Tutto finisce

Tutto finisce.
Le voluminose abitudini.
I baci dati piano.
Quelli dati di nascosto.
Le serenate prima del
matrimonio.
I pranzi con gli amici.
Le amiche di palestra a luglio.
Le stagioni senza
veli. E quelle con i piumini
che non ti definiscono.

Tutto finisce.
Il senso delle cose
nascoste.
L’amore per un libro.
L’ultima pagina.
Quello che è stato
e si vuole ricordare.
E che poi si
accantona di
nuovo.

Tutto finisce.
E poi rinizia.
Tranne il
nero, l’urlo
e un vento
che annuncia
pioggia. Poi
temporale.
Ed infine tempesta.

 

Di seguito vi posto, il mio nuovo blog. Continuo a scrivere qui.

Ma, in questo, che vi linko di seguito, parlerò di libri. 

Libri di Emanuele, pensieri e citazioni

 

Urlo.Fine.Sogno.Girotondo.Santità.

L’urlo nero del silenzio è come il gelo.

“La fine delle cose è un caso o la sua bellezza?” Si ripete sempre, all’angolo della strada. Invece di dire a se stessa: “Ciao! Come stai oggi?”

Lei non sa vivere senza Lui, il suo sogno. A volte, il grigio delle mattine pensierose.

Grr Grr fa ogni tanto. Come in un girotondo di parole dove l’edicola ed il pisello sono complementari.

L’urlo nero era solo eccitazione. Quando tutto è successo. Quando la santità, all’improvviso, viene fuori. Al posto della luce.

Urlo. Fine. Sogno. Girotondo. Santità.

 

Nuovi giorni

Ore 14.40

La giornata appare fresca. Non fredda. Sono seduta alla villa e riposo. Dopo giorni indaffarati, terremoti e ansie varie.
Anche io sono di Chieti, come Em@, e qui la scossa si è sentita distintamente.
Paura e panico che ancora oggi non riesco a razionalizzare, nonostante non sia nella zona dell’epicentro.
Ieri mattina iniziava la mia pausa di riflessione. Dopo aver lasciato il mio fidanzato ed aver fatto i bagagli ed essere tornata a casa dei miei. Una scelta sofferta, ma sentita. Quando due litigano sempre, e per ogni motivo, si deve mettere un punto ed iniziare di nuovo.
Dopo il ponte dovrò cercare una casa e spero che le cose vadano per il verso giusto. O almeno ci spero.
Ora mi godo questo lunedì di apparente calma, sperando che la terra ci lasci in pace, per un po’.
All’orizzonte, un cielo limpido e una famiglia di donne, che gioca a farsi i selfie.

Un saluto,
Anna.

63: Essere che ti distrugge

oltre nero
Oltrenero, marzo2016

 

A tutte quelle persone che vivono periodi bui nella loro vita

 

Un giorno di luglio, mentre pareti bianche delimitavano la mia casa, fui colpito da un male. Un male che purtroppo si pronuncia, come se si stesse parlando di gelato, o pizza, un male che non è una fantasia o una scusa, un male che colpisce tante persone, come me. Persone ricche, povere, spazzini che girano con la loro divisa arancione. Ma, tu non sai che stanno male. Perché questo Essere che ti distrugge, come lo chiamo io, è invisibile agli occhi degli altri. Per periodi di tempo è una tua ombra, un’ombra che pian piano si impossessa della tua persona, del tuo sorriso, della tua voglia di giocare al parco con tuo figlio.

Questo male, già si era impossessato della mia mente, ma trovavo escamotages per non farlo permeare ancora di più. A volte, compariva quando mi guardavo allo specchio, attraverso dei tic che mi destabilizzavano. A volte, si palesava in un supermercato, mentre famiglie sorridevano e io vedevo dall’esterno il mio corpo, che pian piano iniziava a sudare. Non riuscivo a controllare questo sudore, in un luogo realmente freddo. Ma, correvo fuori, lasciando la spesa a terra, per respirare e cercare una soluzione. E finalmente la trovavo.

Quel giorno di luglio, mentre la mia vicina andava al mare con le figlie, io rientravo a casa. Erano le tre, e tutto sembrava uguale a ieri, a questa mattina. Ma, in realtà non era così. Non mangiai. Mi andai a mettere al letto. Ero stanco. Stanco più del solito. Stanco di vivere.

Dormii fino alla mattina dopo. Dovevo andare a lavoro e non ci andai. Dissi che stavo male. Dissi che avevo la febbre e sarei rientrato tra qualche giorno. Dormii anche quel giorno. Mi alzavo solo per bere. Mangiai solo una mela e pasta in bianco, che avevo preparato la mattina prima e che dovevo mangiare dopo lavoro.

Quel male iniziava a divorarmi. Pensavo di non farcela. Pensavo di morire. Che la scelta più giusta era quella di buttarmi dal balcone. Avevo pensieri strani. Strani come i pazzi psichiatrici che incontri per strada e dicono parole tanto per dire. Ti dicono ciao e poi ti mandano a fanculo.

Dopo mesi ne uscii, grazie alla forza di volontà e l’aiuto. Grazie al mio io che aveva iniziato a essere razionale. A pensare alle piccole cose, agli affetti, al non tutto e subito. Uscii di casa, senza la paura di svenire. Fiero di quello che ero, fiero di avercela fatta.

Solo così si sconfigge quell’Essere che ti distrugge, che non ci mette niente a coprirti con il suo mantello nero e a prendersi con sé. Che ti isola per mesi in case chiuse, tra pareti bianche che sanno di nero. E vuoto.

Buona serata, 

Em@