Però, scrivo

Però, scrivo.

Scrivo quando voglio, quando è sera. E non c’è nessuno. Solo tremore. Silenzio. Case buie. Bambini sprofondati in un sonno profondo.

Scrivo delle mie abilità sessuali. Anale. No, sono più bravo di bocca. Riesco a prendere molti cm, senza rendermene conto.

Scrivo senza filtri. Perché filtrare qualcosa che pensi? Baci tra uomini, lingue annodate, fino a tardi.

Scrivo, ora, quasi mai, perché non ne ho bisogno. Non devo condividere per forza: le mie prestazioni, ansie e paure.

Scrivo, ora, che c’è il sole. Fa freddo. Le città sono vuote. Scuole chiuse.

Però, scrivo.

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Stanca

Oggi ho visto una donna stanca. E anche un po’ ansiosa.
Quelle donne che non riescono a stare ferme, pensare. Sedersi
con la famiglia e dire: “Oggi che avete fatto di bello?”
Nei suoi occhi una vita frenetica, stanca. Pulizie la mattina in due famiglie, poi in palestra. Poi casa, figli, marito, cucina e cane.
Viso spento che da anni non si gode una vista panoramica, un
mare in tempesta, una sabbia di settembre.
Anima che non riesce a trovare un equilibrio. Forse.
Forse dentro un male, come un temporale di novembre, che non
smette per giorni.
Non ho saputo dirle nulla. Ho solo ascoltato. E assecondato.
Oggi ho visto una donna ansiosa. E anche un po’ stanca.

Volevo aiutarla, ma non è compito mio.

Lo sguardo

#2

Fili si intersecano, senza sapere come. Come le storie, che pian piano si adagiano su vissuti diversi. Che hanno molto da dire. Raccontare.

Oggi, il vento ha dato un segno. Per fortuna.

Sono uscita di buon ora e, allontanandomi dal solito spazzino, ho calpestato mattonelle, che purtroppo sanno ancora di caldo. Ho bevuto un caffè, con molta cura, pregustandomi anche l’ultima goccia.

Sono andata all’edicola, ho preso il giornale, e mi sono seduta ai bordi di una panchina.

Nonni a volontà con nipoti mai educati. Padri con pacchi enormi, che toccavano avidamente, quando li guardavo. È una mia perversione guardare i pacchi. Scoprire se aumentano di grandezza, ma senza far nulla. Mi piace istigare. Giocare con lo sguardo.

Lo sguardo.

Quel gioco tanto desiderato un tempo. Un’emozione che non aveva bisogno di gesti. Si dice basta lo sguardo. Guardare negli occhi chi si ama o si cerca di amare. Capire come sta, se ha bisogno di qualcosa. Capire se oltre agli occhi, in profondità, c’è quel sentimento. Quella cosa che ci rende vivi. Vivi più di ieri.

Guardarsi come due adolescenti di liceo, che non hanno mai amato. Scoprire con lo sguardo i gesti semplici, le debolezze, i pianti fatti poco prima.

Inizio a leggere e prontamente vengo disturbata da una mia amica. Regina: pittrice e stilista.

Kiss,

Giovanna

109: Alle 16 e 15

Il diario (7)

Marisa, questa mattina, ha deciso di leggere, di lasciare da parte i suoi problemi per un po’. Non ha problemi gravi, secondo lei.

Ha le preoccupazioni di una donna comune, di 56 anni, che ha i figli lontano da casa. Casa un tempo piena di orpelli e gelati. Casa mai vuota, sempre in movimento.

Prende la sedia e si siede davanti alla finestra, posta al terzo piano di un palazzo ventilato. Siamo in agosto, fine agosto, e l’aria gradevole si fa sentire.

Da questa mattina, sta pensando di leggere con totale disinvoltura un libro, il libro che ha su un comodino da mesi, forse anni. Non più di due anni, però.

Ha sbrigato le faccende di casa, ha pulito con dedizione il piano cottura e sfregato un pavimento non più brillante, per sentirsi bene nella sua pausa. Che fino a quel momento non aveva mai preso in considerazione.

Sono le sedici e quindici.

Marisa inizia la sua lettura. Una parola, due parole, poi una frase.

La sua mente però non è concentrata. I suoi scheletri nascosti iniziano a dire “ci siamo anche noi”.

Lei vorrebbe evitarli, ma non può. Non ha mai fatto i conti con un passato non triste, ma non felice. Non si è mai comprata una gonna corta, perché un marito padrone l’ha sempre umiliata. Subordinata. Resa quasi schiava. Non le ha fatto mai mancare nulla, vero. Ma, non l’ha mai considerata. Lei non ha mai potuto dire “per me è così”. Mai, e poi mai.

Oramai è abituata. A questa condizione. Ma, le manca quella libertà che aveva da ragazzina, quando leggiadra danzava per strada. E non si vergognava di niente e di nessuno.

Era la seconda figlia di una famiglia numerosa. Ma, era la più simpatica. Aveva sempre la battuta pronta. Mai scortese, mai maleducata. E poi era brava a scuola. Intelligenza sagace. Le insegnanti le dicevano di continuare l’università. Ma, poi incontrò Lui.

Lui che le controllava i soldi nel portamonete. Lui che la umiliava davanti alla famiglia, agli amici. Lui che, a causa della sua ignoranza, la picchiava. Perché non sapeva usare la parola. Ma, le mani sì.

Mani di odio, mani pericolose.

Marisa continua la sua lettura. Legge altre due, tre parole. E chiude il libro.

Si alza dalla sedia e lo ripone sul comodino.

Torna a pulire, perché le pause non riesce a gestirle. Forse riproverà domani. Forse no.

L’aria gradevole diventa fresca, in vista di un temporale imminente.

Temporale interiore che blocca le lacrime di Marisa. Una donna di 56 anni, che ha molto da dire. Da dare. Ma, che parla poco.

Perché si tiene tutto dentro.

77: Bimba incompresa

 

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Donna incompresa, Maggio 2016

Una bambina piange, mentre suo padre le pulisce il viso. Che lacrima lacrime. Lacrime di attenzioni.

Vorrebbe un padre, come le sue potenziali amichette. Una famiglia normale, senza dover girare da mattino a sera con dei fiori in mano. Fiori da vendere a clienti, che vanno per la loro strada. Clienti disattenti che mangiano panini e gelati al gusto di nocciola, mentre lei con una maglietta rossa chiede soldi. In cambio di fiori.

Fiori che sembrano finti, all’interno di plastiche colorate che attirano passanti. Li attirano solo, perché alla vista di quei fiori così perfetti, uomini e donne anche non borghesi cambiano direzioni. E fanno finta di telefonare a un bambino inesistente o a una madre morta da anni.

La bambina ha sette anni e vive con suo padre in un centro di accoglienza. Tra albanesi che chiedono l’elemosina, italiani che hanno perso il lavoro, africani che sono riusciti a passare il confine. E hanno trovato accoglienza in questa ex scuola, con mura bianche e bagni di ex studenti, trasformati in bagni confortevoli che forse sanno di grande famiglia.

La bambina ha un aria da furbetta, con una frangetta che le copre parte di quegli occhi azzurri. Azzurri come il mare di prima mattina, quello non contaminato da bagnanti frenetici che lo usano come discarica. Azzurri come il cielo limpido che, insieme al sole, delinea case, alberi e cani e allontana l’umidità dell’estate dell’anno scorso.

Oggi, quella bambina l’ho vista piangere. In maniera continua. Non riusciva a fermarla nessuno. Il padre chiedeva spiegazioni, e lei non rispondeva. Si è buttata a terra e continuava a lacrimare. Lacrime amare di una vita difficile. Senza una mamma che potesse darle una carezza di conforto, senza una mamma che potesse farle semplicemente due codine. E in un attimo farla sorridere, non ridere.

I suoi occhi, rossi dal pianto, per un attimo si sono scontrati con quelli di un bambino, che subito ha capito, e le ha regalato una pallina colorata. Lei è rimasta per un attimo immobile e subito ha preso quel gioco, che nessuno mai le ha regalato. Che nessuno mai ha pensato di regalarle. Forse per mancanza di soldi, forse per mancanza di mezzi.

La bambina si è alzata, ha ringraziato il bambino, che ha ricevuto un abbraccio sincero da una nonna simpatica e per nulla artefatta.

Il bambino e la nonna si sono allontanati e Lei è rimasta con suo padre, che ha continuato ad asciugarle il viso. Un viso ora contento, che ha molto da raccontare, da dire.

Un viso pieno di speranza. Speranza che un domani le cose possano cambiare.

Oggi, una bambina ha pianto lacrime di attenzioni. Lacrime che dicono tanto. E che molte volte non vengono capite, comprese. Forse per mancanza di mezzi, forse perché ci sono situazioni che non ti permettono di capire. Purtroppo.

Buona serata, 

Em@

60: La figlia sbagliata

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Cari amici, da oggi e per i prossimi quindici libri, mi occuperò dei finalisti del Premio Strega; un premio che mi ha sempre entusiasmato.

Quindi, il giorno che dedico il post ai libri, verrà dedicato ai finalisti dello Strega.

 

 Il primo libro, candidato al premio Strega 2016, di cui vi parlo, è “La Figlia Sbagliata” di Raffaella Romagnolo. Edito da Frassinelli, 170 pagine, costo: 15 euro.

È un libro difficile, ma bello allo stesso tempo. Un romanzo a tratti faticoso, ma molto centrato. Personaggi e immagini descritti in maniera minuziosa. Storia complicata e difficile, in cui la protagonista è Ines Banchero, una donna che ricorda Bernarda Alba di Federico García Lorca, per il suo carattere autoritario e dominante.

 

Per “analizzare” l’opera ho scelto delle parole o coppie di parole:

Donna autoritaria: la protagonista è Ines Banchero, una donna forte che è il perno della sua famiglia. Ha un marito, Pietro Polizzi e due figli, Vittorio e Riccarda. Due figli che Ines vorrebbe come dice lei. Mentre Vittorio rimane vittima del l’incantesimo materno, Riccarda sceglie un’altra vita.

Libertà: Riccarda è la figura positiva della storia. Sin da piccola ha assunto il ruolo di ribelle. Cantava le canzoni dei cartoni animati sotto un microscopico ombrellone, mentre la mamma le diceva di smetterla. Riccarda è andata a Milano per diventare attrice. Ha creduto nelle sue ambizioni, nonostante avesse intorno un ambiente ostile. Un ambiente che non l’ha mai aiutata. Mai presa in considerazione.

Inferiorità maschile: le figure maschili sono deboli. Deboli nei confronti di una mamma e moglie estremamente forte. Deboli nei confronti di una figlia e sorella ribelle, che ha scelto di lasciare la casa familiare per allontanarsi da un vero e proprio regime autoritario e raggiungere i propri obiettivi. Deboli nei confronti di due donne contrapposte, diverse, che nella loro diversità, forse, si assomigliano.

Spiegazione Titolo: La Figlia Sbagliata

La figlia sbagliata del titolo è Riccarda. Perché Ines avrebbe voluto una figlia diversa. Una figlia che la rispecchiasse appieno. Riccarda, che ha cambiato il suo nome in Amanda, quando è entrata alla scuola di teatro di Milano. Amanda, un nome che nasconde molto. Non solo una forma di ribellione nei confronti della mamma, ma anche una voglia di vivere lontano dalle regole prestabilite da una donna psicologicamente instabile, che sostanzialmente aveva paura della sua esistenza.

Stile:

La storia si apre e si chiude con una immagine, che non vi svelerò. Espediente importante, utile per la narrazione, e di forte impatto visivo. Anche se alla fine, vi è un ulteriore colpo di scena. Scrittura moderna, non troppo elaborata, che ci permette di addentrarci seriamente nella psicologia dei personaggi. Ritmo, a tratti lento (per via di molte disgressioni), ma utile ai fini di un buon risultato.

Voto: 8/10

Buona serata,

Em@