67: Quel pezzo di Strada

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pezzodistrada, dicembre2015

 

Lettera d’amore

 

A Valeria

Quel pezzo di strada ci stava stretto un tempo. Tua madre che ci fissava ogni volta che ci baciavamo sul motorino. E io ti dicevo: “Ma, questa deve stare tutto il tempo dietro alle persiane?” E tu non rispondevi. Continuavi a baciarmi. E io come un ebete, impassibile, mi perdevo nella tua bocca. Lingua. Saliva.

Mi elettrizzavano i tuoi odori e quel profumo che mettevi dopo palestra. E che oggi ho ritrovato tra gli scaffali di Acqua e Sapone. Pensavo che non esistesse più quella confezione. Invece, esiste ancora. L’ho tolta da quel mobile sprovvisto. E l’ho accarezzata dolcemente, come un bambino che tranquillizza la sua bambola preferita.

Quel pezzo di strada, di fronte al nostro Istituto Commerciale, aveva un bar, un tabaccaio, e un vicoletto dove c’erano la pizzeria e la tua casa. Ti aspettavo tutte le mattine davanti alla porta d’ingresso del tuo palazzo, con in mano una lettera d’amore. Quel dolce che ti piaceva tanto, con marmellata e uvetta all’interno. Tutte le mattine, appena sceso dall’autobus, la mia tappa fissa era il bar D’Orazio. Ti compravo quella lettera e venivo da te. Ero contento, soprattutto di vedere il tuo viso appena sveglio. Senza trucco. Mi piacevi di più al naturale e questo te l’ho sempre detto.

Quel pezzo di strada, aveva anche una panchina, che si affacciava su un panorama fantastico. Stazionavamo lì soprattutto a maggio, quando l’aria era più calda. E i tramonti avevano colori senza definizione. I colori e le associazioni. Il nostro gioco preferito. Ti dicevo un colore e tu mi dovevi dire a cosa ti faceva pensare. Il rosso alla nostra prima notte di sesso. Il bianco alla tua prima comunione, dove ti sei dimenticata le parole, mentre recitavi ad alta voce una preghiera. Il blu al mare calmo d’estate, mentre tu in colonia eri l’unica che rimaneva fissa a guardarlo. Perché ti piaceva l’acqua di prima mattina e il sole che pian piano acquistava vigore.

Quel pezzo di strada, c’è ancora. E tu lo sai. Oggi, ci sono passato. Ero emozionato. Dopo la maturità avevamo litigato. Tu, ti sei messa subito con un altro e un anno dopo già eri madre. Io ci stavo troppo male e decisi di andare all’estero. Per qualche mese, che è diventato qualche anno. Dopo dieci anni, sono tornato per il funerale di mio zio.

Ora, sono qui, davanti a quel pezzo di strada. E penso ancora a te. So che sei madre di due bimbi e che stai bene. Non ho voluto sapere altro, perché mi fa ancora male.

Davanti al cancello di scuola, ho acceso la sigaretta. Fumo ancora. La scia della sigaretta ha percorso con me i nostri luoghi. Il bar ancora aperto, il tabaccaio rinnovato, la pizzeria nel vicoletto con una nuova gestione.

Mi sono seduto sulla nostra panchina, ho spento la sigaretta. Ho guardato il tuo balcone, nella speranza che tua madre o tu ti affacciassi. Ho aspettato per circa un’ora, mentre il tramonto si scontrava con nuvole piene di pioggia.

Non si è affacciato nessuno.

Mi sono alzato e ho detto addio a quel pezzo di strada. Il nostro pezzo di strada.

Per un attimo, ho creduto di vederti. Mi sono girato, ma non eri tu.

Eravamo io e te, ai tempi della scuola, mentre ti davo il bacio del buongiorno e la lettera d’amore.

Quella lettera che non ho mai avuto il coraggio di scriverti e ti scrivo ora.

Marco

La lettera d’amore è un dolce che, dalle mie parti, esiste realmente. A breve, metterò foto!

42: Immagino mia nonna

 

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Cuori, dicembre 2015

 

Mia nonna, quando ero piccolo mi comprava una barretta di cioccolato. Ogni settimana me ne comprava una. Non vedevo l’ora di riceverla. Scendevo dal bussino giallo e lei con una mano mostrava quella barretta, che per me era un regalo vero. Sentito.

 

Mia nonna, quando mia mamma è stata in America, mi aveva voluto con sé. Per circa un mese. Mi pettinava, mi cantava le canzoni, mi faceva mangiare come se non ci fosse un domani. Vedevamo le telenovelas e parlavamo di Topazio e Gianluigi.

 

Mia nonna era l’ultima di quattro fratelli. Era l’unica che per un periodo si è occupata di Esterina, sua mamma. Una donna colta, austera e dominante. Severa. Esterina nascondeva i cioccolatini nel suo baule marrone e non li offriva a nessuno.

 

Mia nonna era ribelle. Voleva fare la tronista di “Uomini e Donne”. Beveva il caffè con la panna da cucina. E puliva in maniera ossessiva vetri, piastrelle e pavimenti. Cuciva, mentre vedeva Emilio Fede alla televisione.

 

Mia nonna, al matrimonio di mio fratello, l’11 dicembre 2011, era rimasta affascinata dalle vetrine di Pescara, dalle luci di Natale, dalla città sempre in movimento. Il contrario del paese in cui viveva. Un posto anonimo d’inverno.

 

Mia nonna, a maggio 2012, scopre la sua malattia. Non subito, però. Ricordo quel rossetto rosso, il primo giorno d’ospedale. La voglia di combattere lo sconosciuto. L’ignoto.

 

Mia nonna, alla fine di giugno del 2012, mi chiama. Mentre ero all’università e rileggevo la mia tesi, che avrei discusso il 24 luglio. Mi dice: “Sto morendo!”

 

Mia nonna, muore il 31 luglio del 2012. Non sono andato al suo funerale. Non ho avuto il coraggio!

 

Di lei mi restano le immagini. Ricordi preziosi che non dimenticherò mai. Amuleti che porterò sempre nel mio cuore.

 

Buona serata,

Em@

 

Canzone di sottofondo: