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26 settembre (ora inizio 18.23, ora fine 18.35)

Una stanza della mia casa ha la muffa.Facile toglierla, anche se non mi sembra giusto che ci sia, visto che abito in questo posto da un mese. Più o meno. La muffa mi fa schifo. Più di una cacca del cane, che oramai raccolgo volentieri.

Oggi, non ho fatto la passeggiata lunga perché dovevo scannerizzare dei documenti. Nel mentre (non mi piacciono molto queste due parole insieme!), ho ascoltato un’intervista dove uno scrittore spagnolo diceva che oggi vale più il corpo fotografato di un selfie, che il corpo che viviamo tutti i giorni: quello che ci accompagna al lavoro, a prendere un caffé, discutere con un’amica del più e del meno.

Bianca, ora miagola, nonostante sia un cane. Vorrei staccare la spina e mandarla a fanculo. Insieme a Pedro. Staccare la spina e iniziare di nuovo. A tutti capita di voler essere trasparente almeno per qualche giorno? Di togliersi di dosso i problemi di sempre. Non definitivamente. Almeno per un po’.

Stasera mangio un rustico. Ricetta della nonna. Adesso ascolto un po’ di musica, vedo un programma spagnolo, per tenere aggiornata la lingua, e poi farò il rustico. Pasta e condimento preparati in anticipo, per rilassarmi un poco ahora.

La tragedia di Rigopiano (distante 20 minuti da casa) mi ha scosso. In un attimo tutto finisce. Siamo come un soffio senza valore. Oppure siamo qualcuno che ha un valore prima del soffio?

Buona serata,

Em@

#CaneAbbandonato

#CaneAbbandonato

Vagava solo per il mercato: un cane abbandonato.

Piccolo, marrone e anziano.

Aveva paura. Ed attendeva vicino alla piazza della frutta.

Attendeva in un determinato punto, vagava e tornava nuovamente nello stesso posto.

(Forse qualcuno ha deciso di lasciarlo lì. Proprio lì. E se n’è andato.

E’ andato lontano. Forse a casa, forse a fare compere, ma con un peso addosso.)

Per un po’ gli sono stato vicino. Gli ho messo da mangiare. Ma, non si faceva toccare.

Impaurito tornava in quel posto. Indifeso e spaesato.

Vagava solo per il mercato. Un cane abbandonato. Che aveva paura giustamente di chi si avvicinava. Che giocava, con i cani degli sconosciuti. Che, per fortuna, ora ha trovato ristoro. Per ora in canile, domani forse altrove.

Spero per lui altrove: lontano. Lontano da colui che lo ha abbandonato.

Martedì quasi di neve.

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La suora giovane, Giovanni Arpino. Foto: Me.

Buen@s, 

il freddo è iniziato  a farsi sentire. Con esso la neve e le giacche pesanti, che ci riscaldano amorevolmente. Bianca dorme in poltrona. Si sa i cagnolini amano il caldo della casa e le coccole.

Ho appena finito di leggere “La suora giovane” di Giovanni Arpino. Un romanzo breve, scritto nel 1959.

Il protagonista, Antonio, è un ragioniere che vive la sua solitudine in una Torino descritta benissimo, che fa da sfondo alle sue avventure.

Antonio lavora tutti i giorni, con gli stessi orari, ma è stanco della sua vita convenzionale, dove la monotonia prende il sopravvento e la (pseudo) relazione con una certa Anna non va oltre il flusso quotidiano (per lui monotono).

Antonio, Antonino, trova la sua valvola di sfogo in una suora; una novizia di nome Serena, che incontra alla fermata del tram.

Inizialmente, immagina questo incontro. Poi, realmente e fortunatamente, la conosce.

Parlano per ore all’interno della casa di un avvocato gravemente ammalato, che la novizia accudisce. Ore che acquistano valore per Antonio, che trova il suo “se stesso” in qualcosa e qualcuno, che non avrebbe mai immaginato di vivere e incontrare.

Ciò che ho amato maggiormente, oltre allo stile, è la modernità di questo romanzo.

E come diceva la mia prof. di francese al liceo :”Un romanzo è attuale quando è moderno”. Quando le problematiche e le emozioni rispecchiano la realtà che viviamo. Ora.

Bianca si è svegliata. E’ ora di uscire, per il bisogno quotidiano.

Mil besos,

Em@

P.S.: Il libro, che personalmente ho trovato al mercatino, si può trovare su amazon:

https://www.amazon.it/La-suora-giovane-Giovanni-Arpino/dp/8860739969

126: 5 settembre

Buenas,

oggi, piove. Bianca fa la pipì per tutta casa. Pedro la bacia, come se fosse la sua fidanzata.

Ora, sul mio letto, mi guardano, come se fossi una star del cinema. Mentre scrivo parole, che vorrei orientare verso il concetto di apparenza.

Apparire o essere? Essere o apparire?

Io appaio come sono. Anche se chi mi guarda dall’esterno potrebbe pensare male, bene. Potrebbe dire apparentemente che io sono un altro. Un altro me.

Ma, io, dritto per la mia strada so qual è il limite tra l’essere e l’apparire. A volte, esagero nell’apparire. A volte, tralascio l’essere. A volte, tralascio l’apparire. E come un poveretto vado in giro per la mia strada, indossando ciò che voglio. E so che chi mi guarda potrebbe dire qualcosa. E questo qualcosa generare un’ offesa. Offesa che non mi tange, ma che combatto attraverso le parole, l’eloquenza.

Dopo lo sguardo attonito di chi mi ha giudicato, le mie parole risaltano nell’aria, indebolendo le convinzioni di professionisti, che subito cambiano espressione. Faccia.

Oggi per esempio, davanti alla porta del tribunale, vengo fermato da un poliziotto, che non ha fermato la donna che entrava prima di me. Lei era ben vestita, ben truccata, esteticamente perfetta. Io, vestito decente, con maglietta semplice e jeans, con due orecchini a forma di foglia, su ogni orecchio. Apparentemente diverso dalla signora, forse ugualmente competente. Forse.

Perché la Signora non è stata fermata? Poteva tenere nella sua borsa una pistola.

Comunque, quando inizio a parlare in tono aulico (tono che uso molte volte in mia difesa), il poliziotto cambia espressione. La tensione del viso, si rilassa. E lo spirito inquisitorio scompare.

Io mi chiedo: “Perché devo usare il tono aulico per essere credibile? Perché?

Mi rispondo sempre che essere se stessi ti dà libertà, ma nello stesso tempo ti mette dei paletti. Paletti che mi obbligano ad usare un tono aulico, per essere ascoltato.

In un certo senso, è una sorta di bullismo. Che personalmente combatto. Ma, mi metto nei panni di chi non ci riesce. E che muto (per mancanza di mezzi) non combatte il finto conformismo.

Vi lascio! Mi sono troppo dilungato!

Vado a spupazzare quei due mostriciattoli che apparentemente si sono addormentati. Anche se con la coda dell’occhio non hanno mai smesso di guardarmi.

Buona serata e

Mil besos, 

Em@

 

118: Un po’ di me #21

Buenas,

stanotte, di nuovo terremoto. Bastardo nemico che mette in discussione le apparenti certezze della nostra vita.

Non voglio fare retorica e ripetere frasi fatte e dette, sempre e comunque, ma il terremoto, come qualsiasi evento naturale o tragico, ci fa comprendere quanto siamo piccoli di fronte a Madre Natura.

Il terremoto ci fa capire che non possiamo controllare tutto. E sta parlando uno che cerca sempre di controllare ogni istante della propria vita, per sentirsi al sicuro. Almeno nel proprio nido.

Come nel terremoto de l’Aquila, mi sono alzato prima e ho sentito tutto in piedi. Come se un sesto mi dicesse: “Alzati!”

E poi ho sentito tutto perché la distanza non è così esagerata! 155 chilometri.

Dopo la scossa, io, Pedro e Luca siamo usciti fuori.

Fuori tutte le persone, in pigiama e impaurite, si facevano delle domande. A cui, naturalmente, non sapevano rispondere. E neanche io!

In quegli attimi, l’aspetto positivo è stata la coesione. Unione.

Persone che non si sono mai scambiate parole, in quei momenti erano unite. E come familiari mettevano in evidenza tutta la spontaneità.

In quei momenti, le barriere quotidiane decadono e l’essere umano esce fuori.

Ho ripreso sonno alle 6.00, con Pedro attaccato. L’ho fatto dormire con me perché aveva paura. Anche se sono contro, solo per il semplice fatto che non riposo bene.

Vi lascio.

Spero che stiate tutti bene.

Un saluto,

Em@

101: Un po’ di me #18

Buenas,
Pedro seduto sulla sua sedia, mi guarda. Mi guarda perché vuole fare pace. Ha trovato un rotolo di carta igienica, che ho dimenticato di raccogliere, e ha riempito la casa di carta. Carta che ho ritrovato ovunque. Sul letto, cucina, sala.


La carta e le sue funzionalità.

Serviva per scrivere. Fino a qualche tempo fa. Ora tutti preferiamo il computer e dimentichiamo di quanto era bello colorare il quaderno, tenerlo in ordine. Personalizzarlo. A volte, anche in modo esagerato. Ma, era nostro. Ci rappresentava, rendeva unici.📑📓📕

La carta del libro, invece, la associo sempre al suo odore. Odore di libro, antico, di qualcosa che non è commerciale.
Infatti, preferisco prendere i libri nei mercatini, perché è proprio lì che trovo titoli diversi. Titoli che non riuscirei a trovare in una libreria dove il Bestseller del momento è padrone della scena.
Nel pomeriggio, ho comprato tre libri in un mercatino di vestiti, libri e mobili usati.

Ho preso Maggie Cassidy di Kerouac, Gente di Dublino di Joyce, Il lacchè e la puttana di Nina Berberova. Quando li leggerò vi dirò se mi sono piaciuti.

Ora vi lascio! Pedro è appena venuto e ha cercato di fare pace. Gli ho detto di andarsene. E aspetterò ancora un po’ prima di perdonarlo.


Buona serata a tutti,

Em@

100: Un po’ di me #17

Buenas,
oggi mi prometto che scriverò tutti i giorni, almeno fino a settembre. È vero anche che non devo scrivere sempre e per forza, ma è anche vero che scrivere per me è anche equilibrio. Forma de ser.

Oggi, qui, di nuovo caldo. Domani lo sarà ancora ed io continuero’ con le mie lezioni di yoga personali e solitarie, che mi permetteranno almeno di sconfiggere il senso di calor, che mi rende nervoso.
Io e il caldo: opposti che non si attraggono. Non vado nemmeno al mare. Ci vado solo in villeggiatura (se ci vado), sapendo che non devo prendere macchina o mezzo. Perché io sono di comodo, diciamocelo! 😉 ❤

Pedro è uscito con Luca.
A settembre andremo a casa nuova e la scorsa settimana ho litigato pure per la cucina. Cucina scelta da Luc e l’architetto commerciante affarista, che è riuscito con la sua favella a far spendere parecchi soldi, per una cosa si’ bella e di design, che sinceramente trovo poco comoda. Comunque i soldi li ha spesi lui, cavoli suoi. Anche se credo che, quando si sceglie di condividere qualcosa, entrambi, indipendentemente dal dinero, devono scegliere. O almeno si devono mediare le opinioni, quasi sempre diverse, nel mio caso.

La serata avanza, e il clima estivo pure. Io preferisco l’inverno, ma le serate estive mi riportano al senso di libertà dell’adolescenza. A quando tutto era possibile, i problemi erano superflui e il giorno dopo non si andava a scuola. Yuppy.

Vi lascio con una foto, scattata adesso dalla mia finestra.

Un beso e buona serata

,

Em@

88: Un po’ di me #12

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Lluvia, oggi, chieti

9 giungo

Buenas,

ho appena finito di fare stretching. Sto per terra, mentre vi scrivo. E mentre Pedro mi lecca con estremo ardore i piedi, affaticati da un lungo camminare per vie centrali. Vie oggi vuote a causa di una pioggia incessante. Che ha rinchiuso in casa i soliti passanti, che solitamente si trovano per il corso.

Ora, il solito Pedro, è salito sul letto e mi guarda con occhi spiritati, ma lo ignoro perché oggi mi ha rotto un bel po’. Ha pure ragione, però, perché nel pomeriggio non ha fatto la solita passeggiata.

Ho dovuto portarlo in un vicolo chiuso per fare i bisogni. Un vicolo dove la pipi’ dei cani regna indiscussa. Dove una signora predica perché ha la finestra che si affaccia su questa oasi di pipi’. Anche la signora ha ragione. E io non so che dirle. Mi porto l’acqua per pulire la pipi’. Ma, più di questo non posso fare.😦

Tornando a noi. Oggi mi sento “piovoso”. Come il tempo. Immagino di avere qualcuno al mio fianco, mentre distesi sul letto ci scambiamo dolci effusioni. Uno carino, giusto. Uno che si perda nei rumori della pioggia e si lasci riscaldare dal sottoscritto, che lo riempie di carezze (tipo film romantico dove uno dei due deve partire per un lungo viaggio e la sera prima si ritrovano sul letto dove hanno fatto amore per la prima volta! Ahhaha).

A voi vi è mai capitato di sentire la pioggia con uno/a che vi piaceva veramente? Con uno/a che si stava zitto/a e sapeva ascoltare, senza parlare per ore di filosofia orientale o di politica comunale?
A me no, quindi lo immagino. 😈

Stamattina, sono andato a comprare il pane a Piazza Malta, a circa 15 minuti da  casa mia. L’unica piazza del mercato abbastanza grande che è rimasta a Chieti. Ci vengono contadini dalle zone limitrofe e vendono frutta e verdura. La clientela è anziana perché le nuove generazioni prediligono il centro commerciale.

In questa piazza, c’è anche uno dei forni più buoni di Chieti. E oggi per voi, solo per voi, ho comprato il dolce che vedete di seguito. Un dolce inventato da Carmelina, una delle proprietarie del negozio. Si chiama “la cupola“. Esteriormente ha una presenza scenica limitata, ma è molto salutare.  Sembra un ciambellone, fatto con limone e mandorle. Ma che bontà! (Io generalmente mangio dolci solo a colazione! Eh!)

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La parola del giorno è pioggia. Vi lascio con una frase di Hemingway, autore che ho scoperto da poco (ora sto leggendo Fiesta).
 
Amo ascoltare. Ho imparato un gran numero di cose ascoltando attentamente. Molte persone non ascoltano mai.”
 
Frase alla quale do un significato ulteriore, ovvero che anche le pause in un contesto d’amore, mentre fuori piove, vanno ascoltate. E non riempite per forza.

Stasera pizza. E non devo cocinar! Yuppy.

Buona serata,
Em@

84: Un po’ di me #9

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Pianta e davanzale, Chieti, oggi

6 giugno

Buenas,

ci sono dei giorni in cui vorresti buttare tutto dalla finestra, compresa la pianta che da anni soggiorna sul davanzale.

E oggi non è uno di questi giorni.

Ci sono dei giorni in cui vorresti riempire il tempo, riuscire ad intersecare impegni, hobbies, situazioni conviviali, appuntamenti dal dentista. Anche se poi ti rendi conto a fine giornata, che non serve riempire il tempo se non hai coscienza dei giorni che passano. Delle scelte. Se non hai coscienza di quello che vuoi.

Il tuo tempo non è un riempitivo, una forma di essere.

E oggi non è uno di questi giorni.

Ci sono dei giorni in cui vorresti essere come il tuo vicino di casa, che ha appena raggiunto un traguardo. Come il ricco avvocato che guadagna soldi, solo per aver messo una firma. Come la scrittrice famosa, che scrive bene, non benissimo, e che viene osannata come una diva di altri tempi.

E oggi non è uno di questi giorni.

Ci sono dei giorni, come oggi🌅🌅 , che decidi di cambiare strada per tornare a lavoro. E per dieci minuti cammini e ti giri intorno. Scopri case mai viste 🏡, panorami apparentemente senza senso, case degli altri aperte. Finestre, che per via del caldo, ti accolgono in case vissute. Signore che lavano a terra e che non vedono che con il tuo sguardo sei entrato nella loro intimità.

Lo so, non si fa.

Ma, fondamentalmente sono curioso e amo spiare le case degli altri. Soprattutto la sera d’estate, quando i lampioni esterni sono spenti e le finestre sono aperte. Chi è dentro non vede chi sta passando. Chi è dentro continua a litigare con la moglie, con il marito. Lascia la tavola in disordine, si gratta il pacco, come se non ci fosse un domani, e subito dopo prepara il biberon per il bimbo, senza la preoccupazione di doversi lavare le mani. Tanto nessuno sa che per minuti la sua mano è stata nascosta in una mutanda a righe, con sfondo bianco. E anche orrenda, aggiungerei! Ahahah.

Tornando a noi, stasera ho riutilizzato il minipimer dopo una settimana di stasi. Ero un po’ ansioso, ma mi sono armato di buon coraggio e ho tritato zucchine diverse da quelle dell’incidente, per fare una vellutata. Alla fine del post, la ricetta🍅.

Pedro, oggi più bravo del solito. Oramai si siede senza esitazione. Luca, lavora e mangia. E la casa apparentemente ordinata, anche se ho visto luoghi che volutamente non ho voluto ispezionare.

Ah, la palabra del día (parola del giorno) è: DENTRO

Dentro ogni abitazione, si nasconde la vera persona.

Buona serata e/o notte

Em@

Ricetta vellutata e procedimento:

4/5 zucchine

1 cubetto di brodo vegetale

1 patata grande

Cuocere le zucchine e le patate (tagliate a cubetti) in una padella, dopo aver soffritto l’aglio. Aggiungere acqua e cubetto stritolato con forza. Aspettare che l’abbondante acqua si sia ritirata e il tutto si sia cotto. Prendere il famoso minipimer e frullare il tutto. Aggiungere spezie a piacere. Verrà un fantastica vellutata.💫

83: Un po’ di me #8

5 giugno

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La Chiesa di Lucia, oggi pomeriggio, Chieti

Buenas,

la domenica sta volgendo al termine. Giorno della settimana, che placa animi frenetici di mamme che vanno a riprendere i figli a scuola. Giorno della settimana, che molti passano in poltrone comode, tra coperte e familiari che si vedono e sorridono. Si scambiano consigli e informazioni su ciò che è successo in settimana. Anche se questa idea di familiarità, accompagnata da dolci importanti e forse troppo nutrienti, si ha nel periodo invernale, autunnale.

Io, la domenica, quasi sempre, la passo da mia madre, a Manoppello. Vicino a Chieti (come già forse vi avevo detto). Manoppello è un paese dell’entroterra abruzzese, che fino a qualche tempo fa consigliavo anche per vivere. Ora, le cose sono cambiate. Da quando i centri commerciali hanno preso il sopravvento, i piccoli centri sono decaduti. I negozi chiusi. Rimangono solo bar e luoghi di incontro, che permettono alle persone che ci abitano di avere una vita sociale.

Io, ricordo con piacere la mia infanzia e adolescenza in paese.

Ho iniziato ad uscire da solo, sin da quando avevo dieci anni. Mi divertivo, ci si divertiva con poco. Si perlustravano zone di campagna mai prese in considerazione, si correva tra le scale dei vicoli. Vicoli che avevano sempre un fascino diverso, ogni volta che ci passavi. Guardavo dalle finestre, per scoprire cosa c’era al di là delle case. Perché le case del centro storico avevano e hanno un loro fascino. Ricordo che la nonna di una mia amica aveva cinque salotti, che si susseguivano. Ognuno adibito a un’occasione diversa. C’era quello rosso, ad esempio, che aveva un’entrata da un vicolo e che era il luogo dove i nipoti della signora facevano merenda e colazione.

Il ritorno da Manoppio, come lo chiamo io, lo faccio sempre in autobus. Come l’andata. L’autobus, per me, è un mezzo dove si incrociano storie. Realtà che non si conoscono e che condividono in quei venti minuti, qualcosa. Uno sguardo, un sorriso, un saluto. Anche un silenzio di non conoscenza. Ad esempio all’andata, siamo sempre in quattro: io, una signora con trucco e parrucco perfettamente alla moda, un uomo alto che legge sempre il giornale ed un uomo con la parrucca nera, che solitamente guarda fuori. A volte, sale un ragazzo biondo rumeno, che raggiunge la sua ragazza a Brecciarola, una frazione di Chieti.

Noi, ci vediamo quasi ogni domenica alle 10.10, e per venti minuti. Ma, non ci salutiamo mai. Il nostro silenzio è un silenzio condiviso che ci unisce e forse, se ci incontrassimo fuori, si trasformerebbe in una voce di saluto. Forse.

Pedro e Luca sono appena usciti, e sta iniziando anche a piovere. Sono contento se inizia un’acquazzone perché ha tre ombrelli (🌂🌂🌂) all’entrata e mai una volta che ne prende uno. Poi, rientra e si lamenta che si è bagnato. E si lamenta che poi si ammala.

Pedro🐶, povera stella🎇, rientrerà zuppo. Verrà da me, facendo orme ovunque. Implorandomi, con i suoi occhi pietosi (esiste, non come petaloso), di essere asciugato con l’asciugacapelli.

Vi lascio, come sempre, con la palabra del día (parola del giorno) che è CASA ( 🏡)

La casa è quella parte di noi che ci accompagna, in ogni luogo, e ci fa sentire forti nonostante le difficoltà.

Buona serata,

Em@ 🙋🙋