128: 7 settembre

Buenas, 

Piove, senza interruzione.

Case aperte, nonostante il tempo. Aperte, nel senso, che c’è qualcuno.

Qualcuno che ascolta, dalla finestra, la pioggia che cade.

Che sbatte contro macchine appena comprate. Che si infrange in capelli appena lavati. In sguardi appena percepiti. Sinceri. Sinceramente innocui.

Due passanti passeggiano. Ombrelli firmati, vestiti di marca. Parole che escono senza sapere quale direzione prendere. Parole che escono, così, per riempire uno spazio. Per riempire il tempo, che, ahimé, inesorabilmente, passa.

 

Piove, senza interruzione.

Due bambini, giocano con due cani, estremamente viziati. Si buttano a terra, alla ricerca di giochi, da ritrovare sotto letti che non hanno mai consumato. Letti puerili, con coperte di Spiderman.

I genitori, in un’altra stanza, litigano. Aiutati da questa pioggia incessante, che nasconde le parolacce, le grida. Gli spintoni, i graffi.

Uno di loro, esce. Lui, ora fuori la porta di una casa singola, mentre la pioggia lo bagna completamente. Pensa che deve cambiare. Devono cambiare le cose.

Non può andare avanti così. Lo deve fare soprattutto per i suoi figli.

 

Piove senza interruzione.

Un uomo si allontana dalla sua casa. Sa che non tornerà più.

Due bambini continuano a giocare con due cani dispettosi.

Una donna, seduta vicino a un camino spento, si fuma una sigaretta. Anzi due. Anzi tre.

Trema perché ha paura. Paura di rimettersi in gioco. Sola, senza nessuno.

 

La pioggia cessa di esistere.

Le nuvole si allontanano, il cielo si apre.

E’ tornato tutto com’era prima.

Solo apparentemente.

 

Mil besos,

Em@

126: 5 settembre

Buenas,

oggi, piove. Bianca fa la pipì per tutta casa. Pedro la bacia, come se fosse la sua fidanzata.

Ora, sul mio letto, mi guardano, come se fossi una star del cinema. Mentre scrivo parole, che vorrei orientare verso il concetto di apparenza.

Apparire o essere? Essere o apparire?

Io appaio come sono. Anche se chi mi guarda dall’esterno potrebbe pensare male, bene. Potrebbe dire apparentemente che io sono un altro. Un altro me.

Ma, io, dritto per la mia strada so qual è il limite tra l’essere e l’apparire. A volte, esagero nell’apparire. A volte, tralascio l’essere. A volte, tralascio l’apparire. E come un poveretto vado in giro per la mia strada, indossando ciò che voglio. E so che chi mi guarda potrebbe dire qualcosa. E questo qualcosa generare un’ offesa. Offesa che non mi tange, ma che combatto attraverso le parole, l’eloquenza.

Dopo lo sguardo attonito di chi mi ha giudicato, le mie parole risaltano nell’aria, indebolendo le convinzioni di professionisti, che subito cambiano espressione. Faccia.

Oggi per esempio, davanti alla porta del tribunale, vengo fermato da un poliziotto, che non ha fermato la donna che entrava prima di me. Lei era ben vestita, ben truccata, esteticamente perfetta. Io, vestito decente, con maglietta semplice e jeans, con due orecchini a forma di foglia, su ogni orecchio. Apparentemente diverso dalla signora, forse ugualmente competente. Forse.

Perché la Signora non è stata fermata? Poteva tenere nella sua borsa una pistola.

Comunque, quando inizio a parlare in tono aulico (tono che uso molte volte in mia difesa), il poliziotto cambia espressione. La tensione del viso, si rilassa. E lo spirito inquisitorio scompare.

Io mi chiedo: “Perché devo usare il tono aulico per essere credibile? Perché?

Mi rispondo sempre che essere se stessi ti dà libertà, ma nello stesso tempo ti mette dei paletti. Paletti che mi obbligano ad usare un tono aulico, per essere ascoltato.

In un certo senso, è una sorta di bullismo. Che personalmente combatto. Ma, mi metto nei panni di chi non ci riesce. E che muto (per mancanza di mezzi) non combatte il finto conformismo.

Vi lascio! Mi sono troppo dilungato!

Vado a spupazzare quei due mostriciattoli che apparentemente si sono addormentati. Anche se con la coda dell’occhio non hanno mai smesso di guardarmi.

Buona serata e

Mil besos, 

Em@

 

125: 4 settembre

Buenas,

le luci della domenica sera prendono vigore, ora, che è settembre.

Fino a qualche settimana fa, le luci della domenica lasciavano spazio ai litigi per senza motivo, a un aperitivo in allegria, a una cena estiva organizzata con tanta disciplina. Per fare bella figura.

Le luci della domenica, ora che è settembre, mi mettono un po’ di tristezza, nonostante sia contento che i giorni riprendono il loro percorso naturale, la loro reale estensione.

Estensione che riporta i bambini a scuola, i grandi a lavoro, le ragazze per il corso a essere più vestite. Meno sfacciate.

Le luci della domenica mi ricordano quando andavo al liceo. E la pancia, già alle quattro di pomeriggio, iniziava a brontolare. Farsi sentire.

Le luci della domenica si spengono già quando è lunedì.

Lunedì che ci rimette all’ordine, facendoci dimenticare la leggera malinconia, che provo guardando le luci della domenica.

Mil besos,

Em@

 

123: Due settembre

Buenas,

ho deciso che scriverò, più o meno, a quest’ora (19:45). Perché forse è l’unico momento libero che ho per me.

Ieri, in casa, è arrivata Bianca. Un cagnolino, di quattro mesi, simile a Pedro. Ora sono con Luca in giro. Anche se la piccolina fa un po’ fatica a camminare. Perché  ha paura.

Ieri era tutta intimorita. Oggi, ha fatto uscire un caratterino niente male. Pedro, almeno per adesso, ci va d’accordo. Ci gioca, anche se quando viene presa in braccio, diventa geloso.

Quando passeggiamo è un galantuomo. La difende e la corteggia, come non ho mai visto fare a nessuno. Forse si starà innamorando. Aspetteremo…

La decisione di un nuovo cane nasce dal fatto che Pedro aveva bisogno di compagnia. E già dai primi attimi ho visto che è meno aggressivo. E più sereno.

La decisione di un nuovo cane nasce anche dal fatto che a breve mi trasferirò e lì avrò un pezzo di giardino. Dove liberi, i cagnolini, potranno giocare ( Domani posterò una foto, sempre se ci riuscirò!).

Stasera vi lascio con un video di Mary per sempre; un film cult di fine anni ’80 dove Mery, una delle protagoniste, rivolgendosi al professore, narra come ci si sente ad essere diversi, in quel periodo.

Parole che toccano l’anima, ancora attuali, oggi, nel 2016.

Mil besos,

Em@

Io sono Mery, Mery per sempre…

117: Quel motorino lasciato fuori…

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Quel motorino lasciato fuori. Per ore. Mentre noi ci scambiavamo baci. Carezze. Dolci effusioni. Proprio dolci. Come dicevi tu.

Quella stanza vuota si riempiva del tuo odore. Di qualcosa di magico. Una magia che ci rendeva persone nuove. Diverse da quelle che vedevi per strada e che nemmeno si salutavano. Diverse dalla monotonia di una domenica di agosto, mentre negozi chiusi allietano passanti che vagano senza meta.

Quella stanza aveva un letto e una scrivania. Ed un armadio che era sempre chiuso. Non riesco ancora a capire se eri disordinato o nascondevi un segreto. Qualcosa che non riuscivi a dirmi. E che poi forse ho scoperto, senza che tu me ne parlassi.

Quella stanza chiusa a chiave per paura di…

Paura di essere scoperti. Paura di far vedere la nostra libertà. Paura di ammettere che realmente eravamo innamorati. E non ce lo siamo mai detti. Mai.

Ricordo l’ultima volta che chiusi la porta di quella stanza. Era una mattina di giugno e tu dovevi tornare al sud, perché avevi finito gli esami. Avevamo litigato perché sapevamo che era l’ultima volta che ci vedevamo. L’ultima, purtroppo.

Ricordo il tuo corpo nudo sul letto e i tuoi occhi che volevano dirmi: “E’ inutile litigare! Tanto non possiamo farci nulla! Le cose iniziano e finiscono”.

Quel motorino lasciato fuori. Per ore. Mi accompagnava e mi permetteva di essere felice.

Almeno per qualche ora.

116: L’uomo senza definizione

Il diario (7)

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Le immagini corrono. Veloci. Ti passano per la mente ricordi di estati passate, di tempi felici. Al sole. Quando una caramella faceva sorridere un bambino. Quando la piazza era un luogo di incontro.

Tu, lavoravi. Avevi una bottega. Vendevi pane, che acquistavi dal fornaio di fiducia. E formaggio. Formaggio che rendeva inaccessibile una cantina. Una cantina senza finestra, con una piccola porta che si adagiava su scale non proprio stabili.

Hai lavorato per anni, e anni. Hai fatto studiare i tuoi figli, che ora sono lontani. E non ti fanno nemmeno una telefonata. Telefonata che giustifichi sempre, dicendo che sono occupati e che non riescono a trovare un minuto libero. Un solo minuto.

Tu, ora sei solo. Tua moglie vive con un altro. Vi siete separati da 20 anni. Lei si gode la vacanza al mare con il suo “nuovo” marito. E tu vaghi per la città alla ricerca di una definizione. Una tua definizione.

Sembri spaesato. Senza dimora.

Le immagini corrono. Veloci. Ti passano in mente ricordi di estati passate, di tempi felici. Mentre cammini, ai bordi di una fontana. Una fontana che inizia a zampillare.

E, tu, nemmeno te ne accorgi.

114: Un po’ di me #20

Il diario (1)

Buenas,

stamane, io e Luca siamo usciti per goderci un po’ di relax in montagna.

Prima di questa uscita, ho riflettuto molto se uscire o no. Alla fine, ho ceduto.

E sono uscito.

Nel bel mezzo di una campagna sperduta, sento che ho un problema alla ruota. No, non è niente – mi dico. E continuo ad ascoltare la radio.

Radio che rifletteva il mio stato d’umore: sereno.

Continuo il percorso, sento una puzza. Luca ci dobbiamo fermare, perché qualcosa non va.

Ci fermiamo: ruota a terra.

Campagna sperduta. Clima fresco.

Luca cambia la ruota, sostituendola con un ottantino: una ruota tipo del motorino (un po’ più grande) che serve in caso di emergenza. Ruota che non avevo mai visto in vita mia.

Luca è stato in grado di cambiare la ruota. Io gli avevo detto sin da subito: “Chiama un meccanico, perché rimaniamo qui”.
In realtà, sono rimasto affascinato dalla sua estrema bravura.

Mentre, io e Pedro (che si è pure attaccato con un gatto selvatico), come Heidi e Clara, passeggiavamo in verdi campagne, alla ricerca dell’ombra. Che abbiamo trovato solo dopo poco tempo.

Siamo tornati indietro. Niente montagna.

Arrivati a Chieti, abbiamo deciso di andare a mangiare il pesce 🐟🐠, dopo aver lasciato a casa il simpatico cagnolino.

Arrivati al ristorante, mi siedo. E mi accorgo di essere seduto di fronte al tavolo (tipo cattedra e banchi studenti di prima fila) del mio psicologo. Che elegantemente ho salutato. E che elegantemente ha assistito a tutto il mio pranzo. Ma, devo dire che è stato cordiale.

Anche se ho avuto l’ansia di prestazione per tutto il tempo.

Vi lascio e vi mando un beso,

Em@

112: Mentre qualcuno passeggia…

Il diario (2)

Qualcuno passeggia.

Città che fa tardi la sera. Sono quasi le dieci. Ed i negozi sono ancora aperti. Siamo in un posto di mare.

Passeggi anche tu. E ti immetti in quelle vie senza uscita. Che sanno di nascosto, intimo. Di mistero, paura.

Al terzo piano una leggera luce contrasta con le finestre scure degli altri appartamenti.

Quella luce leggera significa qualcosa. Forse significa che qualcuno sta facendo sesso, forse sesso con amore.

Che ti permette di sfiorare e sentire la presenza, il vigore. Che ti permette di guardare negli occhi, senza parlare. Di capire, senza discorsi che non hanno mai una soluzione. Discorsi psicologici che non hanno mai un fine. Una fine.

Le coperte sgualcite, che sanno di corpi che si intersecano. Che sudano, godono, riposano. Le coperte sgualcite hanno una missione: preservare quell’attimo. Quegli attimi.

Continui a guardare quella finestra per qualche minuto.

Tutto rimane in silenzio. Silenzio assordante, o consenziente. Silenzio che scalda cuori che non hanno bisogno, forse, di parole. Di consensi forzati.

Esci da quella via senza uscita. Qualcuno continua a passeggiare.

Le luci delle case degli altri stimolano visioni reali. Forse irreali.

Visioni che accadono, in un posto vicino o lontano.

Visioni quasi sempre nascoste che hanno bisogno di una fioca luce per essere vissute.

Mentre, qualcuno passeggia. E continua a passeggiare. E continua a farlo para siempre.

Em@

 

109: Alle 16 e 15

Il diario (7)

Marisa, questa mattina, ha deciso di leggere, di lasciare da parte i suoi problemi per un po’. Non ha problemi gravi, secondo lei.

Ha le preoccupazioni di una donna comune, di 56 anni, che ha i figli lontano da casa. Casa un tempo piena di orpelli e gelati. Casa mai vuota, sempre in movimento.

Prende la sedia e si siede davanti alla finestra, posta al terzo piano di un palazzo ventilato. Siamo in agosto, fine agosto, e l’aria gradevole si fa sentire.

Da questa mattina, sta pensando di leggere con totale disinvoltura un libro, il libro che ha su un comodino da mesi, forse anni. Non più di due anni, però.

Ha sbrigato le faccende di casa, ha pulito con dedizione il piano cottura e sfregato un pavimento non più brillante, per sentirsi bene nella sua pausa. Che fino a quel momento non aveva mai preso in considerazione.

Sono le sedici e quindici.

Marisa inizia la sua lettura. Una parola, due parole, poi una frase.

La sua mente però non è concentrata. I suoi scheletri nascosti iniziano a dire “ci siamo anche noi”.

Lei vorrebbe evitarli, ma non può. Non ha mai fatto i conti con un passato non triste, ma non felice. Non si è mai comprata una gonna corta, perché un marito padrone l’ha sempre umiliata. Subordinata. Resa quasi schiava. Non le ha fatto mai mancare nulla, vero. Ma, non l’ha mai considerata. Lei non ha mai potuto dire “per me è così”. Mai, e poi mai.

Oramai è abituata. A questa condizione. Ma, le manca quella libertà che aveva da ragazzina, quando leggiadra danzava per strada. E non si vergognava di niente e di nessuno.

Era la seconda figlia di una famiglia numerosa. Ma, era la più simpatica. Aveva sempre la battuta pronta. Mai scortese, mai maleducata. E poi era brava a scuola. Intelligenza sagace. Le insegnanti le dicevano di continuare l’università. Ma, poi incontrò Lui.

Lui che le controllava i soldi nel portamonete. Lui che la umiliava davanti alla famiglia, agli amici. Lui che, a causa della sua ignoranza, la picchiava. Perché non sapeva usare la parola. Ma, le mani sì.

Mani di odio, mani pericolose.

Marisa continua la sua lettura. Legge altre due, tre parole. E chiude il libro.

Si alza dalla sedia e lo ripone sul comodino.

Torna a pulire, perché le pause non riesce a gestirle. Forse riproverà domani. Forse no.

L’aria gradevole diventa fresca, in vista di un temporale imminente.

Temporale interiore che blocca le lacrime di Marisa. Una donna di 56 anni, che ha molto da dire. Da dare. Ma, che parla poco.

Perché si tiene tutto dentro.

100: Un po’ di me #17

Buenas,
oggi mi prometto che scriverò tutti i giorni, almeno fino a settembre. È vero anche che non devo scrivere sempre e per forza, ma è anche vero che scrivere per me è anche equilibrio. Forma de ser.

Oggi, qui, di nuovo caldo. Domani lo sarà ancora ed io continuero’ con le mie lezioni di yoga personali e solitarie, che mi permetteranno almeno di sconfiggere il senso di calor, che mi rende nervoso.
Io e il caldo: opposti che non si attraggono. Non vado nemmeno al mare. Ci vado solo in villeggiatura (se ci vado), sapendo che non devo prendere macchina o mezzo. Perché io sono di comodo, diciamocelo! 😉 ❤

Pedro è uscito con Luca.
A settembre andremo a casa nuova e la scorsa settimana ho litigato pure per la cucina. Cucina scelta da Luc e l’architetto commerciante affarista, che è riuscito con la sua favella a far spendere parecchi soldi, per una cosa si’ bella e di design, che sinceramente trovo poco comoda. Comunque i soldi li ha spesi lui, cavoli suoi. Anche se credo che, quando si sceglie di condividere qualcosa, entrambi, indipendentemente dal dinero, devono scegliere. O almeno si devono mediare le opinioni, quasi sempre diverse, nel mio caso.

La serata avanza, e il clima estivo pure. Io preferisco l’inverno, ma le serate estive mi riportano al senso di libertà dell’adolescenza. A quando tutto era possibile, i problemi erano superflui e il giorno dopo non si andava a scuola. Yuppy.

Vi lascio con una foto, scattata adesso dalla mia finestra.

Un beso e buona serata

,

Em@