130: 9 settembre

Buenas, 

Ho 40 anni oramai. A dire la verità, sono ancora un bell’uomo. Senza capelli bianchi. Senza capelli.

A parte la mia calvizie, sono affabile. Ci so fare con le donne. Donne più piccole. Mi piacciono le ventenni. E’ un mio difetto. Ma, l’odore della pelle giovane, mi rende virile. Mi permette di dare più attenzione al mio corpo. Un corpo tonico. Poco palestrato, per nulla magro.

Sono vicino alla finestra della mia camera. Della mia camera d’infanzia. Ogni fine settimana vengo a trovare la mia mamma e l’aiuto con i nipoti. Piccole pesti, che distruggono la casa in un batter d’occhio.

Dalla mia finestra si vedono: una montagna, una casa che qualche tempo fa era un ristorante. Poi è diventata una casa. Poi di nuovo un ristorante.

Dalla mia finestra, ora passano macchine, che trasportano gente. Bambini che piangono, mamme che litigano con mariti sempre assenti. Signore che guidano nonostante l’età. E signori per nulla divertenti che condizionano la guida con un perenne: “Guida piano!”

Io, sono solo in questa camera di ricordi.

La scrivania di quando andavo a scuola. Che è rimasta come un tempo. Giorni interi è stata il mio supporto, la mia fedele amica.

Il quadro che mi ha regalato mio padre per i miei diciotto anni. Lui è un pittore, che io definisco copista. Perché ha una capacità innata di riprodurre in maniera minuziosa tele di artisti importanti.

Poi, c’è il letto. Dove ho pianto. Fatto l’amore di nascosto. Che ho condiviso con il mio migliore amico. Dove ho riso molto. Moltissimo. Sorriso un po’ meno.

Ora seduto a terra, continuo a guardare fuori.

Mentre, mi rendo conto che solo in questa camera mi sento al sicuro. Coccolato. Amato.

Vorrei rimanere sempre qui.

Ma, so che non è possibile.

Mil Besos,

Em@

129: 8 settembre

Buenas,

“Prendo il 170. Tutti i giorni. A volte, cambio posto. Quando lo trovo occupato. Amo il sedile vicino alla finestra. Finestrone unico, direi.

Attraverso Viale Marconi. Vetrine addobbate. Tra tante, ce n’è una a cui ho chiesto lavoro. Ma cercavano fino a 24 anni. Ed io ne ho 25. Per un anno! Che differenza c’è? Non l’ho mai capito.

Nella vita di tutti giorni forse c’è differenza. Non in quella lavorativa! Almeno è quello che penso io!

In un anno cambiano tante cose. Cambia l’amore. Se ce l’hai. Io sono single. L’anno scorso ero fidanzato, con una gatta morta di città, che con le sue borse firmate pensava di cambiare il mondo. E poi con uno problematico come me! La borsa diventa l’ultimo dei miei problemi.

In un anno ho perso un amico. Così, all’improvviso. Incidente stradale. Ho sofferto molto. Che non sono potuto andare al funerale. E salutarlo. Dargli l’ultimo addio. Sono stato per due mesi al letto. Con mia madre che mi portava il pranzo e la cena. Due mesi d’inferno. Inferno freddo.

In un anno, anche se non sembra, sono più evidenti le rughe di tua mamma. Che fa di tutto per nascondere l’età. Anche se io la preferisco piena di rughe, piuttosto che con una faccia rifatta. Stile Cher. Le rughe denotano il tempo che avanza, ma anche il tempo che è passato. Quello che ti ha permesso di diventare quello che sei. Quello che ti ha insegnato tanto, dato tanto. E tolto pure. Purtroppo o per fortuna. Dipende dai casi.

In un anno cambiano gli amici, per litigi futili, per frasi dette male in circostanze dove si doveva per forza essere perfetti. Ma, chi è perfetto? Penso proprio nessuno. L’imperfezione è la perfezione per eccellenza. Frase fatta, forse banale. Ma è quello che realmente penso.

Mi suona il telefono, rispondo. Arrivo alla fermata. Scendo.”

Mil besos,

Em@

128: 7 settembre

Buenas, 

Piove, senza interruzione.

Case aperte, nonostante il tempo. Aperte, nel senso, che c’è qualcuno.

Qualcuno che ascolta, dalla finestra, la pioggia che cade.

Che sbatte contro macchine appena comprate. Che si infrange in capelli appena lavati. In sguardi appena percepiti. Sinceri. Sinceramente innocui.

Due passanti passeggiano. Ombrelli firmati, vestiti di marca. Parole che escono senza sapere quale direzione prendere. Parole che escono, così, per riempire uno spazio. Per riempire il tempo, che, ahimé, inesorabilmente, passa.

 

Piove, senza interruzione.

Due bambini, giocano con due cani, estremamente viziati. Si buttano a terra, alla ricerca di giochi, da ritrovare sotto letti che non hanno mai consumato. Letti puerili, con coperte di Spiderman.

I genitori, in un’altra stanza, litigano. Aiutati da questa pioggia incessante, che nasconde le parolacce, le grida. Gli spintoni, i graffi.

Uno di loro, esce. Lui, ora fuori la porta di una casa singola, mentre la pioggia lo bagna completamente. Pensa che deve cambiare. Devono cambiare le cose.

Non può andare avanti così. Lo deve fare soprattutto per i suoi figli.

 

Piove senza interruzione.

Un uomo si allontana dalla sua casa. Sa che non tornerà più.

Due bambini continuano a giocare con due cani dispettosi.

Una donna, seduta vicino a un camino spento, si fuma una sigaretta. Anzi due. Anzi tre.

Trema perché ha paura. Paura di rimettersi in gioco. Sola, senza nessuno.

 

La pioggia cessa di esistere.

Le nuvole si allontanano, il cielo si apre.

E’ tornato tutto com’era prima.

Solo apparentemente.

 

Mil besos,

Em@

124: 3 settembre

Buenas, 

sto scrivendo ora, perché stasera dormo dai miei. Vado nel mio paese natale e domani ritorno a Chieti.

Il mio paese d’origine ( di cui vi avevo già parlato) si chiama Manoppello. E’ un piccolo paese nell’entroterra abruzzese, a 30 minuti dal mare. A 30 minuti o poco meno dalla montagna.

 

E’ un paese che mi ha dato tanto. Soprattutto nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.

Vivere in un Paese ti permette di apprezzare le piccole cose, lontano dal caos e dalla vita frenetica di una grande città. Ti permette di costruire legami, che perdurano nel tempo. Tempo di ricordi, che affiorano quando sei lontano e tutto sembra non avere senso.

La vita di un Paese è una vita autentica, dove si mangia bene, con prodotti sani. Dove le conversazioni sono un toccasana autentico. Senza doppi fini.

E poi si è tutti cugini. Questo si percepisce soprattutto quando sei fuori. Fuori regione, ad esempio.

Quando stavo all’Università a Roma, incontravo una ragazza di Manoppello, con la quale non avevo condiviso nulla, a causa di età diverse. La conoscevo di vista, sì, ma non c’avevo mai parlato. Invece, quando l’ho vista in Facoltà, sin dal primo momento, si è instaurato un rapporto di fratellanza e di unione. Che ancora oggi dura. Nonostante la lontananza (Lei è rimasta a Roma).

Vi lascio, con un altro video, il “Velo di Manoppello“. Velo portato al fisico Giacomo Antonio Leonelli (che abitava a Manoppello, tra l’altro dove abitava la mia bisnonna), da un pellegrino sconosciuto. Che è scomparso improvvisamente. Senza lasciare traccia.

 

Mil besos,

Em@

 

 

 

 

 

 

123: Due settembre

Buenas,

ho deciso che scriverò, più o meno, a quest’ora (19:45). Perché forse è l’unico momento libero che ho per me.

Ieri, in casa, è arrivata Bianca. Un cagnolino, di quattro mesi, simile a Pedro. Ora sono con Luca in giro. Anche se la piccolina fa un po’ fatica a camminare. Perché  ha paura.

Ieri era tutta intimorita. Oggi, ha fatto uscire un caratterino niente male. Pedro, almeno per adesso, ci va d’accordo. Ci gioca, anche se quando viene presa in braccio, diventa geloso.

Quando passeggiamo è un galantuomo. La difende e la corteggia, come non ho mai visto fare a nessuno. Forse si starà innamorando. Aspetteremo…

La decisione di un nuovo cane nasce dal fatto che Pedro aveva bisogno di compagnia. E già dai primi attimi ho visto che è meno aggressivo. E più sereno.

La decisione di un nuovo cane nasce anche dal fatto che a breve mi trasferirò e lì avrò un pezzo di giardino. Dove liberi, i cagnolini, potranno giocare ( Domani posterò una foto, sempre se ci riuscirò!).

Stasera vi lascio con un video di Mary per sempre; un film cult di fine anni ’80 dove Mery, una delle protagoniste, rivolgendosi al professore, narra come ci si sente ad essere diversi, in quel periodo.

Parole che toccano l’anima, ancora attuali, oggi, nel 2016.

Mil besos,

Em@

Io sono Mery, Mery per sempre…

118: Un po’ di me #21

Buenas,

stanotte, di nuovo terremoto. Bastardo nemico che mette in discussione le apparenti certezze della nostra vita.

Non voglio fare retorica e ripetere frasi fatte e dette, sempre e comunque, ma il terremoto, come qualsiasi evento naturale o tragico, ci fa comprendere quanto siamo piccoli di fronte a Madre Natura.

Il terremoto ci fa capire che non possiamo controllare tutto. E sta parlando uno che cerca sempre di controllare ogni istante della propria vita, per sentirsi al sicuro. Almeno nel proprio nido.

Come nel terremoto de l’Aquila, mi sono alzato prima e ho sentito tutto in piedi. Come se un sesto mi dicesse: “Alzati!”

E poi ho sentito tutto perché la distanza non è così esagerata! 155 chilometri.

Dopo la scossa, io, Pedro e Luca siamo usciti fuori.

Fuori tutte le persone, in pigiama e impaurite, si facevano delle domande. A cui, naturalmente, non sapevano rispondere. E neanche io!

In quegli attimi, l’aspetto positivo è stata la coesione. Unione.

Persone che non si sono mai scambiate parole, in quei momenti erano unite. E come familiari mettevano in evidenza tutta la spontaneità.

In quei momenti, le barriere quotidiane decadono e l’essere umano esce fuori.

Ho ripreso sonno alle 6.00, con Pedro attaccato. L’ho fatto dormire con me perché aveva paura. Anche se sono contro, solo per il semplice fatto che non riposo bene.

Vi lascio.

Spero che stiate tutti bene.

Un saluto,

Em@

116: L’uomo senza definizione

Il diario (7)

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Le immagini corrono. Veloci. Ti passano per la mente ricordi di estati passate, di tempi felici. Al sole. Quando una caramella faceva sorridere un bambino. Quando la piazza era un luogo di incontro.

Tu, lavoravi. Avevi una bottega. Vendevi pane, che acquistavi dal fornaio di fiducia. E formaggio. Formaggio che rendeva inaccessibile una cantina. Una cantina senza finestra, con una piccola porta che si adagiava su scale non proprio stabili.

Hai lavorato per anni, e anni. Hai fatto studiare i tuoi figli, che ora sono lontani. E non ti fanno nemmeno una telefonata. Telefonata che giustifichi sempre, dicendo che sono occupati e che non riescono a trovare un minuto libero. Un solo minuto.

Tu, ora sei solo. Tua moglie vive con un altro. Vi siete separati da 20 anni. Lei si gode la vacanza al mare con il suo “nuovo” marito. E tu vaghi per la città alla ricerca di una definizione. Una tua definizione.

Sembri spaesato. Senza dimora.

Le immagini corrono. Veloci. Ti passano in mente ricordi di estati passate, di tempi felici. Mentre cammini, ai bordi di una fontana. Una fontana che inizia a zampillare.

E, tu, nemmeno te ne accorgi.

114: Un po’ di me #20

Il diario (1)

Buenas,

stamane, io e Luca siamo usciti per goderci un po’ di relax in montagna.

Prima di questa uscita, ho riflettuto molto se uscire o no. Alla fine, ho ceduto.

E sono uscito.

Nel bel mezzo di una campagna sperduta, sento che ho un problema alla ruota. No, non è niente – mi dico. E continuo ad ascoltare la radio.

Radio che rifletteva il mio stato d’umore: sereno.

Continuo il percorso, sento una puzza. Luca ci dobbiamo fermare, perché qualcosa non va.

Ci fermiamo: ruota a terra.

Campagna sperduta. Clima fresco.

Luca cambia la ruota, sostituendola con un ottantino: una ruota tipo del motorino (un po’ più grande) che serve in caso di emergenza. Ruota che non avevo mai visto in vita mia.

Luca è stato in grado di cambiare la ruota. Io gli avevo detto sin da subito: “Chiama un meccanico, perché rimaniamo qui”.
In realtà, sono rimasto affascinato dalla sua estrema bravura.

Mentre, io e Pedro (che si è pure attaccato con un gatto selvatico), come Heidi e Clara, passeggiavamo in verdi campagne, alla ricerca dell’ombra. Che abbiamo trovato solo dopo poco tempo.

Siamo tornati indietro. Niente montagna.

Arrivati a Chieti, abbiamo deciso di andare a mangiare il pesce 🐟🐠, dopo aver lasciato a casa il simpatico cagnolino.

Arrivati al ristorante, mi siedo. E mi accorgo di essere seduto di fronte al tavolo (tipo cattedra e banchi studenti di prima fila) del mio psicologo. Che elegantemente ho salutato. E che elegantemente ha assistito a tutto il mio pranzo. Ma, devo dire che è stato cordiale.

Anche se ho avuto l’ansia di prestazione per tutto il tempo.

Vi lascio e vi mando un beso,

Em@

109: Alle 16 e 15

Il diario (7)

Marisa, questa mattina, ha deciso di leggere, di lasciare da parte i suoi problemi per un po’. Non ha problemi gravi, secondo lei.

Ha le preoccupazioni di una donna comune, di 56 anni, che ha i figli lontano da casa. Casa un tempo piena di orpelli e gelati. Casa mai vuota, sempre in movimento.

Prende la sedia e si siede davanti alla finestra, posta al terzo piano di un palazzo ventilato. Siamo in agosto, fine agosto, e l’aria gradevole si fa sentire.

Da questa mattina, sta pensando di leggere con totale disinvoltura un libro, il libro che ha su un comodino da mesi, forse anni. Non più di due anni, però.

Ha sbrigato le faccende di casa, ha pulito con dedizione il piano cottura e sfregato un pavimento non più brillante, per sentirsi bene nella sua pausa. Che fino a quel momento non aveva mai preso in considerazione.

Sono le sedici e quindici.

Marisa inizia la sua lettura. Una parola, due parole, poi una frase.

La sua mente però non è concentrata. I suoi scheletri nascosti iniziano a dire “ci siamo anche noi”.

Lei vorrebbe evitarli, ma non può. Non ha mai fatto i conti con un passato non triste, ma non felice. Non si è mai comprata una gonna corta, perché un marito padrone l’ha sempre umiliata. Subordinata. Resa quasi schiava. Non le ha fatto mai mancare nulla, vero. Ma, non l’ha mai considerata. Lei non ha mai potuto dire “per me è così”. Mai, e poi mai.

Oramai è abituata. A questa condizione. Ma, le manca quella libertà che aveva da ragazzina, quando leggiadra danzava per strada. E non si vergognava di niente e di nessuno.

Era la seconda figlia di una famiglia numerosa. Ma, era la più simpatica. Aveva sempre la battuta pronta. Mai scortese, mai maleducata. E poi era brava a scuola. Intelligenza sagace. Le insegnanti le dicevano di continuare l’università. Ma, poi incontrò Lui.

Lui che le controllava i soldi nel portamonete. Lui che la umiliava davanti alla famiglia, agli amici. Lui che, a causa della sua ignoranza, la picchiava. Perché non sapeva usare la parola. Ma, le mani sì.

Mani di odio, mani pericolose.

Marisa continua la sua lettura. Legge altre due, tre parole. E chiude il libro.

Si alza dalla sedia e lo ripone sul comodino.

Torna a pulire, perché le pause non riesce a gestirle. Forse riproverà domani. Forse no.

L’aria gradevole diventa fresca, in vista di un temporale imminente.

Temporale interiore che blocca le lacrime di Marisa. Una donna di 56 anni, che ha molto da dire. Da dare. Ma, che parla poco.

Perché si tiene tutto dentro.

85: Un po’ di me #10

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Experiencia, Chieti, ieri

7 giugno

Buenas,

una volta mi è capitato di lavorare per una parrucchiera. Non facevo i capelli, né mi occupavo di make up. Facevo il receptionist in questo centro, che era provvisto di sauna, sala massaggi, solarium, estetiste, e naturalmente parrucchieri.

E io, insieme a una mia amica (che mi disse di mandare il curriculum) facevamo sti cazzo di receptionist. Ma, in realtà eravamo dei servi. Infatti sono durato più o meno due mesi. Poi, mi erano iniziate ad uscire le bolle e il medico mi disse che era causa dello stress.

Comunque, quando lavoravo lì ero come l’assistente del “Diavolo veste Prada”.

Svolgevo le mansioni da receptionist: accoglienza della clientela, sempre sorridente; dovevo rimettere i giornali in ordine, dovevo pulire l’ingresso, le postazioni del solarium e il cesso; dovevo avere un contatto diretto con gli occhi dei parrucchieri, che a seconda di come mi guardavano, dovevo capire se far entrare o no la signora, in sala d’attesa, che sfogliava una rivista di glamour; quando la signora entrava, dovevo chiederle sempre gentilmente se aveva la necessità di prendere un caffè o qualsiasi altra bevanda e se voleva continuare a leggere la colta rivista posta all’entrata. Tutto questo diretto dalla fantastica titolare, e anche simpatica, che rinchiusa nella sua stanza controllava la situation, attraverso lo schermo del suo computer dove apparivano le telecamere di tutto il negozio.

Quando la signora col capello rifatto usciva, dovevi farla pagare e farle i complimenti per il lavoro svolto dai fantastici parrucchieri. Anche se la signora aveva un pelo in testa dovevi dirle farsi tipo: Signora, così sta veramente bene!; Signora, che bel taglio! Vedrà che quando tornerà a casa tutti le faranno i complimenti!; Signora, questo taglio dà risalto ai suoi occhi! E ora che la guardo, le posso dire: “Che occhi!”.

Svolgevo le mansioni di addetto stampa: la titolare, senza nome (per privacy), comprava costumi su internet e molti dei quali non erano di suo gusto. Quindi, il sottoscritto, doveva scrivere mail alle aziende ricche e famose dei costumi, che dovevano essere lette da senza nome (che correggeva le costruzioni delle frasi senza aver scritto mai in vita sua), affinché la merce tornasse indietro.

Oltre alle mail e a telefonate alle case di moda, all’epoca senza nome aveva appena aperto il suo account Facebook. Lei sceglieva in maniera accurata le foto da mettere sul suo profilo e, ogni volta che riceveva un mi piace, dovevo andare nel suo studio (o mentre tagliava i capelli) e renderle nota chi era la persona che le aveva messo mi piace. Se riceveva un commento, e lei era al reparto taglio, dovevo telefonarle. Aveva il cellulare accanto alla postazione del cliente e diceva al povero sfortunato che era una telefonata importante. Si spostava un attimo e mi parlava come se stesse parlando al Papa. Se era un suo amico bono, che commentava, lasciava la postazione e veniva direttamente a rispondere, perché doveva capire come le parole si susseguivano. E se c’erano faccine o punti esclamativi.

Oltre alle mansioni precedentemente citate, e a quelle di contabile, ricercatore di bollette, di professore di prezzi delle varie manicure (manicure semplice, manicure con curativo, etc), catalogatore di trucchi e rossetti, dovevo gestire la clientela che aveva appuntamento con il dottor Sxxxos (non posso svelare il nome), mago dei tarocchi. Ebbene sì, aveva anche questo dottore, oltre al nutrizionista, dietista e preparatore atletico.

Non vado oltre, perché finisce il tempo a disposizione.

Comunque, è stata una bella esperienza che è durata il tempo giusto. Ma, con il senno di poi la trovo molto divertente. Tutto quello citato, è vero! Speriamo che non mi legga senza nome! Ma, credo di no. Lei preferisce blog di costumi! 😉

Vi lascio, con la parola del giorno che è Esperienza.

L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione. (Oscar Wilde)

Pedro dorme, Luca vede la tv, e io vi mando un saluto.

Notte,

Em@