Non passa niente

Mi lascio trasportare dal buio. Non so definirlo. Mi fa paura, ma blocca il tempo. Lo rende statico, per un po’. Una bolla di sapone, tu sei dentro. Tanto non scoppia quando è buio. Fuori non c’è nessuno. Forse qualche schiamazzo di adolescenti arrapati, dopo la discoteca. Gente trasuda sesso, divertimento senza precauzioni. Tu sei, lì, guardando il buio. Vuoi afferrarlo. Non puoi. Riempirlo, non puoi. Sognare, vivere vite di altri. Che di notte si nascondono, in macchine fredde, senza aria calda. Macchine che stazionano ai bordi di una stazione. Anche lì le lancette sono ferme. Vanno avanti, ma hanno più peso. Rispetto al giorno, quando bambini allegri fanno cadere lo zainetto. Zainetto che si apre: bavaglino, bicchiere. Rispetto al giorno, quando le lingue di due sconosciuti-conosciuti si legano, come un nodo. Nodo che non si scioglie. Troppo forte, intenso, quel legame. Legame che dura poco. Perché le lancette, di giorno, continuano a camminare. Fino a quando arriva la sera, la notte. Che paura! Eccolo lì, ci bussa alla porta. E’ il buio: arriva in una velocità estrema. Poi, si ferma. La notte è lunga. Molti dormono. Qualcuno osserva dalla finestra, quello che passa. Ma…non passa niente.

 

 

 

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9 ottobre: Buio di Dacia Maraini

Quante volte non sappiamo cosa si nasconde dietro a un viso apparentemente felice?
Pensiamo che quel viso sia sinonimo di serenità, calma.
Pensiamo che quella persona che “indossa” quel viso apparentemente felice, sia una persona senza problemi. Difetti o difficoltà.

E qui che sbagliamo!

Dietro a un viso, che definiamo, normale si nascondono linee di buio che non conosciamo. Realtà che sfuggono alla pura definizione.

Il libro della Maraini, intitolato Buio, si occupa di quelle linee d’ombra che non riusciamo a percepire durante la giornata. Tasselli di puzzle che non riusciamo a trovare subito.

Buio, vincitore del Premio Strega alla fine degli anni ’90, ci porta a toccare con mano, attraverso racconti diversi, quel filo invisibile che sfugge alla nostra impressione. Quel filo che caratterizza storie, persone o situazioni. A cui molto spesso non diamo peso, perché andiamo di corsa. O semplicemente perché ci fa paura afferrarlo. E scoprire la verità.Quella vera e profonda.

Em@

30 settembre: Buio

bio1

Buen@s,

Non ho paura del buio reale. Quello che riscontri di sera, quando il sole inizia a calare.

Io, di notte, dormo. E anche se dovessi alzarmi, non mi lascio trasportare da quel bastardo che rende la notte, per alcuni, gelida. Mi sono sempre chiesto chi fosse quel bastardo, e forse sono riuscito a trovare la risposta.

Vi spiego.

Quel bastardo si insedia nelle persone anche di giorno.

Quando felice vai a fare la spesa al supermercato e poi ti rendi conto che non hai comprato quella cosa che ti serviva. Rientri, ed esci nuovamente. Mentre ti rechi verso la macchina, felice di tornare a casa, ecco che un cane ti fa cadere a terra. Di corsa al pronto soccorso. Ambulanza chiamata dagli altri acquirenti. E per fortuna hai una prognosi di un mese.

Quel bastardo si nasconde nei giardini pubblici, mentre bambini giocano felici. Improvvisamente distratti da un uomo nero, che promette loro le caramelle. Un uomo nero e buio di cui non vediamo mai il viso. Nemmeno i bimbi si ricordano com’è fatto. Un uomo nero che offre caramelle in cambio di prestazioni sessuali. Per fortuna, le mamme ansiose, molte volte si accorgono di questa figura losca. E denunciano l’accaduto o non fanno andare più i bambini al parco.

Quel bastardo si nasconde nei rapporti non consenzienti. Nelle case di professoresse, che pensano di andare a dormire, come tutti i giorni alla stessa ora. Professoresse che non hanno mai fatto del male a nessuno. Che subiscono, perché loro si fanno scivolare tutto addosso.

E una sera qualunque, di un giorno qualunque, un marito per nulla contento e molto autoritario le fa andare direttamente al campo santo, senza che nessuno possa sentire quell’urlo di disperazione. Un urlo di addio alla vita.

Il buio si insedia in angoli nascosti. Angoli luminosi, che risplendono in case di ricchi, poveri. Patrizi o plebei.

Il buio stravolge le cose, aleggia nell’aria e colpisce chi vuole lui.

Mil besos, 

Em@

111: Roma, al calar del buio

Il diario

Ileana entra in casa. Si dirige verso la camera di Pasqualino, senza perlustrare gli altri luoghi dell’abitazione.

Faccio un sospiro di sollievo, quando sento sbattere la porta. E la sento uscire. E mi chiedo cosa cercava nella camera di Pascal.

Mi alzo e mi dirigo verso la camera. Nella camera tutto sembra in ordine. E’ in ordine. Forse avrà preso qualcosa che stava sul comò? All’interno di qualche cassetto? Forse un profilattico. Ma, come fa a sapere che ci sono i profilattici nel comodino vicino al letto? Apro il comodino, la scatola è lì, ancora con la plastica. Quindi niente.

Mi siedo sul letto di questa camera anonima. Camera senza quadri, né fotografie. Senza ricordi.

Non ho mai voluto indagare sulla vita di Pascal, sulla sua mania d’ossessione. Di tenere tutto pulito, in ordine. Disprezza qualsiasi forma di colore. Il colore, quella parte di noi che ci rende vivi. Quella parte di noi che ci fa apprezzare un paesaggio primaverile, un mare dopo la tempesta.

Troppo romanticismo, lo so.

Ma, dalla morte di mia nonna ho sviluppato un tipo di sensibilità “troppo sensibile”, forse fuori dal comune. Forse normale, che appartiene un po’ a tutti. E che molte volte cerchiamo di rinchiudere in un cassetto, pieno di emozioni.

Il telefono inizia a suonare, esco dalla camera. E’ Pascal.

– Ciao Pascal!

– Biscottino come stai? Che fai?

– Niente, vedo la tv (non dico nulla sull’accaduto)

– Tra circa due ore torno. Ti ho portato un regalo! Sei curiosa di sapere cos’è?

– Lo sai che non amo le sorprese – gli dico. In realtà, le amo. E vorrei sapere di cosa si tratta.

Ma, la storia di Ileana, mi ha turbato. E ancora mi riprendo. Che tipo di rapporto c’è tra Pascal e questa ragazza, deduco slava, di nome Ileana?

Prendo il libro dalla borsa, Ecce homo di Nietzsche. Una lettura, che capisco a malapena. Ma, questa frase che cito di seguito, sembra fatta a pennello per me: “Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta…

Chiudo le luci di casa. Esco.

Sto nei pressi della stazione Trastevere. Mi dirigo su viale Marconi.

Sono le 8. 30, circa. Forse più le 9. I negozi stanno chiudendo. E’ settembre.

Gli universitari sono appena tornati dai nidi familiari. Alcuni di loro li vedo con valige stracolme di cibo, viveri.

Due ragazzi maschi si danno un bacio immenso. Forse non si rivedono da mesi. Forse il loro amore è ancora vivo.

Prendo il 170 e mi dirigo a Piazza Venezia, lasciandomi trasportare da un conducente piuttosto bello, da pensieri che ancora non trovano una soluzione.

Mentre fuori dal finestrino, Roma si riempie di bellezza. Bellezza autentica che aumenta al calar del buio.

Chiar@

63: Essere che ti distrugge

oltre nero
Oltrenero, marzo2016

 

A tutte quelle persone che vivono periodi bui nella loro vita

 

Un giorno di luglio, mentre pareti bianche delimitavano la mia casa, fui colpito da un male. Un male che purtroppo si pronuncia, come se si stesse parlando di gelato, o pizza, un male che non è una fantasia o una scusa, un male che colpisce tante persone, come me. Persone ricche, povere, spazzini che girano con la loro divisa arancione. Ma, tu non sai che stanno male. Perché questo Essere che ti distrugge, come lo chiamo io, è invisibile agli occhi degli altri. Per periodi di tempo è una tua ombra, un’ombra che pian piano si impossessa della tua persona, del tuo sorriso, della tua voglia di giocare al parco con tuo figlio.

Questo male, già si era impossessato della mia mente, ma trovavo escamotages per non farlo permeare ancora di più. A volte, compariva quando mi guardavo allo specchio, attraverso dei tic che mi destabilizzavano. A volte, si palesava in un supermercato, mentre famiglie sorridevano e io vedevo dall’esterno il mio corpo, che pian piano iniziava a sudare. Non riuscivo a controllare questo sudore, in un luogo realmente freddo. Ma, correvo fuori, lasciando la spesa a terra, per respirare e cercare una soluzione. E finalmente la trovavo.

Quel giorno di luglio, mentre la mia vicina andava al mare con le figlie, io rientravo a casa. Erano le tre, e tutto sembrava uguale a ieri, a questa mattina. Ma, in realtà non era così. Non mangiai. Mi andai a mettere al letto. Ero stanco. Stanco più del solito. Stanco di vivere.

Dormii fino alla mattina dopo. Dovevo andare a lavoro e non ci andai. Dissi che stavo male. Dissi che avevo la febbre e sarei rientrato tra qualche giorno. Dormii anche quel giorno. Mi alzavo solo per bere. Mangiai solo una mela e pasta in bianco, che avevo preparato la mattina prima e che dovevo mangiare dopo lavoro.

Quel male iniziava a divorarmi. Pensavo di non farcela. Pensavo di morire. Che la scelta più giusta era quella di buttarmi dal balcone. Avevo pensieri strani. Strani come i pazzi psichiatrici che incontri per strada e dicono parole tanto per dire. Ti dicono ciao e poi ti mandano a fanculo.

Dopo mesi ne uscii, grazie alla forza di volontà e l’aiuto. Grazie al mio io che aveva iniziato a essere razionale. A pensare alle piccole cose, agli affetti, al non tutto e subito. Uscii di casa, senza la paura di svenire. Fiero di quello che ero, fiero di avercela fatta.

Solo così si sconfigge quell’Essere che ti distrugge, che non ci mette niente a coprirti con il suo mantello nero e a prendersi con sé. Che ti isola per mesi in case chiuse, tra pareti bianche che sanno di nero. E vuoto.

Buona serata, 

Em@