L’uomo solo

Conosco un signore che ha come proprietà una macchina. Quando vado in palestra, lo incontro. Cura la sua macchina come la rosa del Piccolo Principe.

Questo signore ha gli occhiali da vista ed avrà circa 50 anni. Parla poco. E’ taciturno.

La sua macchina contiene: lenzuola, letto, vestiti e persino fiori. Ha anche gli elastici che gli servono a “saldare” coperte, per proteggere la macchina dai raggi solari.

E’ un uomo buono, gentile. Ma, come se non esistesse. Forse si sente libero così, forse ha paura degli altri. Del mondo, spesso ostile. Dei pregiudizi che delimitano.

La sua vita gira tutta intorno al suo mezzo. Ma, è un mezzo che non cammina. Un po’ come noi che abbiamo la nostra casa, il nostro rifugio, e ci sentiamo al sicuro solo lì.

 

L’uomo solo di Leo Ferré

 

 

L’estate di ieri

Anche quando ero piccolo faceva caldo.

Ma, forse, non lo percepivo.

Ieri, d’estate, la musica non terminava.

Si perdeva nel giorno, a casa della nonna.

Con Matteo, giocavamo a Giochi Senza Frontiere.

Il gelato chiudeva la sera, tra silenzi e risate.

Risate quasi mai nascoste.

 

Il giorno dopo e il giorno prima

mangiavo pane e nutella, giocavo a maestri.

Io, ero, sempre il maestro.

Che poi non lo sono mai stato.

E’ un duro lavoro.

Il giorno non finiva mai,

ma non ci pensavi mai alla fine.

Ora, conti numeri, ore, minuti.

Sempre con l’orologio in mente e sul/nel telefono.

 

L’estate di ieri

non finirà mai.

Sarà la gioia dei nostri ricordi,

quelli più veri.

Quelli che non hanno una spiegazione.

Solo azione.

Forse.

E la notte che è uguale al giorno.

Uccelli
sugli alberi.
Gridano ancora.
Il caldo
non dà tregua.
Come il loro cantare.
FORTE.

Due cani giocano
con una pallina
sporca.
E una macchina
passa, poi
una moto.
E il rumore…

Io aspetto
al semaforo.
Sono un pedone.
Basta! Dico
tra me e me.
Gioco con
una pietra bianca,
aspettando
l’estate:
il senso
di libertà,
la spiaggia,
il mare.

E la notte che è uguale al giorno.

LUNEDÌ DI PIOGGIA ⛆⛆⛆

Buen@s,

mi sembra strano scrivere sul portatile, che avevo appositamente messo nella lista di oggetti da buttare. Mi ero stufato e avevo voglia di cambiare. Cambiare soprattutto perché non funzionava e si bloccava.

Oggi, accendendolo per caso, senza dare peso alla riuscita, ho scoperto che il mio caro computer aveva ripreso a camminare. Sempre in maniera limitata, questo sì. Ma, lasciandomi in pace, mentre scrivo queste parole.

Parole che escono, mentre fuori piove. E la giornata non è partita molto bene.

Ho litigato con Luca in macchina. Poi, come i film, sono sceso perché non volevo ascoltare sempre le solite frasi e i soliti pensieri ed ho preso l’autobus, immergendomi in una temperatura di 30 gradi, tra persone non molto pulite ed odori non piacevoli, che venivano offuscati dalla temperatura estiva.

In autobus, mi sono girato intorno ed ho visto i visi. Visi diversi, di cui non conosco la storia. Visi diversi che hanno sicuramente molto da raccontare. Dire.

Siamo passati anche per Ikea e macchine riempivano i parcheggi. Non è una cosa strana, ma oggi è un giorno lavorativo. E c’era comunque tanta gente.

Vi lascio con una recensione di un libro, che ho finito di leggere l’altro ieri. In questi mesi, vorrei leggere molto ed approfondire. Conoscere. 

Ora, dopo qualche minuto dall’inizio del post, scrivo con il cellulare. Il portatile ha interrotto la sua corsa. Forse è ora che me ne compra uno nuovo. Economico. Tanto mi serve solo per scrivere. 

Vi metto la recensione di seguito:

“La bambina e il sognatore” è un bel libro: una sorta di giallo, stile “Chi l’ha visto?”, dove il protagonista, Nani Sapienza, indaga sulla scomparsa di una bambina.

Nani Sapienza è un sognatore, un maestro che rompe le regole, che regala ai suoi alunni storie ed insegnamenti, che tutti dovremmo ascoltare. È una persona sola, che dopo la morte della figlia Martina e l’allontanamento della moglie Anita, si ritrova in una casa grande, tra libri e vuoti emozionali.

Nani è testardo. Vuole sapere a tutti i costi che fine ha fatto, Lucia Treggiani, figlia di un camionista e di una cucitrice di vestiti da sposa.

Nani è riflessivo. Porta il lettore a riflettere su esperienze di vita, che molto spesso non vediamo.  O facciamo fatica a percepire. 

Di questo libro ho amato: la scrittura semplice e profonda, la sensibilità femminile dell’autrice che viene fuori spesso, il mettersi in discussione del protagonista sempre. E comunque.

Della Maraini, amo la sua capacità di regalarci sempre qualcosa di nuovo. 

Quel qualcosa di nuovo, che viene raccontato senza orpelli e giochi di parole. Quel qualcosa di nuovo, che nasce da una ricerca approfondita e studio costante.

Amo la Maraini perché i suoi libri non sono mai uguali. Non sono mai scontati, né banali.

Amo la Maraini perché in ogni cosa che racconta, la verità viene sempre fuori. 
Grazie a tutti per l’attenzione.

Mil besos,

Em@💘

Giovedì malinconico. Forse.

 

Buen@s, 

Ho ascoltato questa canzone un giorno di luglio di due anni fa. E me ne sono letteralmente innamorato.

E’ una canzone che mi mette la carica giusta. Che mi fa tornare indietro in un tempo che non ho vissuto. Una realtà che oggi capisco, che forse non avrei percepito se l’avessi vissuta.

Siamo nel 1984 ed io avevo solo due anni.

Mi sarebbe piaciuto vivere in un tempo dove i telefonini non esistevano. Dove comunicare non era strettamente necessario. Intendo la comunicazione ossessiva di oggi!

All’epoca, forse, ci si guardava negli occhi. Si passeggiava, parlando di quello che il giorno era successo. Ci si sedeva su una panchina e si assaporava il calore di colui o colei che era affianco a noi.

Si percepivano i colori, i sacrifici, le frasi dette con criterio, i pianti.

All’epoca, forse, anzi sicuramente, non avrei potuto vivere appieno la mia sessualità. Mi sarei dovuto nascondere, fingere, diventare improvvisamente un altro. Un altro che forse non mi apparteneva. Forse voleva appartenermi per forza. Per via delle convenzioni, all’epoca estremamente rigide.

Nel 1984, i miei genitori avevano due figli. Io e mio fratello. Due persone totalmente diverse, con un legame di sangue che li unisce. E altro, che ora, forse è ancora nascosto.

Nell’84, Luca finiva le scuole. Ci portiamo 19 anni. Più o meno.

Ora, non siamo fidanzati, come anni fa. Ma, ci vogliamo naturalmente bene. Bene immenso, che esiste nonostante le differenze di carattere. Le differenze di generazione. E di contesto.

Ora, vi lascio.

Siamo nel 2016 e sono contento di ascoltare questa canzone.

Buona giornata!

Vi voglio bene (anche se virtualmente),

Em@

130: 9 settembre

Buenas, 

Ho 40 anni oramai. A dire la verità, sono ancora un bell’uomo. Senza capelli bianchi. Senza capelli.

A parte la mia calvizie, sono affabile. Ci so fare con le donne. Donne più piccole. Mi piacciono le ventenni. E’ un mio difetto. Ma, l’odore della pelle giovane, mi rende virile. Mi permette di dare più attenzione al mio corpo. Un corpo tonico. Poco palestrato, per nulla magro.

Sono vicino alla finestra della mia camera. Della mia camera d’infanzia. Ogni fine settimana vengo a trovare la mia mamma e l’aiuto con i nipoti. Piccole pesti, che distruggono la casa in un batter d’occhio.

Dalla mia finestra si vedono: una montagna, una casa che qualche tempo fa era un ristorante. Poi è diventata una casa. Poi di nuovo un ristorante.

Dalla mia finestra, ora passano macchine, che trasportano gente. Bambini che piangono, mamme che litigano con mariti sempre assenti. Signore che guidano nonostante l’età. E signori per nulla divertenti che condizionano la guida con un perenne: “Guida piano!”

Io, sono solo in questa camera di ricordi.

La scrivania di quando andavo a scuola. Che è rimasta come un tempo. Giorni interi è stata il mio supporto, la mia fedele amica.

Il quadro che mi ha regalato mio padre per i miei diciotto anni. Lui è un pittore, che io definisco copista. Perché ha una capacità innata di riprodurre in maniera minuziosa tele di artisti importanti.

Poi, c’è il letto. Dove ho pianto. Fatto l’amore di nascosto. Che ho condiviso con il mio migliore amico. Dove ho riso molto. Moltissimo. Sorriso un po’ meno.

Ora seduto a terra, continuo a guardare fuori.

Mentre, mi rendo conto che solo in questa camera mi sento al sicuro. Coccolato. Amato.

Vorrei rimanere sempre qui.

Ma, so che non è possibile.

Mil Besos,

Em@

118: Un po’ di me #21

Buenas,

stanotte, di nuovo terremoto. Bastardo nemico che mette in discussione le apparenti certezze della nostra vita.

Non voglio fare retorica e ripetere frasi fatte e dette, sempre e comunque, ma il terremoto, come qualsiasi evento naturale o tragico, ci fa comprendere quanto siamo piccoli di fronte a Madre Natura.

Il terremoto ci fa capire che non possiamo controllare tutto. E sta parlando uno che cerca sempre di controllare ogni istante della propria vita, per sentirsi al sicuro. Almeno nel proprio nido.

Come nel terremoto de l’Aquila, mi sono alzato prima e ho sentito tutto in piedi. Come se un sesto mi dicesse: “Alzati!”

E poi ho sentito tutto perché la distanza non è così esagerata! 155 chilometri.

Dopo la scossa, io, Pedro e Luca siamo usciti fuori.

Fuori tutte le persone, in pigiama e impaurite, si facevano delle domande. A cui, naturalmente, non sapevano rispondere. E neanche io!

In quegli attimi, l’aspetto positivo è stata la coesione. Unione.

Persone che non si sono mai scambiate parole, in quei momenti erano unite. E come familiari mettevano in evidenza tutta la spontaneità.

In quei momenti, le barriere quotidiane decadono e l’essere umano esce fuori.

Ho ripreso sonno alle 6.00, con Pedro attaccato. L’ho fatto dormire con me perché aveva paura. Anche se sono contro, solo per il semplice fatto che non riposo bene.

Vi lascio.

Spero che stiate tutti bene.

Un saluto,

Em@

109: Alle 16 e 15

Il diario (7)

Marisa, questa mattina, ha deciso di leggere, di lasciare da parte i suoi problemi per un po’. Non ha problemi gravi, secondo lei.

Ha le preoccupazioni di una donna comune, di 56 anni, che ha i figli lontano da casa. Casa un tempo piena di orpelli e gelati. Casa mai vuota, sempre in movimento.

Prende la sedia e si siede davanti alla finestra, posta al terzo piano di un palazzo ventilato. Siamo in agosto, fine agosto, e l’aria gradevole si fa sentire.

Da questa mattina, sta pensando di leggere con totale disinvoltura un libro, il libro che ha su un comodino da mesi, forse anni. Non più di due anni, però.

Ha sbrigato le faccende di casa, ha pulito con dedizione il piano cottura e sfregato un pavimento non più brillante, per sentirsi bene nella sua pausa. Che fino a quel momento non aveva mai preso in considerazione.

Sono le sedici e quindici.

Marisa inizia la sua lettura. Una parola, due parole, poi una frase.

La sua mente però non è concentrata. I suoi scheletri nascosti iniziano a dire “ci siamo anche noi”.

Lei vorrebbe evitarli, ma non può. Non ha mai fatto i conti con un passato non triste, ma non felice. Non si è mai comprata una gonna corta, perché un marito padrone l’ha sempre umiliata. Subordinata. Resa quasi schiava. Non le ha fatto mai mancare nulla, vero. Ma, non l’ha mai considerata. Lei non ha mai potuto dire “per me è così”. Mai, e poi mai.

Oramai è abituata. A questa condizione. Ma, le manca quella libertà che aveva da ragazzina, quando leggiadra danzava per strada. E non si vergognava di niente e di nessuno.

Era la seconda figlia di una famiglia numerosa. Ma, era la più simpatica. Aveva sempre la battuta pronta. Mai scortese, mai maleducata. E poi era brava a scuola. Intelligenza sagace. Le insegnanti le dicevano di continuare l’università. Ma, poi incontrò Lui.

Lui che le controllava i soldi nel portamonete. Lui che la umiliava davanti alla famiglia, agli amici. Lui che, a causa della sua ignoranza, la picchiava. Perché non sapeva usare la parola. Ma, le mani sì.

Mani di odio, mani pericolose.

Marisa continua la sua lettura. Legge altre due, tre parole. E chiude il libro.

Si alza dalla sedia e lo ripone sul comodino.

Torna a pulire, perché le pause non riesce a gestirle. Forse riproverà domani. Forse no.

L’aria gradevole diventa fresca, in vista di un temporale imminente.

Temporale interiore che blocca le lacrime di Marisa. Una donna di 56 anni, che ha molto da dire. Da dare. Ma, che parla poco.

Perché si tiene tutto dentro.

108: Mattina presto

Il diario (2)

 

Mattina presto.

Silenzio quasi utopico.
Muratori iniziano a parlare. Parlano di lavoro a quest’ora. È troppo presto per dire altro.
Macchine passano per andare a lavoro. A volte, troppo velocemente per intravedere chi si nasconde dentro l’abitacolo.
I contorni definiti di alberi e case mi ricordano che è agosto.
Agosto piatto per molti, serrande chiuse per ferie. Fino al 10.
Rumori che a quest’ora non mi fanno paura come i pomeriggi dell’anno scorso.
Una donna abbronzata guarda le vetrine di negozi aperti. Saldi fino al 70 per cento.
Una vecchietta torna a casa dopo la spesa delle 7 e 15.
Una donna, visibilmente in vacanza, è andata a comprare le paste. Per un compleanno imminente.
Agosto, voci di fanciulli in lontananza.
Silenzio, ora distolto da un trapano rumoroso.

Mattina presto, quasi le 8.

69: Due felicità che mangiano spaghetti

 

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controtendenza, mayo2016

 

Mi sono alzato contento. Ho aperto la finestra e lo ero ancora di più: nessuna nuvola che potesse impedirmi di lavorare.

 Sono un disegnatore e quando ci sono queste giornate limpide riesco a trasformare i miei pensieri in immagini. Disegno solo storie di uomini, non amo paesaggi sempreverdi o montagne innevate. Non amo basiliche mastodontiche o pezzi di strada che sanno di storia.

 Oggi disegnerò un uomo, che ho visto ieri al bar. Perché i disegni non nascono per caso. Sono frutto di scelte precise, di storie precise, di vissuti che differiscono e che hanno un valore aggiunto per ogni persona.

 Ieri al bar erano circa le due, e non c’era molta gente. Entro con la mia timidezza che mi contraddistingue e ho ordinato un caffè. Dietro di me c’era Lui. Non lo conosco di persona, ma l’ho visto qualche volta in questo bar di periferia, dove storie di mendicanti si intrecciano a quelle di drogati. Drogati soprattutto nell’animo/a.

Lui, pienotto in viso, con gote rosse, mangiava un piatto di spaghetti al sugo. Aveva un viso triste, ma buono. Aveva occhi che lacrimavano senza lacrimare. Ho provato una strana sensazione: volevo abbracciarlo forte e stringerlo a me. Per giorni, mesi, forse anni. Volevo dirgli non ti preoccupare che andrà tutto bene.

 Lui, mangiava lentamente come se volesse rimandare un appuntamento o una visita importante. Come se volesse dire al futuro non mi fai paura. Ora mi godo questo momento, che mi rende felice. Anche se gli altri possono pensare il contrario. Anche se gli altri non sanno cosa realmente mi passa per la testa.

 Appena finito il caffè, sono subito tornato a casa perché quest’uomo era diventato la mia fonte d’ispirazione. Ho preso il mio taccuino e ho subito fatto una bozza.

L’uomo pienotto al centro e in primo piano che mangiava un solo spaghetto, gli occhi erano bianchi e fissavano lo spettatore. Che interdetto si sarebbe fatto una domanda: “Perché quest’uomo ha gli occhi bianchi?” E, volenteroso, forse avrebbe risposto: “Forse perché si sente vuoto, ha il male di vivere, ha una visione candida della sua esistenza!”

Questa mattina, un sole senza nuvole mi ha permesso di disegnare. Fuori, case piene e vuote riempivano una collina primaverile.

 Ho disegnato un uomo pienotto, che mangiava un piatto di spaghetti, insieme alla sua donna. Una donna sorridente e leggermente sovrappeso. Gli occhi di lui erano marroni, gli occhi di lei erano verdi. Si guardavano come due fidanzatini del liceo.

 Questa mattina, mi sono alzato contento. Ho disegnato un uomo che ieri era triste e oggi è felice.

 

 

Buona serata!

Em@