111: Roma, al calar del buio

Il diario

Ileana entra in casa. Si dirige verso la camera di Pasqualino, senza perlustrare gli altri luoghi dell’abitazione.

Faccio un sospiro di sollievo, quando sento sbattere la porta. E la sento uscire. E mi chiedo cosa cercava nella camera di Pascal.

Mi alzo e mi dirigo verso la camera. Nella camera tutto sembra in ordine. E’ in ordine. Forse avrà preso qualcosa che stava sul comò? All’interno di qualche cassetto? Forse un profilattico. Ma, come fa a sapere che ci sono i profilattici nel comodino vicino al letto? Apro il comodino, la scatola è lì, ancora con la plastica. Quindi niente.

Mi siedo sul letto di questa camera anonima. Camera senza quadri, né fotografie. Senza ricordi.

Non ho mai voluto indagare sulla vita di Pascal, sulla sua mania d’ossessione. Di tenere tutto pulito, in ordine. Disprezza qualsiasi forma di colore. Il colore, quella parte di noi che ci rende vivi. Quella parte di noi che ci fa apprezzare un paesaggio primaverile, un mare dopo la tempesta.

Troppo romanticismo, lo so.

Ma, dalla morte di mia nonna ho sviluppato un tipo di sensibilità “troppo sensibile”, forse fuori dal comune. Forse normale, che appartiene un po’ a tutti. E che molte volte cerchiamo di rinchiudere in un cassetto, pieno di emozioni.

Il telefono inizia a suonare, esco dalla camera. E’ Pascal.

– Ciao Pascal!

– Biscottino come stai? Che fai?

– Niente, vedo la tv (non dico nulla sull’accaduto)

– Tra circa due ore torno. Ti ho portato un regalo! Sei curiosa di sapere cos’è?

– Lo sai che non amo le sorprese – gli dico. In realtà, le amo. E vorrei sapere di cosa si tratta.

Ma, la storia di Ileana, mi ha turbato. E ancora mi riprendo. Che tipo di rapporto c’è tra Pascal e questa ragazza, deduco slava, di nome Ileana?

Prendo il libro dalla borsa, Ecce homo di Nietzsche. Una lettura, che capisco a malapena. Ma, questa frase che cito di seguito, sembra fatta a pennello per me: “Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta…

Chiudo le luci di casa. Esco.

Sto nei pressi della stazione Trastevere. Mi dirigo su viale Marconi.

Sono le 8. 30, circa. Forse più le 9. I negozi stanno chiudendo. E’ settembre.

Gli universitari sono appena tornati dai nidi familiari. Alcuni di loro li vedo con valige stracolme di cibo, viveri.

Due ragazzi maschi si danno un bacio immenso. Forse non si rivedono da mesi. Forse il loro amore è ancora vivo.

Prendo il 170 e mi dirigo a Piazza Venezia, lasciandomi trasportare da un conducente piuttosto bello, da pensieri che ancora non trovano una soluzione.

Mentre fuori dal finestrino, Roma si riempie di bellezza. Bellezza autentica che aumenta al calar del buio.

Chiar@

86: Il giovane Holden

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Quando leggo, spesso, mi perdo nella storia. Ci sono casi in cui questo accade di frequente, ci sono casi in cui da esterno vedo quello che succede. E non vedo l’ora di finire il libro. Perché non tutte le storie, come è giusto che sia, ci appartengono. Mi appartengono.

Una storia che ho sentito mia è stata quella de “Il giovane Holden”, scritta da Salinger, autore americano, che ha avuto un enorme successo con questo romanzo, definito da tutti di “formazione”.

Un romanzo internazionale, oramai classico, che parla di Holden, un ragazzo di sedici anni, il quale dopo essere stato cacciato da scuola, vaga per giorni in una New York notturna e diurna. Una New York che fa da sfondo alle problematiche di questo ragazzo benestante. Che si perde nei meandri della sua mente. Si fa delle domande alle quali molto spesso non sa dare risposte. Cerca di fare l’uomo adulto, perché non vuole tornare a casa e dire ai genitori che per l’ennesima volta è stato cacciato da un’altra scuola. Cerca di fare  l’uomo adulto, volendo fuggire altrove. Perché ha paura di dire la verità sulla “questione scuola” a una mamma, che ha molti problemi, derivati anche dalla morte di un figlio, a causa della leucemia.

Di questo libro ho amato lo stile semplice e molto curato. Una scrittura che scorre veloce, come una pagina di diario. Ho amato la storia avvincente di questo giovane problematico, al quale mi sono molto legato. Sembrava il mio alter ego, che nella sua solitudine cercava di dare risposte a interrogativi, quasi sempre non chiari.

Ho amato soprattutto la psicologia del personaggio principale. Un giovane uomo che, pur di non affrontare un problema (ovvero di dire la verità sulla scuola), cerca soluzioni alternative. Che vuole affrontare subito. Vorrebbe essere già grande e non rendere conto a nessuno. Ma, questo non è possibile perché la realtà è diversa. Lui ha solo 16 anni, non ha soldi e, nonostante sia un giovane intelligente, non ha i mezzi per affrontare la vita. Durante il suo vagabondare, ha molte crisi di ansia, determinate appunto da voler avere una vita diversa. Che realmente non può avere.

A questa opera do 10. Perché è un capolavoro, che non è paragonabile a quello degli scrittori di oggi, che pubblicano libri solo per marketing. Qui c’è la letteratura dietro e molto altro. C’è la semplicità, che è il risultato finale di un lavoro di studio, di esperienza e curiosità. Risultato finale di dedizione e ambizione sana nel proprio lavoro.

Buona giornata,

Em@

63: Essere che ti distrugge

oltre nero
Oltrenero, marzo2016

 

A tutte quelle persone che vivono periodi bui nella loro vita

 

Un giorno di luglio, mentre pareti bianche delimitavano la mia casa, fui colpito da un male. Un male che purtroppo si pronuncia, come se si stesse parlando di gelato, o pizza, un male che non è una fantasia o una scusa, un male che colpisce tante persone, come me. Persone ricche, povere, spazzini che girano con la loro divisa arancione. Ma, tu non sai che stanno male. Perché questo Essere che ti distrugge, come lo chiamo io, è invisibile agli occhi degli altri. Per periodi di tempo è una tua ombra, un’ombra che pian piano si impossessa della tua persona, del tuo sorriso, della tua voglia di giocare al parco con tuo figlio.

Questo male, già si era impossessato della mia mente, ma trovavo escamotages per non farlo permeare ancora di più. A volte, compariva quando mi guardavo allo specchio, attraverso dei tic che mi destabilizzavano. A volte, si palesava in un supermercato, mentre famiglie sorridevano e io vedevo dall’esterno il mio corpo, che pian piano iniziava a sudare. Non riuscivo a controllare questo sudore, in un luogo realmente freddo. Ma, correvo fuori, lasciando la spesa a terra, per respirare e cercare una soluzione. E finalmente la trovavo.

Quel giorno di luglio, mentre la mia vicina andava al mare con le figlie, io rientravo a casa. Erano le tre, e tutto sembrava uguale a ieri, a questa mattina. Ma, in realtà non era così. Non mangiai. Mi andai a mettere al letto. Ero stanco. Stanco più del solito. Stanco di vivere.

Dormii fino alla mattina dopo. Dovevo andare a lavoro e non ci andai. Dissi che stavo male. Dissi che avevo la febbre e sarei rientrato tra qualche giorno. Dormii anche quel giorno. Mi alzavo solo per bere. Mangiai solo una mela e pasta in bianco, che avevo preparato la mattina prima e che dovevo mangiare dopo lavoro.

Quel male iniziava a divorarmi. Pensavo di non farcela. Pensavo di morire. Che la scelta più giusta era quella di buttarmi dal balcone. Avevo pensieri strani. Strani come i pazzi psichiatrici che incontri per strada e dicono parole tanto per dire. Ti dicono ciao e poi ti mandano a fanculo.

Dopo mesi ne uscii, grazie alla forza di volontà e l’aiuto. Grazie al mio io che aveva iniziato a essere razionale. A pensare alle piccole cose, agli affetti, al non tutto e subito. Uscii di casa, senza la paura di svenire. Fiero di quello che ero, fiero di avercela fatta.

Solo così si sconfigge quell’Essere che ti distrugge, che non ci mette niente a coprirti con il suo mantello nero e a prendersi con sé. Che ti isola per mesi in case chiuse, tra pareti bianche che sanno di nero. E vuoto.

Buona serata, 

Em@