Casa Gialla

Abito in una casa gialla.
Oggi ho un mal di testa tremendo, forse per via di questo vento fresco. Forse perché questa mattina non ho messo la sciarpa. E soffro di cervicale.
Non amo particolarmente agosto. Prima del 15, in particolare.
Le città non turistiche si svuotano, i negozi chiudono e le tre parole “chiuso per ferie” diventano un must. Ovunque ti giri, le trovi.
Dicevo: odio questo periodo perché due sono le cose: o fai qualcosa o non fai nulla. Ed io, che non sono particolarmente socievole, opto per la seconda opzione. Mi pesa un po’. Rimanere da sola ingigantisce tutto ed il nervosismo prende il sopravvento. Quindi penso di leggere un po’ e fare delle passeggiate. Per scaricare l’adrenalina e rimettermi un po’ in forma. Anche se non ne è ho la necessità. Ma, l’attività fisica serve sempre. No?
Abito in una casa gialla. Ho un gatto di nome Simo (perché il mio primo ragazzo si chiamava Simone). La casa è spaziosa, nonostante abbia solo un salotto-cucina, una camera ed un bagno.

Kiss,
Giovanna

Agosto

Sottofondo musicale.
Gli ombrelloni vuoti. Sono solo le 8.00.
E l’estate volge quasi al termine.
Siamo già in agosto.

Uccelli volano su distese senza onde.
Alla radio l’ondata di caldo non cessa di dare notizia. Notizie estremamente destabilizzanti.
Destabilizzano signori e signore che non riescono a capire come il sudore oramai sia diventato parte integrante di un corpo che non comandiamo. Senza comandi. Ahimé.

Ho abbandonato, per un paio di giorni, contatti e media. Che a volte aiutano a sentirsi. Forse anche a esistere.
Esistere in un mondo dove sul piatto devono per forza esserci caviale e champagne.

Vorrei allontanarmi da questa virtuale esperienza. Viverla forse diversamente. Assaporare anche pasta e fagioli. Forse non con questo caldo.
Forse non pensare che riconoscere qualcuno sia legge.
E vedere gli altri come essere umani.
Non come likedipendenti.
Esseri che hanno bisogno di andare in bagno. E non lo dicono.

Agosto. Sfioriscono bellezze.
Bellezze estive.
Che perdono vigore e valore in inverno.
Quando la neve rende tutti uguali.

Domenica d’agosto (o di fine luglio)

Le città di provincia si svuotano di domenica, d’agosto.
Il vento non è né caldo, neanche freddo. Tutto sembra fermo. Anche l’acqua della fontana perde vigore. Il vigore del lunedì.
Una signora con i capelli bianchi, dopo la morte del marito, ha preso un cane. Da allora è diversa.
Felice per qualche secondo.
Ora, Lei, seduta ascolta il silenzio. Il vento. E il respiro, a volte, affannoso di questo cane bianco.
Bianco come la semplicità.
Bianco come i padri che fanno il loro dovere.
Bianco come la camicia bianca di un ragazzo, che porta a passeggio il nipote. Troppo rumoroso per i miei gusti.

Di domenica, d’agosto, le cicale cantano ancora. Ahimé.
Stravolgono, insieme a un vento inaspettato, solitudini ferme.
Ferme come una foto in bianco e nero, dove il colore non esiste.
E dove le immagini non ritoccate conservano pudori oramai scomparsi.

108: Mattina presto

Il diario (2)

 

Mattina presto.

Silenzio quasi utopico.
Muratori iniziano a parlare. Parlano di lavoro a quest’ora. È troppo presto per dire altro.
Macchine passano per andare a lavoro. A volte, troppo velocemente per intravedere chi si nasconde dentro l’abitacolo.
I contorni definiti di alberi e case mi ricordano che è agosto.
Agosto piatto per molti, serrande chiuse per ferie. Fino al 10.
Rumori che a quest’ora non mi fanno paura come i pomeriggi dell’anno scorso.
Una donna abbronzata guarda le vetrine di negozi aperti. Saldi fino al 70 per cento.
Una vecchietta torna a casa dopo la spesa delle 7 e 15.
Una donna, visibilmente in vacanza, è andata a comprare le paste. Per un compleanno imminente.
Agosto, voci di fanciulli in lontananza.
Silenzio, ora distolto da un trapano rumoroso.

Mattina presto, quasi le 8.

Nove: Agosto

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Caldo afoso. Siamo in agosto. Un agosto, di tanto tempo fa. Un agosto spensierato, con il sole in fronte.
Nessun problema, nessuna preoccupazione, nessun modo di riempire il tempo.
Tutto era spontaneo, vissuto, senza “un rimandero’ a domani”. Perché quando si è piccoli non si vive per progettare. Si vive per divertirsi, giocare, buttarsi l’acqua addosso, farsi male, piangere e rialzarsi.
Quel caldo afoso me lo ricordo ancora, ma lo sopportavo a differenza di oggi. Lo sopportavo perché non gli davo un peso. Il peso della maturità.
Agosto: le litigate con mia sorella, la merenda della nonna, il gelato al bar. La felicità di poter condividere un pezzo di torta, fuori, perché allora in paese era tutto più semplice.
Si rideva per una parola detta a caso, per una storia raccontata dalla signora che le sapeva raccontare. E che ci metteva la giusta enfasi per farci sorridere. E poi ridere.
Questa mattina ha nevicato ed io ho ripensato ad Agosto.

Buona serata.