Colori

Quante volte sdraiati a vedere altrove. Silenzi, nascosti, che fanno paura.

Quante volte a chiederti verità che non conoscevi. Perché ognuno ha la sua verità. E’ tanto semplice. Ma, ci si ostina a voler cambiar gli altri. Non è così?

Quante strade percorse, senza aver paura di sbagliare. Ma, sbagliavi sempre. Ma, riprovavi. Fino a quando c’era la forza. La forza c’è sempre. No?

Quante volte al cinema. Dietro. A baciarsi di nascosto. Senza un telefono che emana una luce fastidiosa. Un beep che notifica.

Quante volte ti hanno chiuso il portone in faccia. (Te l’hanno rotta la faccia). Oramai è nera. Blu cobalto. Viola. Oramai non ci fai più caso ai colori.

Colori che vagano senza direzione. Si mischiano. Diventano arcobaleno. Realtà pura. Diventano sole, che acceca. Violini che suonano. Amplesso carnale. Voglia di fare un pompino a chiunque. Mamma che gioca a pallone, che rompe le palle alla maestra (povera maestra!). Mamma che non ascolta, perché il figlio viene prima di tutto.

Colori che sbocciano a primavera. Che rendono blu ciò che è nero. Nero. Morte. Bare interrotte da parenti serpenti. Amici che litigano durante il funerale.

Sono colori che corrono insieme.

Anzi, siamo colori.

Che passano.

Si scontrano.

Incontrano stelle

o erbe selvatiche.


E guardo i colori della notte…

autumn moments (6)

Seduto su una poltrona brutta, guardo in alto.
Solo un lampadario che dondola. Forse il terremoto, forse pensieri che vagano.
Non ho più 20 anni, non sono niente per gli altri. Non ho un’identità sociale. Riconosciuta. Osannata. Pubblicizzata. Messa in vista. Ridotta a un pezzo di carta.
Perché così mi ci pulisco il culo! No?
Non sono volgare. Scusate!Ops!
Seduto su una poltrona, oramai disseminata da pipì del cane, mi guardo dentro.
Mi vedo triste, felice, contento, ansioso, ansioso, ansioso, ansioso, a volte a pezzi.
Come pezzi di carta che col vento vengono trasportati altrove.
Dove non conosco nessuno. Dove piccoli agnellini bevono, forse, il latte.
Mi alzo dalla poltrona, guardo fuori e dentro.
Lascio cadere,a terra,tutto ciò che mi attanaglia.
E mi allungo sul letto. Dormo. Mi alzo. Poi esco.
E guardo i colori della notte…

Colori

Coloro questo mondo. Ogni giorno. Che nasce. Cresce. E purtroppo muore.
Foglie cadono dagli alberi anche a 18 gradi. Anche se molte di loro sono già scomparse.
Scomparse come la figlia di Romina Power che non ha avuto una degna sepoltura. Sepolta in qualche angolo di mondo, di mare forse, come quelli che vivono per strada. Senza nome. Né cognome.
Cognomi importanti a che servono? Solo a dire io sono figlio di, sono importante.
Io, sono, importante, per me stesso. Perché ho voglia di capire chi sono. O sono stato.
Essere stato significa amarsi.
Amare senza danneggiare.
Danneggiare altri, cose, animali.
Amo i miei cani, anche se Pedro ieri si è comportato male. Malissimo direi.

133: 12 settembre

Buen@s,

Persa. Cerco una direzione. Bianco è il colore che vedo. Bianco reale. Non sporco o panna.

Bianco come la neve di dicembre.

La prima neve. Quella che cade incessantemente. E mi isola in una città che non mi appartiene. Non sono me stessa. Non sento vibrare emozioni che vorrei provare a cena, con un bel tipo, mentre ci guardiamo. E io gli dico: “Come sei carino!”

Lui però non mi risponde. Continua a guardarmi negli occhi. Accetta il complimento. E lo ricambia senza parlare.

Bianco come una pagina senza quadretti. Senza righe.

Un bloc-notes bianco, dove ci può disegnare, scrivere appunti. Frasi sospirate. Emozioni che trasformi in parole, che metti in una carta apparentemente uguale. Che d’improvviso diventa tua.

Bianco come un cane bianco.

Che ha paura, di tutto. Tutti. Che si ferma, ovunque. Perché qualsiasi rumore lo distrae. Qualsiasi persona gli mette timore. Poi, però quando gioca con gli altri cani, lo vedi libero. Felice. Con la coda che oscilla. E la fierezza di aver condiviso quell’attimo con i suoi amichetti. Poi, tutto torna uguale, quando lo riporti in strada. La strada che lo riporta a casa. Una casa che gli appartiene, ma che ancora non sente sua.

Persa. Cerco una direzione. Un colore. Qualcosa che renda speciali le mie giornate. Che le renda dinamiche. Vive. Come gli interni degli asili, con immagini tutte colorate. Come il parco giochi della villa, che si riempie di bambini, a qualsiasi ora. A partire dalle 15.30, ora che è iniziata la scuola.

Persa, cerco strade dinamiche, sentieri colmi di erba verde, forni che aprono alle quattro di mattina. Con l’odore del pane, dei dolci, che preannunciano una nuova giornata.

Una giornata particolare.

Forse azzurra, o verde.

Rosa

Mil besos,

Em@

111: Roma, al calar del buio

Il diario

Ileana entra in casa. Si dirige verso la camera di Pasqualino, senza perlustrare gli altri luoghi dell’abitazione.

Faccio un sospiro di sollievo, quando sento sbattere la porta. E la sento uscire. E mi chiedo cosa cercava nella camera di Pascal.

Mi alzo e mi dirigo verso la camera. Nella camera tutto sembra in ordine. E’ in ordine. Forse avrà preso qualcosa che stava sul comò? All’interno di qualche cassetto? Forse un profilattico. Ma, come fa a sapere che ci sono i profilattici nel comodino vicino al letto? Apro il comodino, la scatola è lì, ancora con la plastica. Quindi niente.

Mi siedo sul letto di questa camera anonima. Camera senza quadri, né fotografie. Senza ricordi.

Non ho mai voluto indagare sulla vita di Pascal, sulla sua mania d’ossessione. Di tenere tutto pulito, in ordine. Disprezza qualsiasi forma di colore. Il colore, quella parte di noi che ci rende vivi. Quella parte di noi che ci fa apprezzare un paesaggio primaverile, un mare dopo la tempesta.

Troppo romanticismo, lo so.

Ma, dalla morte di mia nonna ho sviluppato un tipo di sensibilità “troppo sensibile”, forse fuori dal comune. Forse normale, che appartiene un po’ a tutti. E che molte volte cerchiamo di rinchiudere in un cassetto, pieno di emozioni.

Il telefono inizia a suonare, esco dalla camera. E’ Pascal.

– Ciao Pascal!

– Biscottino come stai? Che fai?

– Niente, vedo la tv (non dico nulla sull’accaduto)

– Tra circa due ore torno. Ti ho portato un regalo! Sei curiosa di sapere cos’è?

– Lo sai che non amo le sorprese – gli dico. In realtà, le amo. E vorrei sapere di cosa si tratta.

Ma, la storia di Ileana, mi ha turbato. E ancora mi riprendo. Che tipo di rapporto c’è tra Pascal e questa ragazza, deduco slava, di nome Ileana?

Prendo il libro dalla borsa, Ecce homo di Nietzsche. Una lettura, che capisco a malapena. Ma, questa frase che cito di seguito, sembra fatta a pennello per me: “Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta…

Chiudo le luci di casa. Esco.

Sto nei pressi della stazione Trastevere. Mi dirigo su viale Marconi.

Sono le 8. 30, circa. Forse più le 9. I negozi stanno chiudendo. E’ settembre.

Gli universitari sono appena tornati dai nidi familiari. Alcuni di loro li vedo con valige stracolme di cibo, viveri.

Due ragazzi maschi si danno un bacio immenso. Forse non si rivedono da mesi. Forse il loro amore è ancora vivo.

Prendo il 170 e mi dirigo a Piazza Venezia, lasciandomi trasportare da un conducente piuttosto bello, da pensieri che ancora non trovano una soluzione.

Mentre fuori dal finestrino, Roma si riempie di bellezza. Bellezza autentica che aumenta al calar del buio.

Chiar@

53: Non sono solo colori

Untitled design (1)

 

Seduto davanti a un computer, posto su una scrivania di legno, situata in un ufficio di ultima generazione, di una multinazionale parigina, Fabio cerca di concludere il suo lavoro.

Non ci riesce perché da qualche giorno la sua mente vaga.

Ha un compagno con il quale si trova bene, due cagnolini che lo aspettano ed una casa vicino alla linea 12 della metropolitana.

Il suo ufficio è tutto colorato. Per lui i colori sono stati sempre fondamentali, perché riempiono le sue giornate tristi lontano da casa. Lontano dall’Italia.

Le pareti del suo studio sono verdi. Verde pastello, in onore della sua infanzia. Un’infanzia passata in campagna, tra cugini e fratelli. Tra nonne che stendevano lenzuola al sole e mamme che preferivano restare a casa ad accudire i figli.

Un acquario piccolo, con un solo pesce rosso, è posto vicino alla finestra.

Il blu dell’acquario gli ricorda il mare, naturalmente. Le corse libere sulla sabbia che all’ora di pranzo bruciava. La voglia di essere quello che realmente era e che non poteva essere. Forse quel pesce rosso nell’acqua è lui ribelle. Rosso ribelle. Un ribelle passionale, per intenderci.

Poi, c’è un tappeto nero al centro dell’ufficio. Nero orco. Che fa paura. Fabio ha sempre paura, nonostante i risultati ottenuti, nonostante alcuni sogni realizzati. Ha paura che qualcosa di brutto accada. Paura di non farcela e la voglia suicida di controllare tutto. Fino all’esasperazione.

Infine, di fronte alla sua scrivania, c’è un quadro in onore di un suo amico. Un amico di infanzia, che andava a scuola senza matite perché i genitori non avevano soldi.

Mentre i compagni di classe sfoggiavano penne colorate con glitter, matite rigorosamente appuntite, a volte solo per averne altre, il suo amichetto non aveva nulla. Solo una matita rossa e blu, che curava in maniera ossessiva. Che riponeva in un astuccio di plastica vuoto.

Seduto davanti a un computer, posto su una scrivania di legno, situata in un ufficio di ultima generazione, con pareti verde pastello, all’interno del quale ci sono un acquario piccolo con un pesce rosso, un tappeto nero al centro, un quadro intitolato “Non sono solo colori”, Fabio cerca di concludere un lavoro.

Non ci riesce perché da qualche giorno un suo amico d’infanzia, che aveva solo una matita, all’interno di un astuccio di plastica vuoto, gli ha scritto una lettera, nella quale gli ha confessato tutto il suo amore.

Fabio non sa cosa fare, nonostante provi qualcosa.

 

Buon fine settimana,

Em@