla porta della mia casa di sempre, non riesco a controllare l’equilibrio che mi sono costruito.

Sono fuggito. 

E ora che sono tornato, non so che fare.

Mil besos,

Em@

26 settembre: Tornerò domani, forse no.

Buen@s, 

Torno a casa da scuola. Tutti i giorni. Alla stessa ora.
Apro la porta. Entro.
Guardo se è tornato qualcuno. Ma, non torna mai nessuno.
Io, continuo a guardare, perché mi sento sola. Ho solo 16 anni.

La tavola, come sempre, non è mai imbandita.
Prendo la tovaglia, metto un piatto. Poi un bicchiere. Poi la forchetta.
Apro il frigo: due wurstel.
Prendo una scatoletta di mais dalla credenza.
Verso tutto nel piatto.

Mangio sola.
Ci metto più del dovuto perché immagino di avere due sorelle con cui parlare di compiti, vestiti, interrogazioni.
Immagino una mamma che mi versa dell’acqua e me la rimette. Senza che glielo chieda.

Continuo a mangiare.
A fissare dall’altra parte del tavolo un padre immaginario. Perché quello reale non esiste. In verità, esiste. Ed è vivo.
Ma, è assente.

Dopo il pranzo,
lavo il piatto. Poi il bicchiere. Poi la forchetta.
Ripongo la tovaglia.
Vado in bagno. Poi in camera a fare i compiti.

Alle 9 tornano i miei genitori.
Rimango in camera perché quasi sempre mi addormento.
Loro non entrano. Non cercano nemmeno di bussare.

Perché sanno che ogni mia parola diventa fuoco.

Appoggio la testa sul cuscino.

Mi sveglio l’indomani quando i miei sono usciti.

Faccio colazione.

Esco.

Vado a scuola.

Oggi non rientro. Tanto nessuno se ne accorge.

Tornerò domani. Forse no.

Mil besos,

Em@

27: Luoghi di Transito

sedia

Andavo spesso a Roma per l’Università. Davo gli esami da non frequentante. Quasi sempre prendevo l’autobus e ovviamente scendevo alla stazione.

La stazione come luogo di transito: un luogo indefinito con un bar, dei bagni, un edicola, un chiosco di panini, chioschi di biglietterie.

Gente diversa con bambini che piangevano, mamme che salutavano, nonne con un’unica stampella che attendevano i figli alla stazione, dopo mesi di villeggiatura a Pescara.

In quel luogo di transito percepivo emozioni irreali e riuscivo ad immedesimarmi nelle realtà altrui. O almeno ci provavo. Sorridevo dopo un incontro tra madre e figlio, mi scendeva una lacrima quando un marito salutava la moglie perché andava lontano per lavoro, ascoltavo storie all’insaputa dei protagonisti, che mi permettevano di riflettere su questioni fino ad allora non considerate.

In quel luogo di transito passavano persone che non avrei più rivisto, realtà mai sperimentate e che sperimentavo in un attimo, sensazioni che si trasformavano in verità perché diventavano verità immediate. E non solo percepite.

I luoghi di transito, come le stazioni e gli aeroporti, sono frangenti di vita che sfuggono alla riflessione duratura e ci fanno per un attimo essere come personaggi di libri.

Buona serata,

Em@