Lo sguardo

#2

Fili si intersecano, senza sapere come. Come le storie, che pian piano si adagiano su vissuti diversi. Che hanno molto da dire. Raccontare.

Oggi, il vento ha dato un segno. Per fortuna.

Sono uscita di buon ora e, allontanandomi dal solito spazzino, ho calpestato mattonelle, che purtroppo sanno ancora di caldo. Ho bevuto un caffè, con molta cura, pregustandomi anche l’ultima goccia.

Sono andata all’edicola, ho preso il giornale, e mi sono seduta ai bordi di una panchina.

Nonni a volontà con nipoti mai educati. Padri con pacchi enormi, che toccavano avidamente, quando li guardavo. È una mia perversione guardare i pacchi. Scoprire se aumentano di grandezza, ma senza far nulla. Mi piace istigare. Giocare con lo sguardo.

Lo sguardo.

Quel gioco tanto desiderato un tempo. Un’emozione che non aveva bisogno di gesti. Si dice basta lo sguardo. Guardare negli occhi chi si ama o si cerca di amare. Capire come sta, se ha bisogno di qualcosa. Capire se oltre agli occhi, in profondità, c’è quel sentimento. Quella cosa che ci rende vivi. Vivi più di ieri.

Guardarsi come due adolescenti di liceo, che non hanno mai amato. Scoprire con lo sguardo i gesti semplici, le debolezze, i pianti fatti poco prima.

Inizio a leggere e prontamente vengo disturbata da una mia amica. Regina: pittrice e stilista.

Kiss,

Giovanna

109: Alle 16 e 15

Il diario (7)

Marisa, questa mattina, ha deciso di leggere, di lasciare da parte i suoi problemi per un po’. Non ha problemi gravi, secondo lei.

Ha le preoccupazioni di una donna comune, di 56 anni, che ha i figli lontano da casa. Casa un tempo piena di orpelli e gelati. Casa mai vuota, sempre in movimento.

Prende la sedia e si siede davanti alla finestra, posta al terzo piano di un palazzo ventilato. Siamo in agosto, fine agosto, e l’aria gradevole si fa sentire.

Da questa mattina, sta pensando di leggere con totale disinvoltura un libro, il libro che ha su un comodino da mesi, forse anni. Non più di due anni, però.

Ha sbrigato le faccende di casa, ha pulito con dedizione il piano cottura e sfregato un pavimento non più brillante, per sentirsi bene nella sua pausa. Che fino a quel momento non aveva mai preso in considerazione.

Sono le sedici e quindici.

Marisa inizia la sua lettura. Una parola, due parole, poi una frase.

La sua mente però non è concentrata. I suoi scheletri nascosti iniziano a dire “ci siamo anche noi”.

Lei vorrebbe evitarli, ma non può. Non ha mai fatto i conti con un passato non triste, ma non felice. Non si è mai comprata una gonna corta, perché un marito padrone l’ha sempre umiliata. Subordinata. Resa quasi schiava. Non le ha fatto mai mancare nulla, vero. Ma, non l’ha mai considerata. Lei non ha mai potuto dire “per me è così”. Mai, e poi mai.

Oramai è abituata. A questa condizione. Ma, le manca quella libertà che aveva da ragazzina, quando leggiadra danzava per strada. E non si vergognava di niente e di nessuno.

Era la seconda figlia di una famiglia numerosa. Ma, era la più simpatica. Aveva sempre la battuta pronta. Mai scortese, mai maleducata. E poi era brava a scuola. Intelligenza sagace. Le insegnanti le dicevano di continuare l’università. Ma, poi incontrò Lui.

Lui che le controllava i soldi nel portamonete. Lui che la umiliava davanti alla famiglia, agli amici. Lui che, a causa della sua ignoranza, la picchiava. Perché non sapeva usare la parola. Ma, le mani sì.

Mani di odio, mani pericolose.

Marisa continua la sua lettura. Legge altre due, tre parole. E chiude il libro.

Si alza dalla sedia e lo ripone sul comodino.

Torna a pulire, perché le pause non riesce a gestirle. Forse riproverà domani. Forse no.

L’aria gradevole diventa fresca, in vista di un temporale imminente.

Temporale interiore che blocca le lacrime di Marisa. Una donna di 56 anni, che ha molto da dire. Da dare. Ma, che parla poco.

Perché si tiene tutto dentro.

39: E aspetta domani

 

IMG_20160401_164455
Nero, dicembre 2015

 

L’uomo solo lo incontri tra la gente. Ti chiede: “Come stai?”. Ti fa un sorriso, anche se nasconde tanta sofferenza.

L’uomo solo è nei giardini, mentre gioca al parco col nipotino, che non la smette di stressarlo con il lancia ragnatele di Spiderman.

L’uomo solo tutte le mattine si alza dal letto, non si guarda mai allo specchio. Perché ha paura di vedere quello che era un tempo. E che gli piaceva. Si veste velocemente perché le bomboniere sul tavolo oramai inutilizzato le ricordano la moglie. La moglie, la sua vita, il suo gioiello, la sua stellina, il suo vagare, la sua speranza, la sua voglia di vivere, i suoi progetti, le vacanze, le battute, le risate, i complimenti, i traguardi, le realizzazioni.

L’uomo solo rifiuta gli incontri, gli appuntamenti con persone nuove.

Quasi tutti i pomeriggi si reca al centro commerciale di Montesilvano e vaga per ore tra negozi. Negozi anonimi, con gente anonima. Si prende un caffè in un bar vicino ai bagni e lo sorseggia con molta lentezza. Perché riempire il tempo è una cosa difficile. Difficilissima. Complicata.

L’uomo solo sa dire di no. Quasi mai accenna un sì.

Torna a casa la sera. Tardi. Apre la porta con calma e si rifugia nel suo letto. Un letto maschile, che sa di angoscia, disperazione, voglia di continuare a dire no. Si alza per andare a prendere un pezzo di pane del giorno prima, posto all’interno di una busta di carta aperta, quasi strappata. Mangia quel pezzo di pane, apre il frigo vuoto. Ci trova solo una bottiglia d’acqua mezza vuota. La prende, si scontra con il tavolo inutilizzato pieno di bomboniere, si fa male. Piange. Torna a letto. Posa la bottiglia mezza vuota sul comodino. Posa la testa sul cuscino pieno di lacrime.

E aspetta domani.

Buona serata,

Em@

Canzone di sottofondo: