La carezza di suo padre

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foto presa dal web

Si era fatta tatuare un nome di persona. Su quel braccio pieno di ferite. Ferite di un’adolescenza problematica, di abbracci mai dati, di sguardi pieni di odio. Rancore.

Ora in una sala di attesa di un ospedale di provincia, ripensava e pensava a quel padre assente. Quel padre che non l’ha fatta mai sentire sicura. Quel padre che voleva diverso, forse per sentirsi come le altre sue amiche. Che avevano una figura di riferimento. Un porto sicuro, in un mare in tempesta.

Sonia, ora, spera di poter recuperare quel rapporto. Pur sapendo che non era colpa sua. Pur sapendo che lei era piccola e non avrebbe potuto affrontare le cose diversamente.

Sonia ora attende che suo padre si risvegli da un coma che da un giorno all’altro l’ha trasformato. Un corpicino minuto e indifeso in una sala che lei può vedere solo da un finestrone gigante. Un finestrone che ha trasformato la sua rabbia in umanità. Un’umanità che ha fatto scomparire una pioggia incessante scura, che si posava non dolcemente sulla finestra della sua macchina. Ogni volta che i suoi pensieri si orientavano su quell’uomo per nulla facile.

Si è fatta tatuare il nome di suo padre, Sonia. Qualche anno fa. Quando era ancora adolescente ed aveva bisogno di carezze. Le bastava solo una carezza. La carezza di suo padre.

13 ottobre: ricordo quel padre.

Avevo 17 anni quando i miei si sono separati.
Per me: una liberazione.
Mio padre picchiava mia madre. E io non potevo dire nulla.
Chiuso in una camera buia e silenziosa sentivo tutto: parolacce, offese, frasi sconnesse.
Avevo paura ogni volta che entravo in casa. Una casa umile dove anche il soprammobile metteva timore.
Quando Lui non c’era il tempo si trasformava in un tempo reale.
Quello che vivono le persone civili.
Un tempo in cui si apprezzano i sorrisi, le coccole, una bistecca al sangue da dividere in tre.
Un giorno freddo mia madre si alzò e mise un punto a questa storia. La sua storia.
Cambiò la serratura e lo cacciò di casa.
Eravamo liberi!
Liberati da un peso che rendeva buie le giornate definite da un sole d’inizio autunno.
Liberati da un mostro nero che martoriava il cervello di un bambino, cresciuto troppo in fretta.
Un giorno, dopo mesi, bussarono alla porta.
Aprii ed era Lui.
Con il suo solito viso pieno di aggressività, ma fondamentalmente buono.
Era tornato per mettermi, di nuovo, paura.
Quella paura che ricordi sempre.
Perché ci sono dei momenti che vivono in noi.
E compaiono quando il ricordo bello o brutto è fortemente delineato. Sentito. Mai dimenticato.

29 settembre: Fa molto male.

Buen@s 

Ho appena preso la corriera. Come al solito, a quest’ora.
Uso i mezzi perché sono più comodi e poi non so guidare. Sono sul serio una frana.
Il traffico mi isola in uno sciame di macchine che non conosco.
Fuori due signore discutono. E le guardo perché mi fanno tenerezza. Non stanno litigando animatamente, ma tra loro qualcosa non va.
La più anziana vuole una spiegazione su una questione, che purtroppo non conosco.
La più giovane diventa rossa e cerca di parlarle sopra, senza ascoltare la simpatica quasi nonnina.
Sono vestite quasi uguali. Simili di viso e di sguardi incavolati. Simili nei gesti e nelle posture senza senso.
Alla fine, fanno pace e quel litigio quasi animato si trasforma in un sorriso complice. Complice come una relazione tra madre e figlia, che prima puntano un dito e poi lo tirano indietro.

L ‘autobus rinizia a muoversi. Inizio ad allontanarmi da quelle due figure, che pian piano diventano un puntino piccolissimo. Per poi scomparire.

Arrivato a destinazione ripenso a quel momento perché un rapporto così non ce l’ho più da tempo.

E ciò mi fa molto male.

Mil besos,

Em@

90: Una po’ di me #13

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Legame artistico, Teatro Marrucino, oggi, Chieti

11 giugno

Buenas,

mi sono appena docciato ed il sabato anche la doccia ha un valore diverso. Diverso da giorni intensi, o quasi, che mi hanno portato a sentire i soliti discorsi di Luca, riguardo: la casa nuova. Una casa dove forse a breve andremo ad abitare, vicino a quella di ora, ma con giardino annesso. Perché il cane ha bisogno di spazio. E io pure, perché vorrei una sistemazione più consona alle mie esigenze individualistiche; un luogo ideale dove invitare chi voglio, dove starmene per i cazzi miei e dove gestire un bagno individuale, al fine di non stare a litigare tutte le mattine per chi si deve lavare prima. Giusto, no?

Oggi, qui, bella giornata, anche se adesso le nuvole stanno coprendo il cielo.

Stamattina, ho incontrato per caso una mia amica, che ha da poco partorito. Abbiamo passeggiato, per le vie del borgo, anche se il caldo si stava facendo sentire. Parlando, mi diceva che da quando ha partorito si sente meglio. Si sente una donna diversa. Oramai ha un legame indissolubile con suo figlio. Un legame, che le permette di capire il linguaggio non verbale del pargolo. Un linguaggio fatto di pianti, silenzi, preoccupazioni, notti insonni. Notti a tirarsi il latte, mentre il giorno nuovo spunta. E le persone, al di fuori di questo legame, iniziano a stirarsi sul letto, aspettando con ansia la sveglia. Una sveglia, che molte volte, si vorrebbe spegnere. Per via degli impegni giornalieri, che ci allontanano (a volte volentieri) dalla riflessiva notte.

Dopo aver abbandonato la mia amica Claudia, sono andato a fare la spesa. E mentre chiedevo due mele al fruttivendolo ripensavo al concetto di legame. Non voglio essere troppo filosofico (o romantico) ma, il legame che si crea tra mamma e figlio è unico. Un rapporto che con gli anni si trasforma, ma resta quel filo teso fino all’infinito, che (spero) non si spezzi mai. Un filo fatto di gioie, dolori, condivisioni, preoccupazioni, pianti, sorrisi, abbracci, carezze, amore. Un filo che se viene tagliato (qualsiasi sia la motivazione) porterà a un dolore immenso. Disperazione. Pianti a dirotto, notti gelide nonostante il caldo, vestiti neri in una giornata di primavera.

Dopo aver ripreso le due mele (generalmente, compro anche altro. Mi sembro quelle vecchiette che comprano una mela e ti chiedono pure lo sconto perché costa troppo!) sono tornato a casa, ho mangiato, e ho visto un film su youtube, uno dei capolavori del neoralismo, Umberto D..

A giorni ve ne parlerò. Perché è un film che mi ha molto toccato soprattutto per l’aspetto esistenziale e per il legame (restando in tema) tra Umberto, un pensionato, ed il suo cane. Un legame che salva la vita al protagonista.

Beh, ora vi lascio con la parola del giorno che è legame.

Se anche solo per un istante pensavo di essere strana, gli occhi di mia madre mi guardavano da sopra gli occhiali, e come due puntine da disegno mi fissavano saldamente al mio posto nel mondo.
(Banana Yoshimoto)

Vi lascio anche con una foto che mi ha fatto molto sorridere. Anche qui si parla di legame. Che purtroppo, a me non interessa! ahahahah.

Buona serata,

Em@

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A chi piace la figa faccia una riga

65: Senza padre

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Foto presa dal web

Pensieri, immagini e situazioni sono solo frutto della fantasia

Rimanevo sempre in macchina. Mio padre mi portava con lui a vedere le partite. Ma, non mi piacevano. Passavo ore dentro a una ritmo grigia. Lui si divertiva, io anche. Mi spiego: preferivo sicuramente giocare con gli altri bambini, ma non mi entusiasmava chiudermi tutto il pomeriggio in una stanza di un bar, tra vecchi ubriachi, che aspettavano un goal. Vecchi ubriachi che erano paonazzi in viso da mattina a sera.

Mio padre parcheggiava la macchina davanti a un bar-pasticceria quasi sempre pieno. E io stavo lì per ore. Fantasticavo sulla gente che passava.

C’era una mamma che sgridava la bimba disubbidiente, che si buttava a terra, perché avrebbe voluto una pasta al cioccolato. Ma, la signora malata di palestra le permetteva solo un biscotto di ciambella, quasi privo di calorie. La bimba piangeva, piangeva come un fiume senza un punto finale. E io avrei voluta consolarla e dirle: “Dai, che la prossima volta te la compro io una pasta con la crema al cioccolato!” Ma, io non avevo soldi.

Poi, c’erano una coppia di ragazzi. Ragazzi anonimi, come li definivo io. Ripetevano sempre gli stessi gesti. Le stesse espressioni. Arrivavano alle cinque in punto. Ed uscivano dalla pasticceria mano nella mano. Lei aveva nell’altra mano una busta portata da casa, dove riponeva l’unica pasta che acquistavano. Che dividevano con un coltello, portato anch’esso da casa, seduti su una panchina verde proprio vicino alla macchina. Lei, ogni volta, diceva: “Che buona!” E lui, come una macchina computerizzata le rispondeva: “Sì, e poi la crema è divina!”

Prima che lo dicesse, dalla mia bocca uscivano le stesse parole. Le sapevo a memoria. Erano parole di conforto, parole di sicurezza. Parole monotone, che rendevano stabile quell’equilibrio silenziosamente precario.

Poi, passava Gianna. Sapevo il suo nome grazie a un signore che una volta la chiamò. Gianna indossava sempre vestiti diversi. Questa cosa mi colpì. Io avevo due paia di pantaloni e tre maglie nella stagione invernale e un unico giubbino. Gianna invece cambiava sempre il suo cappotto e aveva tante scarpe colorate e tante scarpe nere con il tacco nero. Gianna non usciva mai con una pasta in mano. Forse la mangiava nel negozio, oppure preferiva una bevanda alcolica. Mentre, sola, fissava l’orologio, posto sopra le macchine del caffè. Mentre, sola, si concentrava su quelle lancette per non pensare alle riposte da dare al suo ragazzo, che non amava più.

Poi, quando mi stufavo di vedere le persone, mettevo la musica e sentivo “Come saprei” di Giorgia. Cantavo a squarciagola perché volevo scaricare la tensione che mi trasferivano la mamma con la bimba capricciosa, i ragazzi anonimi e Gianna. Perché se da un lato mi divertivo, dall’altro mi sentivo solo. Ero solo un bambino di dieci anni che passava i pomeriggi in una ritmo grigia.

Una ritmo che era diventata il mio osservatorio quasi giornaliero.

E anche se mi divertivo a vedere gente fuori che passava, immaginando la loro vita. Da dentro, invidiavo quelle loro realtà. Realtà imperfette sì, ma vissute nelle loro imperfezioni e autenticità. Vissute nel loro dinamismo.

Rimanevo sempre in macchina. E realmente questo non mi piaceva. Mio padre non se ne accorgeva, e questo mi faceva stare male. Perché a dieci anni, un bambino più di tanto non può dire.

Mio padre preferiva vedere partite con vecchi, paonazzi in viso da mattina a sera. Mentre suo figlio di dieci anni, lo voleva con sé in un bar-pasticceria, di fronte al quale c’era una ritmo grigia senza nessuno che osservava Gianna, ragazzi anonimi e una mamma con una bimba capricciosa.

Senza nessuno che cercava solo affetto.

Buona serata, Em@