Tu, aspetti, chi?

 

La B è la seconda lettera dell’alfabeto.
Il numero 2. Oggi è 2.
Piove. C’è la pioggia.
Lei è davanti al computer.
Cercando di lavorare.
Come stai? Chiede a se stessa.
Quasi mai risponde. Si risponde.
Quasi mai cerca di capire.
Dai! Cazzo! Inizia ad indagare.
Nulla è più bello del vortice delle emozioni.
Nulla è più brutto.
Sai! Fuori è grigio. I cani dormono.
E tu aspetti. Chi?

 

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Occhi che non si sono mai arresi alla vita

Sirene suonano come rintocchi di campane. Annunciano qualcosa. Non il silenzio. Qualcosa che ci distrae dai giochi con i bambini. Dalla spesa, dai sorrisi senza senso. Lasciati a volte a metà. Per paura di essere troppo felici. Felice come qualcuno che non si aspetta nulla, come qualcuno che non conta i secondi. 

Sirene di ambulanze. Che vorrebbero fare sperare. Quello è il loro o(b)biettivo. Ma, la speranza, a volte, scompare. Prende il sopravvento lo sconforto. Le domande a cui non abbiamo risposto. Le frasi dette piano, per paura di farci male. Far male.

Sirene che nuotano in un’acqua cristallina. Sono quasi umane. O disumane? Vagano senza meta. Osservando l’orizzonte, il mattino che sorride. Il tramonto che saluta il sole di case luminose. Di persone per bene, che non sono cattive. Non hanno bisogno di esserlo. Sirene che ascoltano i silenzi del marinaio, che ha due occhi grandi. Profondi. Sensibili.

Occhi che non si sono mai arresi alla vita.

 

7 novembre: Aspettando qualcuno.

Aspettando qualcuno puoi fare tante cose: guardare, osservare. Giocare a palla. Ma, dove sta la palla?

La palla, in realtà, è il pallino fisso. Quello che hai in mente. Non esce mai. Non rotola. Rimane lì per anni.

Fino a quando vedi il verde di qualcuno. E capisci che hai perso solo tempo. Pazienza (dietro a quella cazzo di palla).

Un albero verde ti può far cambiare idea. Ma…stai attento! Devi capirti prima tu. Per andare avanti. Oltre.

Per capire che non si può aspettare nessuno. Senza essere cambiato.

Almeno un po’.

Quelle parole che ti ho scritto…

Ripenso a quel giorno di luglio, quando mi hai chiamato al telefono. Mi hai detto: “Sto per morire! Scrivimi qualcosa da leggere in Chiesa”. Ero atterrito da quelle parole. Non sapevo che dire. Fuori il caldo afoso di luglio, aumentava il senso di vuoto. Vuoto che non aveva appiglio. Un’ancora di salvezza. Vedevo solo il mare in burrasca ed il vento che non si calmava.

Sono passati cinque anni da quella telefonata. Ricordo, ancora, precise, quelle parole dette con fatica. Dritte. Senza giri retorici. Hai chiamato di nascosto. Senza nessuno che potesse sentirti. Al buio di una stanza di ospedale.

Ho sentito quel dolore che sapevi di avere e che facevi finta di coprire, con un sorriso stampato, quando ti venivo a trovare. Ho sentito la tua voglia di vivere, pian piano, distrutta da un tumore violento.

Ho sentito freddo, quel martedì di luglio.

Stavo per laurearmi e stavo ritoccando una tesi fortunata.

Il 24 mi sono laureato. E già non capivi più. Il 31 sei morta, portando con te quelle parole che ti ho scritto.

E che conserverò sempre nel mio cuore.

Rossetto Rosso (1)

Riflesso di una foto appena scattata

Un tumulto dentro che isola dal mondo. Gioca con la nostra vita. Con chi siamo. Eravamo.

Eravamo bambini che giocavano per strada. Uno, due, tre stella. Mangiavamo pane, olio e mela.

Per strada e dentro le case, i silenzi erano accolti come pioggia che cade in autunno. Quella che si sente. Forte. Che sembra percuotere tegole fin troppo resistenti.

Ora, i silenzi fanno paura, creando un tumulto dentro. Che isola dal mondo.

Tumulto anche fuori: telefoni, computer, connessione. Like. Mi piace. Followers. No me gusta.

Fuori fuori: giardini della villa delineati dal sole di ottobre, Bianca passeggia col suo cane. Cane di cui non conosco il nome. L’aria piacevole si fa sentire, mentre due amiche, ahimè, parlano di hashtag (#), instagram e riflessi di luce.

Riflesso di una foto appena scattata.

web
Foto presa dal web

Umani

Vilma beve un caffè.

Ha 71 anni e vive con sua sorella, che di anni ne ha 84.

Non so il suo nome. Ma, me ne parla sempre.

Vilma beve un caffè mentre fuori: gente va al tribunale. Avvocati distratti. Ragazzi che baciano ragazze e poi ragazzi.

Vilma, questa mattina, doveva venire in palestra. Mi dice sempre che ama la palestra: ridere con le sue amiche, fare gli esercizi che la tengono su. Per un attimo, allontanare i pensieri di donna che si avvicina alla vecchiaia estrema. Come definisce lei, l’ultima parte della vita.

Questa mattina, la palestra era vuota senza di lei.

Vilma continua a bere quel caffè. Oramai quasi terminato.

Si fa delle domande. Alle quali non sa dare risposte. Rispondere. E poi perché?

Ha paura di rimanere sola. Senza la sorella. La sua prima mamma.

Vilma è sensibile, forse troppo. Forse come me, come te che leggi.

Perché si è umani sempre. Non solo a trent’anni. A quaranta. A sedici anni. Quando il sole spacca persino le pietre.

Vilma esce dal bar. E si fa una passeggiata.

Calpestando vie antiche e osservando volti noti e sconosciuti.

Ai bordi di una scala…

Ai bordi di una scala, il tempo si è fermato. Si è fatto piccolo. Non esiste.

Non occorre sapere da dove proviene quella paralisi, perché ora non ci può fare nulla.

Sergio, seduto sul primo scalino, piange lacrime. Lacrime amare. Derivate da un senso di vuoto, di inutile inesistenza.

Vorrebbe gridare al mondo “Ci sono!”

Ma, si è stufato.

Si è stufato dei no, di non essere nessuno.

Non aspira ad essere un poeta o un artista. Un mago o un ministro. Vorrebbe essere qualcuno riconosciuto socialmente. Che può essere d’aiuto. Che può vantare ai suoi occhi quello che è. Che è diventato.

Purtroppo, la vita è un treno. Va troppo veloce. A volte, si perdono le fermate. Non per colpa nostra. Ma, di un destino.

Un destino che non ha una definizione, che non si può addobbare come un albero di Natale.

Un destino buio o di luce. Che esiste.

Ai bordi di una scala, Sergio ha smesso di piangere. Ora è calmo.

Fuori il sole delinea le case, i bambini vanno in palestra. E le maestre, indaffarate, parlano solo di scuola.