L’amicizia è…

Buen@s,

Oggi, di ritorno dal tribunale, mi sono fatto una domanda.
Che cos’è, per me, l’amicizia?
Ho risposto, tipo tema delle elementari, nella seguente maniera.
Per me, l’amicizia è:
una pausa di silenzio che non ha bisogno di spiegazioni;
un sorriso inatteso a cui segue una risata fragorosa;
un rincorrersi senza mai prendersi;
una passeggiata tra due amiche di vecchia data, che calpestano il pavimento, distruggendolo, per averlo troppo consumato.
Punto finale.

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Mil besos,

Em@

 

 

Immagine in evidenza:

Il suo unico amico – Briton Rivière

17 ottobre: Gemma

A Gemma, una mia cara amica.

 

Ti ho conosciuto al mercato. Vendevi solo la verdura, per la precisione. A volte, anche fiori. Soprattutto nella stagione primaverile quando, tu, Gemma germogliavi.

Te ne sei andata in un anno. Un tumore ai polmoni ti ha portato via. Lontano da me.

Il nostro era un rapporto genuino, familiare. Nonostante non avessimo legami di sangue.

Mi domandavi come stavo e se qualcosa mi rendeva cupo, te ne accorgevi subito.

Eri allegra. Animavi il mercato. Con le tue risate spropositate e le tue conversazioni su Amici, Il Grande Fratello, L’Isola dei Famosi, Pomeriggio 5 e La Vita in Diretta.

Ti piaceva ballare e fare commedia. E ogni volta che ti vedevo fumare, ti sgridavo. Ma, tu, prontamente mi rispondevi che prima o poi tutti dobbiamo morire.

Ti voglio ricordare in una giornata qualunque autunnale, mentre tornata dal mercato, ti rinchiudevi in casa. Ti piaceva la vita domestica! Me lo dicevi sempre.

Ti voglio ricordare come se ti vedessi dalla finestra. Da fuori verso dentro. Ci sei tu che metti nel forno il pollo con le patate. Mentre le tue due televisioni ti raccontano cosa sta succedendo per il mondo. Tra poco tornerà tuo marito e mangerete alle sei e trenta. Per la precisione.

Te ne sei andata, questa mattina, alle 9.00, proprio quando passavo al mercato e ti dicevo: “Ciao Gemma! Come stai?”

E tu mi rispondevi: “Se mi vedi, vuol dire che sto bene!”

Tvb.

Em@

 

7 ottobre: bianco ospedale

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Caro Diario, da oggi ti chiamerò Lorenzo, come il protagonista del libro che sto leggendo.

E poi, Lorenzo è un nome così moderno. Non credi?

Oggi piove. E fa freschetto.

Ho voglia di stare sotto le coperte e dormire. Dormire e non pensare!

La mia vicina di banco, Valeria, è da un paio di giorni che non viene a scuola. L’ho chiamata a casa e la madre mi ha detto che l’hanno portata all’ospedale.

Mi ha detto, inoltre, di stare tranquillo che non è nulla di grave.

Domani andrò a trovarla, anche se gli ospedali mi mettono paura.

L’odore di pulito, il bianco delle coperte e il senso di precarietà, mi mettono tanta tristezza. Molta tristezza!

Mi devo far forza e non pensare.

Quando ho paura, cerco di respirare profondamente e farmi scivolare di dosso quei mostri che, molte volte, mi annebbiano la vista.

Mostri che costruiscono barriere, che quasi sempre impediscono il mio passaggio.

Caro Lorenzo, ti lascio.

A domani,

marco.

129: 8 settembre

Buenas,

“Prendo il 170. Tutti i giorni. A volte, cambio posto. Quando lo trovo occupato. Amo il sedile vicino alla finestra. Finestrone unico, direi.

Attraverso Viale Marconi. Vetrine addobbate. Tra tante, ce n’è una a cui ho chiesto lavoro. Ma cercavano fino a 24 anni. Ed io ne ho 25. Per un anno! Che differenza c’è? Non l’ho mai capito.

Nella vita di tutti giorni forse c’è differenza. Non in quella lavorativa! Almeno è quello che penso io!

In un anno cambiano tante cose. Cambia l’amore. Se ce l’hai. Io sono single. L’anno scorso ero fidanzato, con una gatta morta di città, che con le sue borse firmate pensava di cambiare il mondo. E poi con uno problematico come me! La borsa diventa l’ultimo dei miei problemi.

In un anno ho perso un amico. Così, all’improvviso. Incidente stradale. Ho sofferto molto. Che non sono potuto andare al funerale. E salutarlo. Dargli l’ultimo addio. Sono stato per due mesi al letto. Con mia madre che mi portava il pranzo e la cena. Due mesi d’inferno. Inferno freddo.

In un anno, anche se non sembra, sono più evidenti le rughe di tua mamma. Che fa di tutto per nascondere l’età. Anche se io la preferisco piena di rughe, piuttosto che con una faccia rifatta. Stile Cher. Le rughe denotano il tempo che avanza, ma anche il tempo che è passato. Quello che ti ha permesso di diventare quello che sei. Quello che ti ha insegnato tanto, dato tanto. E tolto pure. Purtroppo o per fortuna. Dipende dai casi.

In un anno cambiano gli amici, per litigi futili, per frasi dette male in circostanze dove si doveva per forza essere perfetti. Ma, chi è perfetto? Penso proprio nessuno. L’imperfezione è la perfezione per eccellenza. Frase fatta, forse banale. Ma è quello che realmente penso.

Mi suona il telefono, rispondo. Arrivo alla fermata. Scendo.”

Mil besos,

Em@

62: Quando meno te lo aspetti

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Foto presa dal web

Fatti, situazione e persone sono fantasie del sottoscritto

Quella mattina di settembre, non vedeva l’ora di andare a scuola. Era entusiasta. Da quando aveva lasciato la vecchia scuola, era diventata un’altra persona.

Si era alzata all’alba per prepararsi, definire quei capelli crespi e gustarsi la colazione, preparata amorevolmente da una madre chioccia.

Aveva giocato con il fratellino, disturbandolo mentre guardava i cartoni animati, e aveva persino rifatto il letto, mettendoci cura e amore.

Aveva ricevuto un whatsapp dal suo nuovo ragazzo, che le dava appuntamento alle 8.00, davanti al Liceo Classico D’Annunzio di Pescara.

Simo, presa dall’ansia, dopo quel messaggio, chiese al padre di portarla prontamente a scuola. Il padre, quel giorno, non era di strada, ma poteva accompagnarla vicino all’edicola. Non molto distante dall’edificio scolastico.

Simona, per gli amici Simo, accettò il passaggio del giovane uomo.

La sfortuna volle che la macchina si fermò davanti al Cinema Massimo, che era a circa 25 minuti dalla scuola.

Simo, presa dal panico, scese dalla macchina, senza salutare il padre, sbattendo forte lo sportello della Citroën nera. Doveva arrivare in tempo al suo appuntamento, perché per le adolescenti l’amore viene prima di tutto e tutti.

Erano le 7.20 e Simo sapeva che vicino alla pizzeria all’angolo, al lato del Cinema, c’era la fermata del 3. La zona la conosceva abbastanza bene poiché ci abitava Selenia, una sua amica di yoga. Anche se Simona aveva frequentato quel corso solo per due volte, a causa degli attacchi di panico che le venivano quando faceva la posizione del morto.

Erano le 7.25 e Simona sapeva che tra cinque minuti sarebbe arrivato il 3. Era contenta perché, traffico permettendo, sarebbe arrivata in orario all’appuntamento. Avrebbe visto il suo ragazzo e l’adrenalina si sarebbe trasformata in love, puro love.

Alle 7.30, Simona salì sull’autobus. Corse per prendere il posto, perché l’autobus era pieno. Non fu curiosa come al solito, perché la sua mente era impegnata a pensare a cosa dire al suo boyfriend. Non guardò da nessuna parte, perché voleva arrivare calma all’incontro. Si mise le cuffiette e chiuse gli occhi.

Arrivata a metà strada, mentre il semaforo era rosso, si girò verso il bar per rendere elastico il suo collo. Seduto su un motorino nero, c’era il suo ragazzo che baciava con insistenza e impeto la sua amica Selenia, una sua amica di yoga. Che Simona aveva visto per due volte, in una palestra quasi deserta.

Simona, per gli amici Simo, quella mattina di settembre non andò a scuola. Tornò a casa e si mise a piangere su quel letto rifatto circa un’ora prima.

Buona serata,

Em@

57: Il caso?

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Spagna del Nord, Foto tratta dal web

Tratto da una storia vera

Alla mia amica LuzDivina

L’aeroporto di Madrid è pieno.

Gente che va avanti e indietro senza direzione, perché non sa dove andare.

Una mamma seduta su una panchina sfoglia Hola. Sembra molto interessata, anche se non conosce alla perfezione le vicende della figlia della Reina Sofía.

Ludivine V., una ragazza francese, aspetta il suo volo per Bilbao. Ha 28 anni e deve svolgere un periodo di lavoro in una Ong, che si trova a Logroño, nella provincia di La Rioja. Ludivine è bionda, alta, con delle scarpe rotte da un paio di giorni. Da quando è partita da Lille non ha avuto il tempo di comprarne un altro paio, perché non ha trovato un negozio economico.

L’aeroporto di Madrid è pieno.

Gente che compra nei negozi, negozi non eccessivamente pieni. Ma, ben forniti. Forniti di articoli di ultima generazione, di profumi firmati, firmati come sono firmate le catene di ristoranti che si vedono ovunque.

Un manager di Bruxelles sorseggia un caffè americano, pensando al fatto che non riesce più a fare una vita frenetica, per via dei cinque voli settimanali che prende, per via di impegni eccessivamente importanti che non riesce a gestire.

Emanuele P, un ragazzo italiano, aspetta il suo volo per Bilbao. Ha 28 anni e deve svolgere un periodo di lavoro in una Ong, che si trova a Logroño, nella provincia di La Rioja. Emanuele è alto, castano. Indossa una tuta e un paio di tennis che ha comprato su Amazon. Si trova vicino a Ludivine, pur non conoscendola.

Emanuele P. e Ludivine V. aspettano insieme il volo per Bilbao delle 16.30. Iniziano a parlare, in francese, del più e del meno. Della destinazione di lei, del viaggio di lui. Scoprono, mentre si accingono a fare la fila per l’imbarco, che lavoreranno nella stessa Ong di Logroño.

I due ragazzi, arrivati a Bilbao, prendono un autobus direzione Logroño. Sono accolti alla stazione dalla responsabile della Ong, Alba Moreno, che li accompagna nella loro casa. In Calle Jorge Vigón, 10.

Dopo un mese, Emanuele P. e Ludivine V. hanno scoperto di essere nati lo stesso giorno, dello stesso anno. Anche se a migliaia di chilometri di distanza.

Dopo sette mesi, Emanuele P. e Ludivine V. si sono salutati all’aeroporto di Bilbao. Non si sono detti addio, ma arrivederci. Si sono abbracciati e hanno versato una lacrima. Una sola.

Hanno capito che il caso li ha fatti incontrare e l’amicizia fraterna li farà riunire. A breve!

Buon fine settimana,

Em@

 

47: Lettere di altri tempi

Buonasera a tutti! 

Da oggi,  e per una volta a settimana, il mio post sarà dedicato alla pagina di diario della mia amica Betty. 

E’ molto simpatica ed è bravissima nel fare gli origami !

 

betty

 

13 aprile 2016

 

Ciao sono Betty e grazie al mio amico Ema, posso raccontarvi un po’ di me. Quello che faccio, le mie passioni. Amori. Amori che mi hanno fatto soffrire. E quelli che sono felice siano finiti. Perché per me l’amore non dura in eterno. Resta affetto. Ma, l’amore con la a maiuscola si esaudisce dopo i primi tre mesi di relazione.

Ricordo quando Luca, mio marito, mi invitava a cena. Mi chiamava a tutte le ore e mi portava sempre una rosa davanti a scuola, ogni volta che veniva a riprendermi. Che tempi! Ora anche quel “ciao amor” che mi piaceva tanto, l’ha buttato nel cestino con il passare degli anni.

Siamo sposati da quindici anni. Io ne avevo 20, lui 23. Ho due figli, Pilar e Pedro. Vi direte: “E che nomi sono?” Sono dei nomi propri spagnoli, che sembrano due nomi di cani. Lo so. Ma, mi piacevano tanto perché sono un’amante della cultura spagnola. Pilar era la mia professoressa di spagnolo all’Università, Pedro il mio primo fidanzatino della mia prima vacanza studio a Valladolid, quando facevo il quarto superiore.

Per un periodo molto lungo, ho avuto con lui una corrispondenza epistolare. Che bello scrivere le lettere! Ora non si fa più. E questo mi manca. Molto. Qualcuno di voi lo fa ancora?

Quando scrivi lettere non devi dimostrare niente a nessuno. Il flusso di coscienza prende il sopravvento e le parole scritte a mano hanno un altro effetto. Sembra di percepire a chilometri di distanza la persona che le scrive. E poi le decorazioni, la preparazione. Andavo a comprare la carta di un determinato colore, che cambiava a seconda della persona che doveva riceverle.  E poi l’attesa! L’attesa snerva, è vero. Ma, ha quel fascino che oggi nella generazione del “tutto e subito” si è perso. Si è perso il senso dell’attesa, della voglia di ricevere qualcosa. Qualcosa di gradito.

Ora vi lascio, che devo andare a riprendere i bimbi in palestra. Pilar, la femminuccia fa calcio, il maschietto danza. Potevano essere “normali” i figli di una donna problematica, come sono io? Ma, amo essere così. Amo la diversità, perché mi rende umana. Mi porta fuori dagli schemi prestabiliti e mi permette di essere fragile. Anche se essere fragile mi fa soffrire un po’. Un po’ tanto.

Vi lascio,

La vostra nuova amica Betty

 

34: Sempre lui

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A volte passano gli anni. Senza rivedersi. Solo i ricordi allietato le giornate, rendendole meno nostalgiche. Le passeggiate a Villa Mirafiori. La tappa al solito bar, alla solita ora. I profumi di primavera e soprattutto la luce di Roma. Una luce mai ferma. Sempre in movimento. A intermittenza.
Le lezioni che sembravano infinite. Le ore che non passavano. E gli esami che mettevano ansia. Quasi un’angoscia esistenziale.
Oggi, a distanza di anni, ho incontrato per caso in una città di provincia (la mia città,  Chieti) un mio amico dell’Università.
Un incontro – scontro piacevole. Un viso diverso, più maturo. Un sorriso uguale a come lo ricordavo. Qualche capello in meno. Ma, sempre un bel ragazzo.
Gli ho offerto un caffè. Come ai vecchi tempi. Abbiamo parlato per due ore, senza interruzione. Come se il tempo si fosse fermato.  Come se gli anni non fossero passati.
Ci sono delle persone che prendono strade diverse, ma quando le ritroviamo sembra che il tempo non sia passato.
Resta ancora quell’alchimia. Che non scompare. E non si dimentica.

Buona serata,

Em@