Il sole di fine novembre: mercoledì 

​Il fluire dell’acqua. Due persone che passano. E le loro voci che non si sentono, raccontano. Raccontano che tutto passa. Anche il dolore. La vita è anche dolore. Dolore e gioia. Gioia che illumina, ci illumina. Come il sole.Il sole di fine novembre. 

Martedì quasi di neve.

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La suora giovane, Giovanni Arpino. Foto: Me.

Buen@s, 

il freddo è iniziato  a farsi sentire. Con esso la neve e le giacche pesanti, che ci riscaldano amorevolmente. Bianca dorme in poltrona. Si sa i cagnolini amano il caldo della casa e le coccole.

Ho appena finito di leggere “La suora giovane” di Giovanni Arpino. Un romanzo breve, scritto nel 1959.

Il protagonista, Antonio, è un ragioniere che vive la sua solitudine in una Torino descritta benissimo, che fa da sfondo alle sue avventure.

Antonio lavora tutti i giorni, con gli stessi orari, ma è stanco della sua vita convenzionale, dove la monotonia prende il sopravvento e la (pseudo) relazione con una certa Anna non va oltre il flusso quotidiano (per lui monotono).

Antonio, Antonino, trova la sua valvola di sfogo in una suora; una novizia di nome Serena, che incontra alla fermata del tram.

Inizialmente, immagina questo incontro. Poi, realmente e fortunatamente, la conosce.

Parlano per ore all’interno della casa di un avvocato gravemente ammalato, che la novizia accudisce. Ore che acquistano valore per Antonio, che trova il suo “se stesso” in qualcosa e qualcuno, che non avrebbe mai immaginato di vivere e incontrare.

Ciò che ho amato maggiormente, oltre allo stile, è la modernità di questo romanzo.

E come diceva la mia prof. di francese al liceo :”Un romanzo è attuale quando è moderno”. Quando le problematiche e le emozioni rispecchiano la realtà che viviamo. Ora.

Bianca si è svegliata. E’ ora di uscire, per il bisogno quotidiano.

Mil besos,

Em@

P.S.: Il libro, che personalmente ho trovato al mercatino, si può trovare su amazon:

https://www.amazon.it/La-suora-giovane-Giovanni-Arpino/dp/8860739969

Tempi diversi

Ore 17.30

Mentre disfo le valigie nella cameretta adolescenziale, improvvisamente torno indietro nel tempo. A quando ero una ragazza.
Ragazza problematica con molte incertezze caratteriali. Un padre assente, una madre forse troppo presente. Ma, per fortuna c’era Lei.
Lei che mi ha aiutato ad uscire fuori. Liberarmi dagli scheletri nascosti che, per molto tempo, mi hanno obbligata a rimanere immobile.
A non agire.
Ripongo con cura tutti i miei vestiti e trovo delle lettere che scrivevo al mio fidanzatino di allora. Un certo Marco. Oggi sposato e con prole.
Vorrei tanto sapere come sta. So che è a Milano e risiede lì da qualche tempo.
Però, assolutamente, non voglio rientrare nella sua vita. Intendiamoci!
Quando si tronca una relazione di anni, come quella che ho avuto con Valerio, qualunque appiglio è buono per colmare un vuoto persistente. Che un tempo era felicità, armonia. Forse pienezza di spirito. Forse.
Ora continuo a sistemare. Dopo: cena.
Dopo cena, uscirò con una mia amica simpatica, di cui sicuramente vi parlerò.

Un saluto,
Anna

17 ottobre: Gemma

A Gemma, una mia cara amica.

 

Ti ho conosciuto al mercato. Vendevi solo la verdura, per la precisione. A volte, anche fiori. Soprattutto nella stagione primaverile quando, tu, Gemma germogliavi.

Te ne sei andata in un anno. Un tumore ai polmoni ti ha portato via. Lontano da me.

Il nostro era un rapporto genuino, familiare. Nonostante non avessimo legami di sangue.

Mi domandavi come stavo e se qualcosa mi rendeva cupo, te ne accorgevi subito.

Eri allegra. Animavi il mercato. Con le tue risate spropositate e le tue conversazioni su Amici, Il Grande Fratello, L’Isola dei Famosi, Pomeriggio 5 e La Vita in Diretta.

Ti piaceva ballare e fare commedia. E ogni volta che ti vedevo fumare, ti sgridavo. Ma, tu, prontamente mi rispondevi che prima o poi tutti dobbiamo morire.

Ti voglio ricordare in una giornata qualunque autunnale, mentre tornata dal mercato, ti rinchiudevi in casa. Ti piaceva la vita domestica! Me lo dicevi sempre.

Ti voglio ricordare come se ti vedessi dalla finestra. Da fuori verso dentro. Ci sei tu che metti nel forno il pollo con le patate. Mentre le tue due televisioni ti raccontano cosa sta succedendo per il mondo. Tra poco tornerà tuo marito e mangerete alle sei e trenta. Per la precisione.

Te ne sei andata, questa mattina, alle 9.00, proprio quando passavo al mercato e ti dicevo: “Ciao Gemma! Come stai?”

E tu mi rispondevi: “Se mi vedi, vuol dire che sto bene!”

Tvb.

Em@

 

14 ottobre: La prima verità di Simona Vinci

 

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Simona Vinci, La prima verità, Einaudi, 20 euro, vincitrice Premio Strega

 

Le pagine di questo libro mi hanno lasciato qualcosa. Qualcosa di non convenzionale, che fa riflettere su chi siamo. E come ci comportiamo nella vita.

Una vita dove molto spesso il diverso vive ai margini. Fuori dalla tanto agognata normalità.

Cos’è, per me, la normalità? Un accezione che tende solo a definire. Punto. E basta.

In quest’opera, l’io narrante ci porta in un’isola. L’isola di Leros. In Grecia.

Un’isola dove fino a non molto tempo fa c’era un “manicomio”. Un ospedale psichiatrico realmente esistito, dove chi vi abitava era un mero oggetto. Trattato come un oggetto. Senza dignità.

L’isola, per me, è anche una metafora della vita che viviamo. Una realtà dove chi è ai margini non ha diritti. E viene isolato. Dove chi ha problemi psichici, o è nero, o è grasso, o è magro, o è gay, o…, viene sempre circoscritto all’interno di un sistema (muro), che si distanzia dal buonsenso comune.

Un buonsenso statico che ha una matrice strettamente politica e impostata, che considera la differenza come un marchio. Dal quale stare lontani.

L’autrice, Simona Vinci, scrive molto bene. Mettendosi nei panni di più persone. Persone che conosce alla perfezione e che ama profondamente.

Anch’io ho voluto bene alla vincitrice del Premio Campiello perché la sua storia mi ha segnato, mi ha fatto riflettere e mi ha portato a vivere, per più di un attimo, oltre il muro. E dalla parte di chi non ha colpa.

Em@

5 ottobre: Mi fai schifo!!!

Ci sono persone che mi insultano. Senza un perché. Pensano di essere grandi, superiori. Di travalicare il confine, fieri di quello che dicono.

Ho solo diciassette anni. E tutti i giorni, un ragazzo della mia età mi dice: “Mi fai schifo!”

Mentre sputa per terra.

Una terra che diventa più grande, a causa di quello sputo, che risuona nell’aria, più di una parolaccia. Più di uno schiaffo forte o un pugno.

Ogni volta non dico niente, perché non so che fare. Parlarne avrebbe senso. Però non so fino a che punto risolverebbe la situazione.

La cosa che mi sconvolge di più è il consenso degli amici che gli stanno intorno. Non dicono nulla, nemmeno ridono. O coprono, in qualche modo, quelle tre parole che non riesco nemmeno a pronunciare.

E la seconda notte che non dormo, perché ci sono parole che feriscono più di un calcio tra le palle. Di un pugno in pieno viso.

Un pugno che sprofonda nel cuore. Che, a tratti, sembra non battere.

Un pugno che ti toglie il respiro. E ti lascia in apnea per ore, senza essere colpito.

marco

30 settembre: Buio

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Buen@s,

Non ho paura del buio reale. Quello che riscontri di sera, quando il sole inizia a calare.

Io, di notte, dormo. E anche se dovessi alzarmi, non mi lascio trasportare da quel bastardo che rende la notte, per alcuni, gelida. Mi sono sempre chiesto chi fosse quel bastardo, e forse sono riuscito a trovare la risposta.

Vi spiego.

Quel bastardo si insedia nelle persone anche di giorno.

Quando felice vai a fare la spesa al supermercato e poi ti rendi conto che non hai comprato quella cosa che ti serviva. Rientri, ed esci nuovamente. Mentre ti rechi verso la macchina, felice di tornare a casa, ecco che un cane ti fa cadere a terra. Di corsa al pronto soccorso. Ambulanza chiamata dagli altri acquirenti. E per fortuna hai una prognosi di un mese.

Quel bastardo si nasconde nei giardini pubblici, mentre bambini giocano felici. Improvvisamente distratti da un uomo nero, che promette loro le caramelle. Un uomo nero e buio di cui non vediamo mai il viso. Nemmeno i bimbi si ricordano com’è fatto. Un uomo nero che offre caramelle in cambio di prestazioni sessuali. Per fortuna, le mamme ansiose, molte volte si accorgono di questa figura losca. E denunciano l’accaduto o non fanno andare più i bambini al parco.

Quel bastardo si nasconde nei rapporti non consenzienti. Nelle case di professoresse, che pensano di andare a dormire, come tutti i giorni alla stessa ora. Professoresse che non hanno mai fatto del male a nessuno. Che subiscono, perché loro si fanno scivolare tutto addosso.

E una sera qualunque, di un giorno qualunque, un marito per nulla contento e molto autoritario le fa andare direttamente al campo santo, senza che nessuno possa sentire quell’urlo di disperazione. Un urlo di addio alla vita.

Il buio si insedia in angoli nascosti. Angoli luminosi, che risplendono in case di ricchi, poveri. Patrizi o plebei.

Il buio stravolge le cose, aleggia nell’aria e colpisce chi vuole lui.

Mil besos, 

Em@

29 settembre: Fa molto male.

Buen@s 

Ho appena preso la corriera. Come al solito, a quest’ora.
Uso i mezzi perché sono più comodi e poi non so guidare. Sono sul serio una frana.
Il traffico mi isola in uno sciame di macchine che non conosco.
Fuori due signore discutono. E le guardo perché mi fanno tenerezza. Non stanno litigando animatamente, ma tra loro qualcosa non va.
La più anziana vuole una spiegazione su una questione, che purtroppo non conosco.
La più giovane diventa rossa e cerca di parlarle sopra, senza ascoltare la simpatica quasi nonnina.
Sono vestite quasi uguali. Simili di viso e di sguardi incavolati. Simili nei gesti e nelle posture senza senso.
Alla fine, fanno pace e quel litigio quasi animato si trasforma in un sorriso complice. Complice come una relazione tra madre e figlia, che prima puntano un dito e poi lo tirano indietro.

L ‘autobus rinizia a muoversi. Inizio ad allontanarmi da quelle due figure, che pian piano diventano un puntino piccolissimo. Per poi scomparire.

Arrivato a destinazione ripenso a quel momento perché un rapporto così non ce l’ho più da tempo.

E ciò mi fa molto male.

Mil besos,

Em@

28 settembre: quel fiore che aspettavo…

Buen@s,

Ti ricordi quando mi portavi un fiore per il mio compleanno? I miei compleanni?
Cambiavi fiore ogni volta: rosa, margherita, girasole.
Io lo prendevo e lo curavo. Lo mettevo nell’acqua e rimaneva vivo per qualche giorno.
In quei giorni, lo osservavo e mi dicevo: “Che bel pensiero!”
Lo odoravo ed immaginavo di passare una serata con te. Come due persone che si vogliono bene. E che forse si amano.
Quando i giorni fiorenti terminavano, il fiore lo riponevo in un cassetto.
Ora, ti scrivo, mentre osservo questo cassetto pieno di natura morta.
Perché io e te eravamo come quel fiore.
Stavamo insieme due. Tre giorni.
Giorni idilliaci, senza macchia. Giorni di sorrisi e sguardi complici.
Dopo quei giorni, il nostro amore appassiva come quel fiore che mi regalavi.
Perché tu tornavi da tua moglie ed io seduta in poltrona, aspettando una chiamata.


E senza dire mai nulla.


Perché ti amavo e ti amo ancora.

Elsa.


Mil besos,

Em@

26 settembre: Tornerò domani, forse no.

Buen@s, 

Torno a casa da scuola. Tutti i giorni. Alla stessa ora.
Apro la porta. Entro.
Guardo se è tornato qualcuno. Ma, non torna mai nessuno.
Io, continuo a guardare, perché mi sento sola. Ho solo 16 anni.

La tavola, come sempre, non è mai imbandita.
Prendo la tovaglia, metto un piatto. Poi un bicchiere. Poi la forchetta.
Apro il frigo: due wurstel.
Prendo una scatoletta di mais dalla credenza.
Verso tutto nel piatto.

Mangio sola.
Ci metto più del dovuto perché immagino di avere due sorelle con cui parlare di compiti, vestiti, interrogazioni.
Immagino una mamma che mi versa dell’acqua e me la rimette. Senza che glielo chieda.

Continuo a mangiare.
A fissare dall’altra parte del tavolo un padre immaginario. Perché quello reale non esiste. In verità, esiste. Ed è vivo.
Ma, è assente.

Dopo il pranzo,
lavo il piatto. Poi il bicchiere. Poi la forchetta.
Ripongo la tovaglia.
Vado in bagno. Poi in camera a fare i compiti.

Alle 9 tornano i miei genitori.
Rimango in camera perché quasi sempre mi addormento.
Loro non entrano. Non cercano nemmeno di bussare.

Perché sanno che ogni mia parola diventa fuoco.

Appoggio la testa sul cuscino.

Mi sveglio l’indomani quando i miei sono usciti.

Faccio colazione.

Esco.

Vado a scuola.

Oggi non rientro. Tanto nessuno se ne accorge.

Tornerò domani. Forse no.

Mil besos,

Em@