Oggi

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#21 gennaio

Rimandiamo sempre. Lo farò domani!

Oggi, a volte,e quasi sempre, non esiste. Per paura di scontrarci con la vita vera. Con chi siamo veramente. Con l’altro. L’altra.

Domani è una nuvola che scompare. All’improvviso. Una nuvola che immaginiamo. E pensiamo di vedere. Ma, non c’è. E’ una nuvola a cui diamo un valore aggiunto. Una pienezza senza contenuto.

Domani farò i compiti, andrò a vedere quel paesaggio, quella mostra. Domani ci vedremo! Andremo a prenderci un caffè, seduti davanti a un caminetto di un bar di tendenza. E rideremo. Fino a sentirci male.

E oggi?

Oggi, non rimando nulla. Guardo. Ti chiamo. E ti incontro.

Mangio una mela davanti alla finestra.

Anche se fa freddo e fuori ci sono: un lampione spento, una panchina vuota. E la neve lasciata a terra, perché qui non passa mai nessuno.

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26 settembre: Tornerò domani, forse no.

Buen@s, 

Torno a casa da scuola. Tutti i giorni. Alla stessa ora.
Apro la porta. Entro.
Guardo se è tornato qualcuno. Ma, non torna mai nessuno.
Io, continuo a guardare, perché mi sento sola. Ho solo 16 anni.

La tavola, come sempre, non è mai imbandita.
Prendo la tovaglia, metto un piatto. Poi un bicchiere. Poi la forchetta.
Apro il frigo: due wurstel.
Prendo una scatoletta di mais dalla credenza.
Verso tutto nel piatto.

Mangio sola.
Ci metto più del dovuto perché immagino di avere due sorelle con cui parlare di compiti, vestiti, interrogazioni.
Immagino una mamma che mi versa dell’acqua e me la rimette. Senza che glielo chieda.

Continuo a mangiare.
A fissare dall’altra parte del tavolo un padre immaginario. Perché quello reale non esiste. In verità, esiste. Ed è vivo.
Ma, è assente.

Dopo il pranzo,
lavo il piatto. Poi il bicchiere. Poi la forchetta.
Ripongo la tovaglia.
Vado in bagno. Poi in camera a fare i compiti.

Alle 9 tornano i miei genitori.
Rimango in camera perché quasi sempre mi addormento.
Loro non entrano. Non cercano nemmeno di bussare.

Perché sanno che ogni mia parola diventa fuoco.

Appoggio la testa sul cuscino.

Mi sveglio l’indomani quando i miei sono usciti.

Faccio colazione.

Esco.

Vado a scuola.

Oggi non rientro. Tanto nessuno se ne accorge.

Tornerò domani. Forse no.

Mil besos,

Em@

39: E aspetta domani

 

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Nero, dicembre 2015

 

L’uomo solo lo incontri tra la gente. Ti chiede: “Come stai?”. Ti fa un sorriso, anche se nasconde tanta sofferenza.

L’uomo solo è nei giardini, mentre gioca al parco col nipotino, che non la smette di stressarlo con il lancia ragnatele di Spiderman.

L’uomo solo tutte le mattine si alza dal letto, non si guarda mai allo specchio. Perché ha paura di vedere quello che era un tempo. E che gli piaceva. Si veste velocemente perché le bomboniere sul tavolo oramai inutilizzato le ricordano la moglie. La moglie, la sua vita, il suo gioiello, la sua stellina, il suo vagare, la sua speranza, la sua voglia di vivere, i suoi progetti, le vacanze, le battute, le risate, i complimenti, i traguardi, le realizzazioni.

L’uomo solo rifiuta gli incontri, gli appuntamenti con persone nuove.

Quasi tutti i pomeriggi si reca al centro commerciale di Montesilvano e vaga per ore tra negozi. Negozi anonimi, con gente anonima. Si prende un caffè in un bar vicino ai bagni e lo sorseggia con molta lentezza. Perché riempire il tempo è una cosa difficile. Difficilissima. Complicata.

L’uomo solo sa dire di no. Quasi mai accenna un sì.

Torna a casa la sera. Tardi. Apre la porta con calma e si rifugia nel suo letto. Un letto maschile, che sa di angoscia, disperazione, voglia di continuare a dire no. Si alza per andare a prendere un pezzo di pane del giorno prima, posto all’interno di una busta di carta aperta, quasi strappata. Mangia quel pezzo di pane, apre il frigo vuoto. Ci trova solo una bottiglia d’acqua mezza vuota. La prende, si scontra con il tavolo inutilizzato pieno di bomboniere, si fa male. Piange. Torna a letto. Posa la bottiglia mezza vuota sul comodino. Posa la testa sul cuscino pieno di lacrime.

E aspetta domani.

Buona serata,

Em@

Canzone di sottofondo: 

Sette: Sull’autobus

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Ci sono dei posti, delle strade, delle situazioni in cui ti senti a tuo agio. Stai bene. Senza dire una parola. Stai bene. Senza spiegarti il perché.

E’ proprio in quei posti dove le idee prendono forma, dove il tuo yo prende il sopravvento. Lasciando il “noi” fuori.

Il mio posto preferito è l’autobus. Un posto neutro, come lo chiamo io. Un posto in cui vedi gente che non conosci, a cui non devi dimostrare nulla. Gente anonima, che ha storie proprie. Ma non te ne frega un cazzo delle loro storie.
Puoi immaginarti cosa fanno. Ma, poi ognuno va per la sua strada. Una strada diversa dalla tua.
Sull’autobus, osservi fuori. Paesaggi sempre simili, se fai lo stesso tragitto. Ma, mai uguali. Oggi piove, domani c’è il sole, di sera vedi i negozi chiudere. Di giorno vedi il fruttivendolo aprire.

Sull’autobus, passano storie, vite diverse. Amori che nascono. Telefonate che fanno piangere. Ma, tu stai lì. Immobile e seduto, a volte. Pensando ai tuoi progetti immediati o prossimi. Pensando a te stesso. Per un momento. A quello che vuoi. Lasciando da parte il tuo yo personaggio, che forse per gli altri ha qualcosa da dimostrare.

Buona serata.