Riflesso di una foto appena scattata

Un tumulto dentro che isola dal mondo. Gioca con la nostra vita. Con chi siamo. Eravamo.

Eravamo bambini che giocavano per strada. Uno, due, tre stella. Mangiavamo pane, olio e mela.

Per strada e dentro le case, i silenzi erano accolti come pioggia che cade in autunno. Quella che si sente. Forte. Che sembra percuotere tegole fin troppo resistenti.

Ora, i silenzi fanno paura, creando un tumulto dentro. Che isola dal mondo.

Tumulto anche fuori: telefoni, computer, connessione. Like. Mi piace. Followers. No me gusta.

Fuori fuori: giardini della villa delineati dal sole di ottobre, Bianca passeggia col suo cane. Cane di cui non conosco il nome. L’aria piacevole si fa sentire, mentre due amiche, ahimè, parlano di hashtag (#), instagram e riflessi di luce.

Riflesso di una foto appena scattata.

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Foto presa dal web

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Buen@s (inizio 19.10, fine 19.35)

questa mattina, mentre facevo ripetizione di spagnolo, mi sono concentrato sulla descrizione di uno spazio. (Fa freddo questo pomeriggio di novembre. Odora di chiuso nella casa di Roman. Attraverso una finestra senza tende, entra una luce forte, come la luce di uno scenario espressionista. Sono seduti mentre si guardano. Li separa solo un tavolo).

Ho comprato un tappeto e due cuscini per la mia nuova camera. Ho concordato il pezzo del tappeto, che stava già in offerta.Un tappeto blu. Blu come il mare. Blu come gli occhi di qualcuno che si ama. Di qualcuno che fugge. E non riusciamo a prenderlo. Perché forse è distante. Siamo distanti.

Ho mangiato pasta in bianco per depurarmi. Stomaco sottosopra.

Mi sono depurato. E dopo aver atteso un tecnico, che doveva vedermi il piano cottura e che pensavo fosse bono, sono uscito.

Ho fatto questa foto:

Un padre che riprende il figlio da scuola e ci discute. Forse il bimbo non vuole capire e il padre cerca di riportarlo sulla retta via. Una signora con un cappotto nero viene verso di me, mentre l’altra con il cappotto marrone, un cappello e una borsa rossa si reca dalla sua migliore amica. Escono sempre insieme. Le vedo sempre. Fumano e basta. Litigano e discutono. Ma, alla fine sempre insieme le vedi. Siamo in centro storico, il corso. E’ un giorno come tanti. Oggi era sereno. Tutto sembrava tranquillo. Quasi tornati alla normalità.

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Stasera mangio hamburger. Ho dimenticato gli spinaci in studio. Ma, non esco per riprenderli.

Notte,

Em@

85: Un po’ di me #10

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Experiencia, Chieti, ieri

7 giugno

Buenas,

una volta mi è capitato di lavorare per una parrucchiera. Non facevo i capelli, né mi occupavo di make up. Facevo il receptionist in questo centro, che era provvisto di sauna, sala massaggi, solarium, estetiste, e naturalmente parrucchieri.

E io, insieme a una mia amica (che mi disse di mandare il curriculum) facevamo sti cazzo di receptionist. Ma, in realtà eravamo dei servi. Infatti sono durato più o meno due mesi. Poi, mi erano iniziate ad uscire le bolle e il medico mi disse che era causa dello stress.

Comunque, quando lavoravo lì ero come l’assistente del “Diavolo veste Prada”.

Svolgevo le mansioni da receptionist: accoglienza della clientela, sempre sorridente; dovevo rimettere i giornali in ordine, dovevo pulire l’ingresso, le postazioni del solarium e il cesso; dovevo avere un contatto diretto con gli occhi dei parrucchieri, che a seconda di come mi guardavano, dovevo capire se far entrare o no la signora, in sala d’attesa, che sfogliava una rivista di glamour; quando la signora entrava, dovevo chiederle sempre gentilmente se aveva la necessità di prendere un caffè o qualsiasi altra bevanda e se voleva continuare a leggere la colta rivista posta all’entrata. Tutto questo diretto dalla fantastica titolare, e anche simpatica, che rinchiusa nella sua stanza controllava la situation, attraverso lo schermo del suo computer dove apparivano le telecamere di tutto il negozio.

Quando la signora col capello rifatto usciva, dovevi farla pagare e farle i complimenti per il lavoro svolto dai fantastici parrucchieri. Anche se la signora aveva un pelo in testa dovevi dirle farsi tipo: Signora, così sta veramente bene!; Signora, che bel taglio! Vedrà che quando tornerà a casa tutti le faranno i complimenti!; Signora, questo taglio dà risalto ai suoi occhi! E ora che la guardo, le posso dire: “Che occhi!”.

Svolgevo le mansioni di addetto stampa: la titolare, senza nome (per privacy), comprava costumi su internet e molti dei quali non erano di suo gusto. Quindi, il sottoscritto, doveva scrivere mail alle aziende ricche e famose dei costumi, che dovevano essere lette da senza nome (che correggeva le costruzioni delle frasi senza aver scritto mai in vita sua), affinché la merce tornasse indietro.

Oltre alle mail e a telefonate alle case di moda, all’epoca senza nome aveva appena aperto il suo account Facebook. Lei sceglieva in maniera accurata le foto da mettere sul suo profilo e, ogni volta che riceveva un mi piace, dovevo andare nel suo studio (o mentre tagliava i capelli) e renderle nota chi era la persona che le aveva messo mi piace. Se riceveva un commento, e lei era al reparto taglio, dovevo telefonarle. Aveva il cellulare accanto alla postazione del cliente e diceva al povero sfortunato che era una telefonata importante. Si spostava un attimo e mi parlava come se stesse parlando al Papa. Se era un suo amico bono, che commentava, lasciava la postazione e veniva direttamente a rispondere, perché doveva capire come le parole si susseguivano. E se c’erano faccine o punti esclamativi.

Oltre alle mansioni precedentemente citate, e a quelle di contabile, ricercatore di bollette, di professore di prezzi delle varie manicure (manicure semplice, manicure con curativo, etc), catalogatore di trucchi e rossetti, dovevo gestire la clientela che aveva appuntamento con il dottor Sxxxos (non posso svelare il nome), mago dei tarocchi. Ebbene sì, aveva anche questo dottore, oltre al nutrizionista, dietista e preparatore atletico.

Non vado oltre, perché finisce il tempo a disposizione.

Comunque, è stata una bella esperienza che è durata il tempo giusto. Ma, con il senno di poi la trovo molto divertente. Tutto quello citato, è vero! Speriamo che non mi legga senza nome! Ma, credo di no. Lei preferisce blog di costumi! 😉

Vi lascio, con la parola del giorno che è Esperienza.

L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione. (Oscar Wilde)

Pedro dorme, Luca vede la tv, e io vi mando un saluto.

Notte,

Em@

26: Perdersi

perdersi

 

Perdersi è immergersi in quello che siamo. Che forse saremo!

Perdersi presuppone un lasciarsi andare. Togliere quei freni inibitori che ostacolano il cammino dei nostri pensieri.

Perdersi in una strada che non porta ad una meta può essere angosciante. Ma, nello stesso tempo motivante. Un motivo in più per conoscere, scoprire.

Perdersi negli occhi di colui o colei che amiamo è un continuo tormento. Tormento positivo o negativo. Tormento pieno di turbamento, gioia, eccitazione. Un Amore con la A maiuscola che non lascia scampo.

Perdersi per poi ritrovarsi non sempre è una sconfitta. Ci si ritrova forse più maturi, meno scontati, più accomodanti. Come due amici che non si sono visti più da tempo per un motivo futile e che si incontrano per caso in un bar di un autogrill. Due amici che si sono perdonati con un sorriso sentito ed un ciao di circostanza.

Perdersi non è necessariamente un vuoto metafisico. Forse è un modo per capire chi siamo, e chi forse saremo.

Perdersi, in un giorno piovoso di marzo, è il miglior modo per capire che c’è sempre una via d’uscita ed un perdono (forse!).

Buon@ serata,

Em@