105: ubriacogentile

Il diario

L’ubriaco, in realtà, mi aveva seguito perché avevo perso le chiavi sul treno. E voleva restituirmele.

Gli dico grazie, apro il portone, lo chiudo e corro come una matta. Senza un perché. In realtà, la paura mi aveva messo un’ansia tremenda addosso, che dovevo scaricarla in qualche modo.

Apro la casa di Lui. Si chiama Pasqualino. Che cazzo di nome! Ma, gli ho chiesto il nome dopo averlo baciato, in una discoteca romana. Al Qube. Che poi non ci volevo nemmeno andare a quella serata. Perché era di venerdì ed era la serata gay del Muccassassina.

La mia amica mi ha costretto. Mi ha detto Chiara dai andiamo, ci divertiamo, ci facciamo tante risate. E poi ci sono Fabio e Luca (due amici gay della mia amica), che ci tengono tanto a conoscerti.

Alla fine ho ceduto. E ci sono andata.

L’ho incontrato al bagno del secondo piano. Bono da paura. Ma, vestito a modo. Maglietta semplice e jeans chiari. L’ho provato a guardare. Provato, perché già era il quarto tentativo di sguardi in quella serata. Tentativi che erano andati naturalmente a vuoto, visto che era serata gay(a).

Lui stranamente mi riguardava. E mi sono detta tra me e me: “Non può esse”.

Abbiamo pomiciato tutta la serata, ci siamo conosciuti per bene. E ora stiamo insieme da quattro mesi circa. Lui spesso va fuori per lavoro. E io ho le chiavi della sua bella casa. Vengo spesso, soprattutto quando non voglio sentire le mie coinquiline. E quando ho dei giorni no, in cui mi sento una perdente.

Ho oramai 26 anni e sono al secondo anno di scienze infermieristiche.

Chiar@

 

104: SonoChiara

Il diario

Sono sul treno che mi porta a casa. Sola, anzi un mezzo ubriaco mi si è messo davanti. E cerca di dirmi qualcosa. Non lo ascolto. E poi perché dovrei ascoltarlo? Non sono una psicologa, né una psichiatra. Non analizzo nessuno, chiaro! Mi hanno sempre considerata l’amica che capisce, ascolta, che c’è sempre quando si piange. Quando si ride, dopo aver pianto. Mi sono rotta il cazzo di essere l’analista della situazione. Ci sono tanti professionisti che fanno bene il loro lavoro.

E poi perché dovrei farlo io? Io che sono una mezza disoccupata, senza un lavoro fisso, una vita sociale, una definizione sociale. Io che modestamente capisco più degli altri, mi ritrovo vittima di un sistema che ha orari, concetti prestabiliti, leggi. Leggi che ripetutamente leggo e non capisco mai di cosa parlino. Bah.

Questo ubriaco, che trovo anche carino, cerca di dirmi qualcosa. E io non voglio ascoltarlo. Non voglio sentire pure la sua vita, i suoi problemi, l’alcol. La moglie incinta disoccupata, il bambino con un handicap, la mamma malata da tempo.

Mi soffermo sulle pagine bianche del mio diario. Pagine bianche che fino a ieri non ho toccato. Ora voglio riempirle, voglio darmi una possibilità. Voglio dire a tutti chi sono io. Anche se sinceramente già lo so. Non mi serve il consenso altrui. Ma, per vivere serve esistere e non rinchiudersi in una campana di vetro, dove vorrei essere diventa un mantra.

Voglio gridare al mondo, che ho tutte le possibilità per essere una vincente. Una donna che può essere soddisfatta. Deve esserlo! Per forza.

L’ubriaco scende alla mia fermata, mi segue. Corro, lui non riesce a reggere il mio ritmo. Ridimensiono il passo, pericolo scampato. Continuo a camminare, verso casa. Casa di lui, che oggi non c’è.

Davanti al portone mi ritrovo l’ubriaco. Che cerca di dirmi qualcosa.

Chiar@