Domeniche

Ci sono delle persone che amano le domeniche delle seguenti stagioni: primavera, autunno e inverno. In queste domeniche, il pranzo della mamma o della nonna allieta i commensali. Commensali mai nervosi per via della sabbia o acqua sporca. Commensali che a fine pranzo dicono: “Ho mangiato troppo!” E poi continuano a mangiare con altri parenti. E che vedono le interviste “barbariche” di Barbara D’Urso. E che a fine giornata si concedono un cinema per rilassarsi. Rilassarsi e, a volte, dormire per non pensare al lunedì.

Domenica d’agosto (o di fine luglio)

Le città di provincia si svuotano di domenica, d’agosto.
Il vento non è né caldo, neanche freddo. Tutto sembra fermo. Anche l’acqua della fontana perde vigore. Il vigore del lunedì.
Una signora con i capelli bianchi, dopo la morte del marito, ha preso un cane. Da allora è diversa.
Felice per qualche secondo.
Ora, Lei, seduta ascolta il silenzio. Il vento. E il respiro, a volte, affannoso di questo cane bianco.
Bianco come la semplicità.
Bianco come i padri che fanno il loro dovere.
Bianco come la camicia bianca di un ragazzo, che porta a passeggio il nipote. Troppo rumoroso per i miei gusti.

Di domenica, d’agosto, le cicale cantano ancora. Ahimé.
Stravolgono, insieme a un vento inaspettato, solitudini ferme.
Ferme come una foto in bianco e nero, dove il colore non esiste.
E dove le immagini non ritoccate conservano pudori oramai scomparsi.

3: Tutto mi sembra diverso

Buenas (ora inizio 18.45, ora fine 19:12),

  • Ho incontrato questo signore, che forse leggeva questa storia o quasi sicuramente, un’altra:

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Ho spento le candeline poco fa. Trent’anni. E non pensare di averceli. Fino a quest’età, ho sempre detto, pensato: “Tanto c’è tempo!”

C’è tempo per rimandare, fare dei sacrifici, studiare, leggere, imparare.

C’è tempo per incontrare, forse vedersi per caso in un bar di provincia, conoscersi e dirsi addio.

Dopo aver festeggiato il compleanno, sono uscito. Eri sempre al mio fianco, anche se non c’eri. Non ci sei più. Non ti sei degnata di mandarmi un messaggino. O un whatsapp per questo giorno.

Ma, io mentre passeggiavo ti vedevo. Eri come un’immagine sfocata, che mi parlava. Mi accarezzava, asciugava le lacrime. Faceva finta di ridere con me, anche se forse, anzi ne sono sicuro, non c’era nulla da ridere. Non c’è nulla da ridere.

Una mattina ti sei svegliata, hai messo tutto nella borsa della mandarina duck, e te ne sei andata.

La sera prima nemmeno un cenno di disapprovazione per la nostra relazione, che andava avanti da un anno.

La mattina, quella mattina, ho trovato il nostro letto vuoto. Non c’era nulla di te: nemmeno il profumo che si intersecava nelle coperte di lana, che io scansavo, perché sono allergico.

Quella mattina, sei scomparsa. Ora, ho capito che è per sempre.

Ho trent’anni da un’ora.

E tutto mi sembra diverso,

L.

  • Ho fatto un dolce per il pranzo della domenica. Solo nella mia cucina nuova. Senza cani e persone. Dolce riuscito. Buono e sicuramente nei canoni di chi non vuole prendere troppi chili.
  • Ho passeggiato per mezz’ora. Ora relax. Stasera non cucino. Domani nemmeno.

Buona serata,

Em@

9 ottobre: Buio di Dacia Maraini

Quante volte non sappiamo cosa si nasconde dietro a un viso apparentemente felice?
Pensiamo che quel viso sia sinonimo di serenità, calma.
Pensiamo che quella persona che “indossa” quel viso apparentemente felice, sia una persona senza problemi. Difetti o difficoltà.

E qui che sbagliamo!

Dietro a un viso, che definiamo, normale si nascondono linee di buio che non conosciamo. Realtà che sfuggono alla pura definizione.

Il libro della Maraini, intitolato Buio, si occupa di quelle linee d’ombra che non riusciamo a percepire durante la giornata. Tasselli di puzzle che non riusciamo a trovare subito.

Buio, vincitore del Premio Strega alla fine degli anni ’90, ci porta a toccare con mano, attraverso racconti diversi, quel filo invisibile che sfugge alla nostra impressione. Quel filo che caratterizza storie, persone o situazioni. A cui molto spesso non diamo peso, perché andiamo di corsa. O semplicemente perché ci fa paura afferrarlo. E scoprire la verità.Quella vera e profonda.

Em@

25 settembre: Passi…

Buen@s,

In sala d’aspetto.

Tra poco avrò i risultati. Che paura!
Non voglio pensare al responso, anche se so che, nel caso in cui sia positivo, la mia vita cambierà. Cambieranno i giorni.

Mentre attendo, osservo la sala.
Ci sono solo io. Indifesa e incosciente.
A volte, si fanno le cose senza pensare.
Senza pensare alle conseguenze.

La finestra è aperta. E la vita scorre. Scorrono i passi delle persone che passano: i ragazzini colpiscono la palla, le donne impegnate indossano tacchi. Le gambe di due donne sfregano una busta della spesa. Quella di plastica pesante che compri alla Conad.

Mentre attendo, penso a quei passi. Passi che calpestano vie che conosco e che non fanno paura.
Vie che accolgono due pasticcerie aperte di domenica mattina. Quando la settimana è finita. E la tensione scompare.

È arrivato il mio turno.
I passi della segretaria si sentono prima in lontananza. Poi più vicini. Poi si incrociano con il rumore della porta che si sta aprendo.

Signora Vaudetti è il suo turno – mi dice la segretaria.
Mi alzo da una sedia quasi comoda, con formicolii che insediano il mio corpo già provato.

Ho paura. È l’ora di entrare. Mentre in lontananza continuo a sentire i passi degli altri che calpestano sentieri già collaudati.

Mil besos,

Em@

125: 4 settembre

Buenas,

le luci della domenica sera prendono vigore, ora, che è settembre.

Fino a qualche settimana fa, le luci della domenica lasciavano spazio ai litigi per senza motivo, a un aperitivo in allegria, a una cena estiva organizzata con tanta disciplina. Per fare bella figura.

Le luci della domenica, ora che è settembre, mi mettono un po’ di tristezza, nonostante sia contento che i giorni riprendono il loro percorso naturale, la loro reale estensione.

Estensione che riporta i bambini a scuola, i grandi a lavoro, le ragazze per il corso a essere più vestite. Meno sfacciate.

Le luci della domenica mi ricordano quando andavo al liceo. E la pancia, già alle quattro di pomeriggio, iniziava a brontolare. Farsi sentire.

Le luci della domenica si spengono già quando è lunedì.

Lunedì che ci rimette all’ordine, facendoci dimenticare la leggera malinconia, che provo guardando le luci della domenica.

Mil besos,

Em@

 

104: SonoChiara

Il diario

Sono sul treno che mi porta a casa. Sola, anzi un mezzo ubriaco mi si è messo davanti. E cerca di dirmi qualcosa. Non lo ascolto. E poi perché dovrei ascoltarlo? Non sono una psicologa, né una psichiatra. Non analizzo nessuno, chiaro! Mi hanno sempre considerata l’amica che capisce, ascolta, che c’è sempre quando si piange. Quando si ride, dopo aver pianto. Mi sono rotta il cazzo di essere l’analista della situazione. Ci sono tanti professionisti che fanno bene il loro lavoro.

E poi perché dovrei farlo io? Io che sono una mezza disoccupata, senza un lavoro fisso, una vita sociale, una definizione sociale. Io che modestamente capisco più degli altri, mi ritrovo vittima di un sistema che ha orari, concetti prestabiliti, leggi. Leggi che ripetutamente leggo e non capisco mai di cosa parlino. Bah.

Questo ubriaco, che trovo anche carino, cerca di dirmi qualcosa. E io non voglio ascoltarlo. Non voglio sentire pure la sua vita, i suoi problemi, l’alcol. La moglie incinta disoccupata, il bambino con un handicap, la mamma malata da tempo.

Mi soffermo sulle pagine bianche del mio diario. Pagine bianche che fino a ieri non ho toccato. Ora voglio riempirle, voglio darmi una possibilità. Voglio dire a tutti chi sono io. Anche se sinceramente già lo so. Non mi serve il consenso altrui. Ma, per vivere serve esistere e non rinchiudersi in una campana di vetro, dove vorrei essere diventa un mantra.

Voglio gridare al mondo, che ho tutte le possibilità per essere una vincente. Una donna che può essere soddisfatta. Deve esserlo! Per forza.

L’ubriaco scende alla mia fermata, mi segue. Corro, lui non riesce a reggere il mio ritmo. Ridimensiono il passo, pericolo scampato. Continuo a camminare, verso casa. Casa di lui, che oggi non c’è.

Davanti al portone mi ritrovo l’ubriaco. Che cerca di dirmi qualcosa.

Chiar@

97: Case Abbandonate

 

 

 

 

Abbandonato, solo, senza difese.

Sono stato per lungo tempo in disparte, lasciando pagine bianche sulla scrivania. Non ho avuto voglia, tempo, di scrivere. Pensare. Riflettere. Cose che amo profondamente e che mi fanno male. A volte, vorrei smettere di riempire pagine. A volte, non vedo l’ora di iniziare di nuovo.

La scrittura per me è come quella fidanzata che ami tanto. Che non vedi l’ora di rivedere. Che ti stufi di rivedere, dopo un po’. Ma, la cerchi in case abbandonate, sapendo che non la troverai. La cerchi anche quando fuori piove e tu non hai una dimensione.

Abbandonato, solo, senza difese.

Mi sono reso conto che la fiumana di gente non mi appartiene. Mi piace condividere esperienze, questo sì. Ma, non amo perdermi per giorni tra la gente, che esalta le sue qualità. Io conosco quello, quell’altro, quell’altro ancora. A me non importa conoscere qualcuno, solo perché quel qualcuno ricopre una posizione. A me, piace vivere in case abbandonate e vedere passanti che non si accorgono di te. Di me. Mi piace ascoltare storie che apparentemente non hanno senso. Mi piace guardare mamme che baciano i loro bimbi e che li portano a fare colazione al bar. Li fanno sedere per bene, e poi osservano se i piccoli pargoli mangiano il dolce. Li sgridano se qualche briciola si perde in tavolini non sempre puliti. E infine, come se non fosse successo nulla li prendono in braccio e li baciano…

Abbandonato, solo, senza di difese.

Amo le case abbandonate perché posso trasgredire con un Lui, una Lei, un Lui e una Lei. Nessuno sa che sono dentro. Nessuno sa chi sono. Sono una maschera fuori, dentro sono me stesso. Senza filtri, senza distinzioni, senza formalismi. A volte, troppo esagerati.

Amo le case abbandonate perché avevano vita. Prima.

Prima, storie si intersecavano. Famiglie litigavano e facevano pace. Ester e Simone si amavano, per la prima volta.

Amo le case abbandonate perché sono come pagine di libro: vissute, tenute quasi sempre in disparte, apparentemente sterili.

Solo in case abbandonate sento la mia fragilità. Che mi permette di essere chi sono e riempire pagine bianche. Bianche come quelle di ieri. Nere d’inchiostro come quelle di oggi.

Buona serata,

Em@

83: Un po’ di me #8

5 giugno

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La Chiesa di Lucia, oggi pomeriggio, Chieti

Buenas,

la domenica sta volgendo al termine. Giorno della settimana, che placa animi frenetici di mamme che vanno a riprendere i figli a scuola. Giorno della settimana, che molti passano in poltrone comode, tra coperte e familiari che si vedono e sorridono. Si scambiano consigli e informazioni su ciò che è successo in settimana. Anche se questa idea di familiarità, accompagnata da dolci importanti e forse troppo nutrienti, si ha nel periodo invernale, autunnale.

Io, la domenica, quasi sempre, la passo da mia madre, a Manoppello. Vicino a Chieti (come già forse vi avevo detto). Manoppello è un paese dell’entroterra abruzzese, che fino a qualche tempo fa consigliavo anche per vivere. Ora, le cose sono cambiate. Da quando i centri commerciali hanno preso il sopravvento, i piccoli centri sono decaduti. I negozi chiusi. Rimangono solo bar e luoghi di incontro, che permettono alle persone che ci abitano di avere una vita sociale.

Io, ricordo con piacere la mia infanzia e adolescenza in paese.

Ho iniziato ad uscire da solo, sin da quando avevo dieci anni. Mi divertivo, ci si divertiva con poco. Si perlustravano zone di campagna mai prese in considerazione, si correva tra le scale dei vicoli. Vicoli che avevano sempre un fascino diverso, ogni volta che ci passavi. Guardavo dalle finestre, per scoprire cosa c’era al di là delle case. Perché le case del centro storico avevano e hanno un loro fascino. Ricordo che la nonna di una mia amica aveva cinque salotti, che si susseguivano. Ognuno adibito a un’occasione diversa. C’era quello rosso, ad esempio, che aveva un’entrata da un vicolo e che era il luogo dove i nipoti della signora facevano merenda e colazione.

Il ritorno da Manoppio, come lo chiamo io, lo faccio sempre in autobus. Come l’andata. L’autobus, per me, è un mezzo dove si incrociano storie. Realtà che non si conoscono e che condividono in quei venti minuti, qualcosa. Uno sguardo, un sorriso, un saluto. Anche un silenzio di non conoscenza. Ad esempio all’andata, siamo sempre in quattro: io, una signora con trucco e parrucco perfettamente alla moda, un uomo alto che legge sempre il giornale ed un uomo con la parrucca nera, che solitamente guarda fuori. A volte, sale un ragazzo biondo rumeno, che raggiunge la sua ragazza a Brecciarola, una frazione di Chieti.

Noi, ci vediamo quasi ogni domenica alle 10.10, e per venti minuti. Ma, non ci salutiamo mai. Il nostro silenzio è un silenzio condiviso che ci unisce e forse, se ci incontrassimo fuori, si trasformerebbe in una voce di saluto. Forse.

Pedro e Luca sono appena usciti, e sta iniziando anche a piovere. Sono contento se inizia un’acquazzone perché ha tre ombrelli (🌂🌂🌂) all’entrata e mai una volta che ne prende uno. Poi, rientra e si lamenta che si è bagnato. E si lamenta che poi si ammala.

Pedro🐶, povera stella🎇, rientrerà zuppo. Verrà da me, facendo orme ovunque. Implorandomi, con i suoi occhi pietosi (esiste, non come petaloso), di essere asciugato con l’asciugacapelli.

Vi lascio, come sempre, con la palabra del día (parola del giorno) che è CASA ( 🏡)

La casa è quella parte di noi che ci accompagna, in ogni luogo, e ci fa sentire forti nonostante le difficoltà.

Buona serata,

Em@ 🙋🙋