Foglie che non cadono

Fuori:vento. Foglie si spostano. Eccole. Sono belle, rimangono attaccate alla pianta. Nonostante lo sbattimento feroce. Feroce come qualcuno che uccide un cane per strada. Con intenzione. Tanto, che importanza ha! Un cane. Un cane, il mio cane, i miei cani, per me, hanno importanza. Sono fondamentali. Come farei senza di loro! Come farei? Si mettono sotto la coperta, sentono freddo. Vogliono sentire il mio calore. Il calore della mamma-papà. Se ci riflettiamo, loro non hanno una mamma vera. Generalmente, la mamma biologica non cresce con loro. No! La mamma e il papà veri siamo noi. Noi che li accarezziamo, diamo loro bacetti. Facciamo la pappa, li facciamo uscire. Quando piove, nevica. Sole di 40 gradi. Loro sono sempre lì. Ti aspettano. Tornano se li sgridi. Hanno paura di essere abbandonati. I miei cagnolini, quando torno a casa,  litigano per finta. Si abbracciano, come umani. Perché sono felici. Felici di rimanere attaccati a me. Come ombre. Come foglie sbattute dal vento. Foglie che non cadono.

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4: Una giostra accesa senza nessuno


Neve. Oramai lontana.
Ora è ferma senza un perché. Decide di sciogliersi in determinati punti. In altri, rimane impassibile. Ferma. Persistente.
I bambini non ci sono. Sono le 4. Molti fanno il tempo pieno. Molti vanno in palestra, a danza, ginnastica, piscina, scherma. Pallavolo, pallacanestro.
Altri vanno sia danza che a piscina. Lo stesso giorno.
Le mamme non ci sono perché impegnate a prendere i figli e a portarli nelle loro attività. I padri assenti, giustificati o no, sono a lavoro. Torneranno a casa solo tardi.
Quando il più grande sta per addormentarsi. Ed il più piccolo già dorme.
Fuori. Vicino alla neve, a una giornata serena e a degli alberi verdi c’è una giostra accesa. 

Senza nessuno.

Em@💘

30 settembre: Buio

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Buen@s,

Non ho paura del buio reale. Quello che riscontri di sera, quando il sole inizia a calare.

Io, di notte, dormo. E anche se dovessi alzarmi, non mi lascio trasportare da quel bastardo che rende la notte, per alcuni, gelida. Mi sono sempre chiesto chi fosse quel bastardo, e forse sono riuscito a trovare la risposta.

Vi spiego.

Quel bastardo si insedia nelle persone anche di giorno.

Quando felice vai a fare la spesa al supermercato e poi ti rendi conto che non hai comprato quella cosa che ti serviva. Rientri, ed esci nuovamente. Mentre ti rechi verso la macchina, felice di tornare a casa, ecco che un cane ti fa cadere a terra. Di corsa al pronto soccorso. Ambulanza chiamata dagli altri acquirenti. E per fortuna hai una prognosi di un mese.

Quel bastardo si nasconde nei giardini pubblici, mentre bambini giocano felici. Improvvisamente distratti da un uomo nero, che promette loro le caramelle. Un uomo nero e buio di cui non vediamo mai il viso. Nemmeno i bimbi si ricordano com’è fatto. Un uomo nero che offre caramelle in cambio di prestazioni sessuali. Per fortuna, le mamme ansiose, molte volte si accorgono di questa figura losca. E denunciano l’accaduto o non fanno andare più i bambini al parco.

Quel bastardo si nasconde nei rapporti non consenzienti. Nelle case di professoresse, che pensano di andare a dormire, come tutti i giorni alla stessa ora. Professoresse che non hanno mai fatto del male a nessuno. Che subiscono, perché loro si fanno scivolare tutto addosso.

E una sera qualunque, di un giorno qualunque, un marito per nulla contento e molto autoritario le fa andare direttamente al campo santo, senza che nessuno possa sentire quell’urlo di disperazione. Un urlo di addio alla vita.

Il buio si insedia in angoli nascosti. Angoli luminosi, che risplendono in case di ricchi, poveri. Patrizi o plebei.

Il buio stravolge le cose, aleggia nell’aria e colpisce chi vuole lui.

Mil besos, 

Em@

37: Scie di presenza

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Venerdì Santo, Marzo 2016

 

Conoscevo di vista una ragazza che scriveva un diario. Parole decoravano la sua elegante agenda. Tutti i giorni andava nello stesso bar, si accomodava nella postazione accanto alla vetrina. Tutti i giorni, con il vento, la pioggia, il caldo, era lì. Il suo appuntamento fisso, la sua dolce dimora. Il luogo per eccellenza in cui le parole dette a caso si trasformavano in testi sensati. Sensati per lei.

Ogni volta che passavo e la vedevo in quel bar, la sua immagine mi metteva in soggezione. Ero timido. Lei no. Era sicura delle sue parole, di ciò che scriveva. Diceva. Anche se non ho mai letto nulla. Era sicura, perché la scrittura la rendeva tale. Era brutta, ma appariva bella. Era simpatica. Lo sembrava. A volte, leggeva e rideva. E segnava tutto nella sua agenda elegante. Era diversa. Diversamente interessante.

Un giorno di fine marzo non la vidi più. Non vidi più i suoi occhi smarriti, la sua sicurezza. Il suo sguardo perso nel vuoto, la voglia di farcela. Nonostante tutto. Non ho visto più la valigia piena di scartoffie, le sue matite ansiosamente appuntite. Non ho visto più la sua presenza.

Ora, ogni volta che passo, ritrovo la sua scia. E ripenso a quello che è stato. A quello che pensavo ogni volta che passavo per quel bar, in pieno centro storico. Ripenso a quella presenza fissa a cui non davo importanza. Che a volte prendevo in giro, a volte analizzavo. Ripenso ad un immagine che non c’è più.

Ora, ogni volta che passo, ritrovo la sua scia. Perché ci sono delle persone, situazioni, cose o case che non cessano di esistere quando la presenza diventa assenza. Assenza reale. Realmente percepita.

Buona serata,

Em@

 

 

30: Febrero

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Era una mattina di febbraio quando arrivai a Aix en Provence.

Freddo. Nebbia. Buio.

In realtà, quando decisi di fare l’Erasmus pensavo a tutt’altro che al freddo, alla nebbia, al buio. Quella mattina era così. D’altronde era Febbraio.

I primi giorni li ho vissuti come un vagabondo, perché non avevo un luogo dove vivere. Mi facevo ospitare da chiunque. E nessuno si tirava indietro. Erano tutti cortesi, gentili, anche se quel legame di amicizia era nato da poco più di un’ora.

Con il passare del tempo quel buio iniziale si trasformò in luce. Emozione pura.

Vivevo ogni giorno al massimo. Andavo a lezione con la mia amica spagnola, mangiavo con Luz, la mia amica francese. E mi divertivo con i miei amici italiani, la mia vera famiglia.

Ridevo per le cavolate, mangiavo ovunque senza essere invitato, andavo in giro senza avere niente.

I legami che si creano nel periodo dell’Erasmus sono legami unici. Forti. Preziosi. Sono legami che resteranno per sempre. Nel cuore.

I posti diventano familiari: la solita boulangerie, il supermercato di Cours Mirabeau, la scuola di danza che frequentavo, il parrucchiere alla moda che costava un occhio della testa. D’altronde era bono. Bonisssimo. Le serate con Adrien, Benoit, alla disco vicino al Casino’ e la camera 105 del Residence Estelan, vicino al Mc Donald’s, dove vivevo. Una camera che ha conosciuto paure, passioni, affetti, pianti, rinunce.

Era una mattina di febbraio, quando tutto iniziò.

Quando la mia vita si scontrò con il nuovo, lo sconosciuto. Quando la mia vita cambiò radicalmente.

Era una mattina di febbraio. Ora è un giorno incerto di marzo, mentre dedico questo post alle ragazze Erasmus, morte nell’incidente di Tarragona, in Spagna. (RIP)

Un beso,

Em@