83: Un po’ di me #8

5 giugno

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La Chiesa di Lucia, oggi pomeriggio, Chieti

Buenas,

la domenica sta volgendo al termine. Giorno della settimana, che placa animi frenetici di mamme che vanno a riprendere i figli a scuola. Giorno della settimana, che molti passano in poltrone comode, tra coperte e familiari che si vedono e sorridono. Si scambiano consigli e informazioni su ciò che è successo in settimana. Anche se questa idea di familiarità, accompagnata da dolci importanti e forse troppo nutrienti, si ha nel periodo invernale, autunnale.

Io, la domenica, quasi sempre, la passo da mia madre, a Manoppello. Vicino a Chieti (come già forse vi avevo detto). Manoppello è un paese dell’entroterra abruzzese, che fino a qualche tempo fa consigliavo anche per vivere. Ora, le cose sono cambiate. Da quando i centri commerciali hanno preso il sopravvento, i piccoli centri sono decaduti. I negozi chiusi. Rimangono solo bar e luoghi di incontro, che permettono alle persone che ci abitano di avere una vita sociale.

Io, ricordo con piacere la mia infanzia e adolescenza in paese.

Ho iniziato ad uscire da solo, sin da quando avevo dieci anni. Mi divertivo, ci si divertiva con poco. Si perlustravano zone di campagna mai prese in considerazione, si correva tra le scale dei vicoli. Vicoli che avevano sempre un fascino diverso, ogni volta che ci passavi. Guardavo dalle finestre, per scoprire cosa c’era al di là delle case. Perché le case del centro storico avevano e hanno un loro fascino. Ricordo che la nonna di una mia amica aveva cinque salotti, che si susseguivano. Ognuno adibito a un’occasione diversa. C’era quello rosso, ad esempio, che aveva un’entrata da un vicolo e che era il luogo dove i nipoti della signora facevano merenda e colazione.

Il ritorno da Manoppio, come lo chiamo io, lo faccio sempre in autobus. Come l’andata. L’autobus, per me, è un mezzo dove si incrociano storie. Realtà che non si conoscono e che condividono in quei venti minuti, qualcosa. Uno sguardo, un sorriso, un saluto. Anche un silenzio di non conoscenza. Ad esempio all’andata, siamo sempre in quattro: io, una signora con trucco e parrucco perfettamente alla moda, un uomo alto che legge sempre il giornale ed un uomo con la parrucca nera, che solitamente guarda fuori. A volte, sale un ragazzo biondo rumeno, che raggiunge la sua ragazza a Brecciarola, una frazione di Chieti.

Noi, ci vediamo quasi ogni domenica alle 10.10, e per venti minuti. Ma, non ci salutiamo mai. Il nostro silenzio è un silenzio condiviso che ci unisce e forse, se ci incontrassimo fuori, si trasformerebbe in una voce di saluto. Forse.

Pedro e Luca sono appena usciti, e sta iniziando anche a piovere. Sono contento se inizia un’acquazzone perché ha tre ombrelli (🌂🌂🌂) all’entrata e mai una volta che ne prende uno. Poi, rientra e si lamenta che si è bagnato. E si lamenta che poi si ammala.

Pedro🐶, povera stella🎇, rientrerà zuppo. Verrà da me, facendo orme ovunque. Implorandomi, con i suoi occhi pietosi (esiste, non come petaloso), di essere asciugato con l’asciugacapelli.

Vi lascio, come sempre, con la palabra del día (parola del giorno) che è CASA ( 🏡)

La casa è quella parte di noi che ci accompagna, in ogni luogo, e ci fa sentire forti nonostante le difficoltà.

Buona serata,

Em@ 🙋🙋

79: Un po’ di me #4

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Buenas,

come state? Da oggi cambio registro:):):). Nel senso che vorrei gestire il blog come una vera e propria pagina di diario. Dove giornalmente vi racconto parti di me, prendendo in considerazione quegli aspetti della giornata che mi hanno fatto riflettere, pensare e/o sorridere.

Scrivo questo perché il blog è un mezzo che evolve giornalmente, dove l’aspetto della persona che lo scrive viene fuori in ogni caso. E dove la giornata che si racconta è parte viva, non come accade con una poesia o racconto.

Continuerò a scrivere racconti e recensioni di libri, ma non come parti staccate da ciò che sono. Li scriverò perché mi rappresentano e perché sono inseriti nella mia vita.

E poi, come mi avete anche suggerito, è bello conoscere aspetti della vita di colui o colei che scrive (in) un blog che seguite.

Tornando a noi. Pedro oggi ha fatto il bravo e ha mangiato tutto (sembro un po’ una bimbominkia parlando così). Ha fatto le due solite passeggiate con il sottoscritto. E ora dorme beato sul mio letto. Ma, poi andrà al letto di Luca e dormira’ con lui. Perché Pedro dorme con Luca. Sembrano innamorati (ahhaha). Dorme dalla parte dell’armadio, perché si sente più sicuro, rispetto alla parte della porta.

Io, ora mi sto vedendo “Chi l’ha visto?”. Non è una cosa da poco. Perché è la mia trasmissione preferita da quando ero piccolo. Amo soprattutto la costruzione dei servizi. Uno degli inviati è di Chieti e ogni volta che lo incontro vorrei chiedergli informazioni sui casi. Ma, passerei per stalker e questo screditerebbe la mia fama di bravo ragazzo. Che, realmente e in verità, sono. 😇😇😇😇😇😇😇

Oggi ho riflettuto molto e ho visto documentari su youtube riguardo ai campi di concentramento, dopo aver finito di leggere “Conforme alla gloria” di Demetrio Paolin (la recensione la trovate sulla categoria Premio Strega, se non l’avete letta e la volete leggere).
Nelle immagini video, ho visto uomini che non riuscivano a camminare per la troppa magrezza, visi assenti. Assenza derivata da una condizione fisica e interiore. Assenza che nasce da un dolore estremo, che non riuscirei nemmeno ad immaginare. A percepire.

Ora vi lascio che ho male a un dito. Me lo sono quasi frantumato con il minipimer per fare una salsa tonnata.

Ricetta:
Scatoletta di tonno senza olio/ confezione di yogurt greco bianco/ due acciughe/ capperi quanto basta.
Amalgamare il tutto con il minipimer a immersione.

Ah dimenticavo la parola del giorno, che oggi è “ricordo“.

Il ricordo è quella parte di noi che, anche se la vogliamo rimuovere, resta. Restano le immagini, le emozioni, le paure, i dolori. Resta ciò che siamo e che, ora, fa parte di noi, nel bene e nel male.

Notte, 🎇🎇🎇🎇

Em@

65: Senza padre

ritmo
Foto presa dal web

Pensieri, immagini e situazioni sono solo frutto della fantasia

Rimanevo sempre in macchina. Mio padre mi portava con lui a vedere le partite. Ma, non mi piacevano. Passavo ore dentro a una ritmo grigia. Lui si divertiva, io anche. Mi spiego: preferivo sicuramente giocare con gli altri bambini, ma non mi entusiasmava chiudermi tutto il pomeriggio in una stanza di un bar, tra vecchi ubriachi, che aspettavano un goal. Vecchi ubriachi che erano paonazzi in viso da mattina a sera.

Mio padre parcheggiava la macchina davanti a un bar-pasticceria quasi sempre pieno. E io stavo lì per ore. Fantasticavo sulla gente che passava.

C’era una mamma che sgridava la bimba disubbidiente, che si buttava a terra, perché avrebbe voluto una pasta al cioccolato. Ma, la signora malata di palestra le permetteva solo un biscotto di ciambella, quasi privo di calorie. La bimba piangeva, piangeva come un fiume senza un punto finale. E io avrei voluta consolarla e dirle: “Dai, che la prossima volta te la compro io una pasta con la crema al cioccolato!” Ma, io non avevo soldi.

Poi, c’erano una coppia di ragazzi. Ragazzi anonimi, come li definivo io. Ripetevano sempre gli stessi gesti. Le stesse espressioni. Arrivavano alle cinque in punto. Ed uscivano dalla pasticceria mano nella mano. Lei aveva nell’altra mano una busta portata da casa, dove riponeva l’unica pasta che acquistavano. Che dividevano con un coltello, portato anch’esso da casa, seduti su una panchina verde proprio vicino alla macchina. Lei, ogni volta, diceva: “Che buona!” E lui, come una macchina computerizzata le rispondeva: “Sì, e poi la crema è divina!”

Prima che lo dicesse, dalla mia bocca uscivano le stesse parole. Le sapevo a memoria. Erano parole di conforto, parole di sicurezza. Parole monotone, che rendevano stabile quell’equilibrio silenziosamente precario.

Poi, passava Gianna. Sapevo il suo nome grazie a un signore che una volta la chiamò. Gianna indossava sempre vestiti diversi. Questa cosa mi colpì. Io avevo due paia di pantaloni e tre maglie nella stagione invernale e un unico giubbino. Gianna invece cambiava sempre il suo cappotto e aveva tante scarpe colorate e tante scarpe nere con il tacco nero. Gianna non usciva mai con una pasta in mano. Forse la mangiava nel negozio, oppure preferiva una bevanda alcolica. Mentre, sola, fissava l’orologio, posto sopra le macchine del caffè. Mentre, sola, si concentrava su quelle lancette per non pensare alle riposte da dare al suo ragazzo, che non amava più.

Poi, quando mi stufavo di vedere le persone, mettevo la musica e sentivo “Come saprei” di Giorgia. Cantavo a squarciagola perché volevo scaricare la tensione che mi trasferivano la mamma con la bimba capricciosa, i ragazzi anonimi e Gianna. Perché se da un lato mi divertivo, dall’altro mi sentivo solo. Ero solo un bambino di dieci anni che passava i pomeriggi in una ritmo grigia.

Una ritmo che era diventata il mio osservatorio quasi giornaliero.

E anche se mi divertivo a vedere gente fuori che passava, immaginando la loro vita. Da dentro, invidiavo quelle loro realtà. Realtà imperfette sì, ma vissute nelle loro imperfezioni e autenticità. Vissute nel loro dinamismo.

Rimanevo sempre in macchina. E realmente questo non mi piaceva. Mio padre non se ne accorgeva, e questo mi faceva stare male. Perché a dieci anni, un bambino più di tanto non può dire.

Mio padre preferiva vedere partite con vecchi, paonazzi in viso da mattina a sera. Mentre suo figlio di dieci anni, lo voleva con sé in un bar-pasticceria, di fronte al quale c’era una ritmo grigia senza nessuno che osservava Gianna, ragazzi anonimi e una mamma con una bimba capricciosa.

Senza nessuno che cercava solo affetto.

Buona serata, Em@