Agosto

Sottofondo musicale.
Gli ombrelloni vuoti. Sono solo le 8.00.
E l’estate volge quasi al termine.
Siamo già in agosto.

Uccelli volano su distese senza onde.
Alla radio l’ondata di caldo non cessa di dare notizia. Notizie estremamente destabilizzanti.
Destabilizzano signori e signore che non riescono a capire come il sudore oramai sia diventato parte integrante di un corpo che non comandiamo. Senza comandi. Ahimé.

Ho abbandonato, per un paio di giorni, contatti e media. Che a volte aiutano a sentirsi. Forse anche a esistere.
Esistere in un mondo dove sul piatto devono per forza esserci caviale e champagne.

Vorrei allontanarmi da questa virtuale esperienza. Viverla forse diversamente. Assaporare anche pasta e fagioli. Forse non con questo caldo.
Forse non pensare che riconoscere qualcuno sia legge.
E vedere gli altri come essere umani.
Non come likedipendenti.
Esseri che hanno bisogno di andare in bagno. E non lo dicono.

Agosto. Sfioriscono bellezze.
Bellezze estive.
Che perdono vigore e valore in inverno.
Quando la neve rende tutti uguali.

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136: 17 settembre (Ora)

Buen@s,

I pomeriggi in città sono sempre uguali. Corso, gelato alla villa, libro alla panchina della villa. E corso.

I primi pomeriggi prima di tornare a lavoro, il corso è vuoto. Sembra di stare in un posto inesistente senza luce, né gas. Un posto dove le mattonelle antiche ricordano che un tempo, qui, c’era una vita.

Le protagoniste, dei pomeriggi alle 3, sono le badanti.

Precisamente le tre badanti, che tutti i giorni sembrano calpestare una passerella. Bionde, alte e sicure. Sicure di quello che sono, sicure che prima o poi cambieranno vita. Ma, ora, vivono il presente.

Un presente dove si stupiscono di poco. Un complimento detto piano, una frase di cortesia, una borsa comprata al cinese, che tra qualche settimana si romperà.

Le tre amiche, ora, sorridono, ridono. Parlano dei figli lontani, si fanno i complimenti. Che bella che sei oggi, dice una. L’altra non risponde. Perché a loro serve uno sguardo per capirsi. Uno sguardo complice.

Le tre amiche, ora, mangiano il gelato, in una pachina all’ombra. E si scambiano consigli. Consigli su come comportarsi con la Signora. Consigli su dove comprare gli alimenti, trucchi e vestiti non troppo cari.

Le tre amiche sono libere e non devono nascondersi. Perché a loro non importa apparire. A loro importa essere. A loro non importa nascondersi in conformismi borghesi, che lasciano il tempo che trovano.

Tutti i pomeriggi, per il corso e alla villa, ci sono tre amiche bionde.

Non hanno parenti né figli, perché sono rimasti al loro paese. Non hanno case né proprietà, perché accudiscono tre signore anziane in case centrali.

Hanno la concezione del presente.

Che a molti di noi manca.

 

Mil besos,

Em@

67: Quel pezzo di Strada

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pezzodistrada, dicembre2015

 

Lettera d’amore

 

A Valeria

Quel pezzo di strada ci stava stretto un tempo. Tua madre che ci fissava ogni volta che ci baciavamo sul motorino. E io ti dicevo: “Ma, questa deve stare tutto il tempo dietro alle persiane?” E tu non rispondevi. Continuavi a baciarmi. E io come un ebete, impassibile, mi perdevo nella tua bocca. Lingua. Saliva.

Mi elettrizzavano i tuoi odori e quel profumo che mettevi dopo palestra. E che oggi ho ritrovato tra gli scaffali di Acqua e Sapone. Pensavo che non esistesse più quella confezione. Invece, esiste ancora. L’ho tolta da quel mobile sprovvisto. E l’ho accarezzata dolcemente, come un bambino che tranquillizza la sua bambola preferita.

Quel pezzo di strada, di fronte al nostro Istituto Commerciale, aveva un bar, un tabaccaio, e un vicoletto dove c’erano la pizzeria e la tua casa. Ti aspettavo tutte le mattine davanti alla porta d’ingresso del tuo palazzo, con in mano una lettera d’amore. Quel dolce che ti piaceva tanto, con marmellata e uvetta all’interno. Tutte le mattine, appena sceso dall’autobus, la mia tappa fissa era il bar D’Orazio. Ti compravo quella lettera e venivo da te. Ero contento, soprattutto di vedere il tuo viso appena sveglio. Senza trucco. Mi piacevi di più al naturale e questo te l’ho sempre detto.

Quel pezzo di strada, aveva anche una panchina, che si affacciava su un panorama fantastico. Stazionavamo lì soprattutto a maggio, quando l’aria era più calda. E i tramonti avevano colori senza definizione. I colori e le associazioni. Il nostro gioco preferito. Ti dicevo un colore e tu mi dovevi dire a cosa ti faceva pensare. Il rosso alla nostra prima notte di sesso. Il bianco alla tua prima comunione, dove ti sei dimenticata le parole, mentre recitavi ad alta voce una preghiera. Il blu al mare calmo d’estate, mentre tu in colonia eri l’unica che rimaneva fissa a guardarlo. Perché ti piaceva l’acqua di prima mattina e il sole che pian piano acquistava vigore.

Quel pezzo di strada, c’è ancora. E tu lo sai. Oggi, ci sono passato. Ero emozionato. Dopo la maturità avevamo litigato. Tu, ti sei messa subito con un altro e un anno dopo già eri madre. Io ci stavo troppo male e decisi di andare all’estero. Per qualche mese, che è diventato qualche anno. Dopo dieci anni, sono tornato per il funerale di mio zio.

Ora, sono qui, davanti a quel pezzo di strada. E penso ancora a te. So che sei madre di due bimbi e che stai bene. Non ho voluto sapere altro, perché mi fa ancora male.

Davanti al cancello di scuola, ho acceso la sigaretta. Fumo ancora. La scia della sigaretta ha percorso con me i nostri luoghi. Il bar ancora aperto, il tabaccaio rinnovato, la pizzeria nel vicoletto con una nuova gestione.

Mi sono seduto sulla nostra panchina, ho spento la sigaretta. Ho guardato il tuo balcone, nella speranza che tua madre o tu ti affacciassi. Ho aspettato per circa un’ora, mentre il tramonto si scontrava con nuvole piene di pioggia.

Non si è affacciato nessuno.

Mi sono alzato e ho detto addio a quel pezzo di strada. Il nostro pezzo di strada.

Per un attimo, ho creduto di vederti. Mi sono girato, ma non eri tu.

Eravamo io e te, ai tempi della scuola, mentre ti davo il bacio del buongiorno e la lettera d’amore.

Quella lettera che non ho mai avuto il coraggio di scriverti e ti scrivo ora.

Marco

La lettera d’amore è un dolce che, dalle mie parti, esiste realmente. A breve, metterò foto!

58: Rosso Rinascita

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Seduta davanti a uno specchio, guarda tutti i suoi difetti.

Le rughe si intravedono. Il sorriso è spento a causa di quell’uomo orribile che la chiudeva in casa e non la faceva uscire.

Perché era troppo bella, troppo eccentrica. Rossetto rosso e capelli biondo platino.

Il suo sguardo ora appare più forte, più combattivo, nonostante le sofferenze.

Mai una carezza, un gesto d’affetto.

Mai una frase detta piano, in segno di intimità.

Prende il fondotinta leggero, se lo passa un po’ ovunque.

Con lentezza, per vedere le sue cicatrici. Perché non ha paura delle sue cicatrici. Sono un vanto. Ora. Sono il suo passato che ora riaffiora. Ma, un passato superato. Non dimenticato. Un passato che le ha insegnato tanto. Le ha insegnato ad essere diversa. Più forte.

Da una pochette rosa trova un ombretto azzurro, che s’intona con i suoi occhi azzurri.

Azzurri come il mare della sua infanzia. Quando spensierata cantava le canzoni dei cartoni animati, sotto un ombrellone microscopico.

Era la più testarda in casa. Non amava farsi il bagno e per ore intonava le canzoni di Magica Emy, mentre la mamma le diceva di smetterla.

Sul comodino, ha ritrovato anche il suo rossetto rosso. Se lo spalma per bene, sulle labbra. E si guarda allo specchio fiera.

Quel rossetto, oggetto di perdizione per quel marito violento.

Quel marito che non merita nulla.

Fino a ieri, Rossana, quel rossetto rosso non poteva vederlo esposto nelle profumerie. Si allontanava, quando una sua amica lo portava. Era un continuo colpo al cuore.

Oggi, Rossana, mentre finisce di apparecchiarsi si vede in un altro modo. Forse diversa.

Una donna che può di nuovo vivere, lontano da quel mostro cattivo.

Cattivo come un orco che giudica, offende, picchia. E non ama.

Cattivo come una guerra senza un punto finale.

Rossana si guarda per l’ultima volta allo specchio, prima di uscire.

Fondotinta leggero, ombretto azzurro e rossetto rosso.

Rosso passione, rosso rinascita.

Buona serata, 

Em@

 

46: Storie di tutti i giorni

 

 

 

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Storie sfocate, dicembre 2015

 

 

Una donna ha appena acceso il suo telefono. Da ieri sera che non vede le sue notifiche su facebook. Si è addormentata, mentre vedeva “L’isola dei famosi” su una poltrona arancione scomoda. Ma, quella poltrona fa le veci di un ansiolitico potente.

Un ragazzo ripassa la lezione. Tra meno di venti minuti, ha l’interrogazione di geografia. Ci va volontario. E non vuole fare brutta figura. Questa mattina si è alzato alle quattro per ripassare. E continua a farlo. Senza sosta. Ha mangiato mezzo cornetto, si è lavato ed è uscito senza salutare.

Una coppia giovane si accarezza. Lei dice a lui non ti preoccupare. E viceversa. Non possono avere figli ed oggi hanno un appuntamento con un primario importante. Un’eccellenza. Lei appare sicura, ma non lo è. Si è guardata allo specchio dieci volte da ieri sera, mentre lui dormiva. Si guardava e si chiedeva: “Ma, perché a me?” Non si è mai riuscita a dare una risposta.

Emma mi ha tenuto il posto sull’autobus. Era pieno. Ci siamo conosciuti lì. Lei lavora da un parrucchiere ed abita in un paesino. Non ha pause nel suo lavoro e viene pagata una miseria.

Ogni volta che prendo l’autobus, o sono in giro, o sono in un centro commerciale, o sono dal dentista, incontro storie. A volte, non le vedo per preservare la mia sensibilità. A volte, rifletto e cerco di capire cosa si nasconda dietro a una corazza. Dietro a un rossetto rosso e dei capelli disordinati.

Le persone camminano. Urlano, ridono. Si baciano sulle panchine. Si prendono un caffè. Portano a spasso il cane. Litigano, sgridano i figli troppo maleducati.

Ma, dietro alle persone ci sono le loro storie. Che noi non conosciamo. Non sappiamo, purtroppo o per fortuna, cosa hanno subito nella loro vita. O quali sono le loro gioie.

Ogni giorno, quando parliamo con le persone facciamo un passo indietro prima di dare una sentenza.

Perché dietro alle persone ci sono le loro storie. Che noi non conosciamo. Storie di vita, che vanno rispettate. E non giudicate.

Buona serata,

Em@

Brano consigliato:

Quindici: Scia

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La scia lascia il suo segno. Per dire: “Sono passata!”

Quando ero piccolo rimanevo affascinato dalle scie. Scie di aeroplani.
Dicevo: “Chissà dove si recheranno le persone che si trovano in aereo?”
Immaginavo storie. Mentre yo e mia sorella mangiavano un panino, d’estate. Quando eravamo più piccoli e tutto era possibile.

La scia lascia il segno. Lo lasciava anche allora. Perché stimolava i miei pensieri, trasformandoli in storie. Storie inventate che mi servivano per evadere da una calma piatta. Che vorrei tornasse, oggi. Ora. Adesso.

Buona serata

Quattordici: Riempire la nostra foto

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Riempire il tempo e’ la cosa più difficile. Mi spiego: tutti dobbiamo riempire il tempo, altrimenti cadremmo in un vuoto senza definizione, che non farebbe altro che aumentare il nostro panico, le nostre paure.

Ognuno riempie il tempo come vuole. Ma, ci sono dei riempitivi (forse) che ci lasciano maggiori soddisfazioni, come scrivere, leggere, fare una passeggiata tra la natura. Amare qualcuno. Amarlo fino all’infinito. Anche se, quando si ama troppo, si rischia di perdere il nostro riempitivo, favorendo un  “riempitivo” comune. E non sempre è positivo! :'(:'(

Riempire il nostro tempo, tralasciando i nostri obblighi, è la cosa più difficile. Perché dovremmo trovare un riempitivo senza obbligo, che facciamo giornalmente e curiamo con tutte le dovute attenzioni. Ma, trovare un riempitivo giornaliero potrebbe diventare un obbligo, che alla fine e non sempre ci dà soddisfazioni quotidiane.

Quindi? Che si fa?

Niente.

Con la calma tutto si risolve.

Le nostre passioni anche se potenzialmente diventano obblighi, in realtà, sono aspetti di noi che ci fanno sentire vivi e che hanno bisogno di regole per esistere. Punto.

By,

Il pippaiolo del giorno.