Dover essere qualcuno?

#1

Guardo il sole dalla finestra. In realtà, non riesco a vederlo. Troppo forte. Potente come il calore che ha sprigionato. Rendendo tutto fermo: gli alberi, passanti, donne con il cane che di solito di mattina escono.

Un caldo africano, che ha rinchiuso una giovane donna come me, tra le mura di una casa. Casa piccola: bagno, cucina, e salottino. Salottino con una poltrona ed una coperta estiva, su cui per giorni sono rimasta a guardare fuori. Nessuno mai è passato. Se non l’uomo dell’immondizia, come lo chiamo io. Un uomo prestante, che si è sempre toccato il pacco. Sperando che cedessi alle sue avances.

Ho letto molto, bevuto (acqua) altrettanto e pensato alla mia vita. Al fatto di dover diventare per forza qualcuno. Ma,dove sta scritto? Il fatto di dover essere chi non sono mi rende strana. Inadatta. Perché devo uniformarmi a un contesto che non mi appartiene?Perché non posso indossare un vestito strettorossoprovocante in una cena formale?

Ora cerco di mangiare qualcosa, frugare nel frigorifero quello che ho, ed arrangiarmi un po’ come tutti. In estate.

Kiss

Giovanna

Domenica d’agosto (o di fine luglio)

Le città di provincia si svuotano di domenica, d’agosto.
Il vento non è né caldo, neanche freddo. Tutto sembra fermo. Anche l’acqua della fontana perde vigore. Il vigore del lunedì.
Una signora con i capelli bianchi, dopo la morte del marito, ha preso un cane. Da allora è diversa.
Felice per qualche secondo.
Ora, Lei, seduta ascolta il silenzio. Il vento. E il respiro, a volte, affannoso di questo cane bianco.
Bianco come la semplicità.
Bianco come i padri che fanno il loro dovere.
Bianco come la camicia bianca di un ragazzo, che porta a passeggio il nipote. Troppo rumoroso per i miei gusti.

Di domenica, d’agosto, le cicale cantano ancora. Ahimé.
Stravolgono, insieme a un vento inaspettato, solitudini ferme.
Ferme come una foto in bianco e nero, dove il colore non esiste.
E dove le immagini non ritoccate conservano pudori oramai scomparsi.

L’estate di ieri

Anche quando ero piccolo faceva caldo.

Ma, forse, non lo percepivo.

Ieri, d’estate, la musica non terminava.

Si perdeva nel giorno, a casa della nonna.

Con Matteo, giocavamo a Giochi Senza Frontiere.

Il gelato chiudeva la sera, tra silenzi e risate.

Risate quasi mai nascoste.

 

Il giorno dopo e il giorno prima

mangiavo pane e nutella, giocavo a maestri.

Io, ero, sempre il maestro.

Che poi non lo sono mai stato.

E’ un duro lavoro.

Il giorno non finiva mai,

ma non ci pensavi mai alla fine.

Ora, conti numeri, ore, minuti.

Sempre con l’orologio in mente e sul/nel telefono.

 

L’estate di ieri

non finirà mai.

Sarà la gioia dei nostri ricordi,

quelli più veri.

Quelli che non hanno una spiegazione.

Solo azione.

Forse.

E la notte che è uguale al giorno.

Uccelli
sugli alberi.
Gridano ancora.
Il caldo
non dà tregua.
Come il loro cantare.
FORTE.

Due cani giocano
con una pallina
sporca.
E una macchina
passa, poi
una moto.
E il rumore…

Io aspetto
al semaforo.
Sono un pedone.
Basta! Dico
tra me e me.
Gioco con
una pietra bianca,
aspettando
l’estate:
il senso
di libertà,
la spiaggia,
il mare.

E la notte che è uguale al giorno.

Ma non sai rialzarti

Attimi si intersecano, forse litigano, forse no. Suonano come spine di rose. Si percepiscono. Li percepisci.

Seduta su una sedia, sfogli pagine di libro. Poi di quaderno. Quel quaderno che odiavi tanto. Addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni. Faccine disegnate.

Ti tocchi i capelli. Sfibrati. Non ti curi come una volta. Quando uscivi, sorridente. E quel sorriso bianco. Senza imperfezioni. Imperfezioni che non pensavi di avere. Ma siamo imperfetti, cazzo!

Bevi acqua calda, perché dici che purifica. A piccoli sorsi, termini quella sostanza quasi sporca. Nera. Quel nero che non riesci a capire. E ti distrugge. Ti sta continuando a distruggere.

Ti alzi dalla sedia. Vai verso la finestra. Fuori tutto è fermo. Sono le tre di pomeriggio. Ed un caldo quasi caldissimo ha reso gelide le rose rosse. Ancora più ferme, le macchine verdi che erano verdissime. D’inverno.

Guardi fuori e guardi dentro.

Ripensi agli attimi, ai ricordi.

Ti hanno resa fragile, sensibile. Dolcemente complicata. Complicata e strana. Agli occhi degli altri.

Ti siedi di nuovo. E continui a sfogliare quel quaderno. Impassibile. Fino a tarda sera.

La sera, ti alzi, vai a letto e fai finta di dormire.

Attimi si intersecano, forse litigano, forse no. Suonano come spine di rose. Si percepiscono. Li percepisci. Ti tormentano perché hai paura di cambiare.

Ma, non sai rialzarti.

Il caldo che avanza

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Una moto ferma.
Alberi che attendono. Cosa poi?
Macchine chiuse senza nessuno.
E il caldo…che avanza.

Avanza senza avvertirti.
Ti ingloba in una bolla.
Chiusa o aperta. Comunque calda.

Avanza nelle frasi lasciate a metà
di due ragazzi che sono vicini a te,
e sorseggiano una coca cola fredda e
un caffé bevuto a metà.

Lei vorrebbe concludere la relazione.
Lui non ci sta e
prova a dire qualcosa. Ma, lei lo ferma.
Sempre.
Non ha possibilità.

Lui si alza e va in bagno.
Per stemperare la tensione,
andare lontano per un po’.
Torna.
Lei non c’è. Scomparsa in
una bolla di sapone già scoppiata
da tempo.

Lui si siede.
Mentre il caldo…avanza.
Una moto ferma.
Alberi che attendono. Chi poi?
Macchine chiuse senza nessuno.

Nessuno ascolta il silenzio di Lui.
Mentre il caldo avanza.
E zittisce persino due cani
che abbaiano sempre.

 

93: Un po’ di me #14

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Pedro

Buenas,

io e Pedro stiamo seduti in poltrona, al fresco. Fuori fa un caldo africano, che quando cammini, ti perdi nell’umidita’. Umidità che non ti permette di vedere chi ti sta affianco o davanti.

Io odio il caldo, come già vi avevo accennato, ma quest’anno devo combatterlo. Anzi spero che le giornate di caldo siano poche, perché di andare al mare non ne ho proprio voglia. Visto che il mare di Pescara è sporco e perdermi tra i bagnanti che sostano ore al sole, non mi interessa proprio.

Le prossime settimane sarò meno attivo (anche questa settimana lo sono stato), perché sono stato nominato commissario esterno di spagnolo per gli esami di stato. E questo mi impedisce di leggere i blog che seguo. Quindi, scusatemi da ora.

Ma, mi piacerebbe scrivere post giornalieri su questa esperienza, così da rendervi partecipi dei retroscena della maturità. Sempre rispettando il lavoro dei docenti e le ansie dei discenti.

Ora vi lascio, con la parola del giorno che è: esame.

 “Gli esami sono una prova temibile anche per i meglio preparati, perché l’uomo più sciocco può sempre fare una domanda a cui l’uomo più saggio non sa rispondere.” (cit.)

Io e Pedro usciamo e vi mandiamo un enorme beso Caliente. Ahaha.

Buona serata! Em@

Nove: Agosto

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Caldo afoso. Siamo in agosto. Un agosto, di tanto tempo fa. Un agosto spensierato, con il sole in fronte.
Nessun problema, nessuna preoccupazione, nessun modo di riempire il tempo.
Tutto era spontaneo, vissuto, senza “un rimandero’ a domani”. Perché quando si è piccoli non si vive per progettare. Si vive per divertirsi, giocare, buttarsi l’acqua addosso, farsi male, piangere e rialzarsi.
Quel caldo afoso me lo ricordo ancora, ma lo sopportavo a differenza di oggi. Lo sopportavo perché non gli davo un peso. Il peso della maturità.
Agosto: le litigate con mia sorella, la merenda della nonna, il gelato al bar. La felicità di poter condividere un pezzo di torta, fuori, perché allora in paese era tutto più semplice.
Si rideva per una parola detta a caso, per una storia raccontata dalla signora che le sapeva raccontare. E che ci metteva la giusta enfasi per farci sorridere. E poi ridere.
Questa mattina ha nevicato ed io ho ripensato ad Agosto.

Buona serata.