30: Febrero

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Era una mattina di febbraio quando arrivai a Aix en Provence.

Freddo. Nebbia. Buio.

In realtà, quando decisi di fare l’Erasmus pensavo a tutt’altro che al freddo, alla nebbia, al buio. Quella mattina era così. D’altronde era Febbraio.

I primi giorni li ho vissuti come un vagabondo, perché non avevo un luogo dove vivere. Mi facevo ospitare da chiunque. E nessuno si tirava indietro. Erano tutti cortesi, gentili, anche se quel legame di amicizia era nato da poco più di un’ora.

Con il passare del tempo quel buio iniziale si trasformò in luce. Emozione pura.

Vivevo ogni giorno al massimo. Andavo a lezione con la mia amica spagnola, mangiavo con Luz, la mia amica francese. E mi divertivo con i miei amici italiani, la mia vera famiglia.

Ridevo per le cavolate, mangiavo ovunque senza essere invitato, andavo in giro senza avere niente.

I legami che si creano nel periodo dell’Erasmus sono legami unici. Forti. Preziosi. Sono legami che resteranno per sempre. Nel cuore.

I posti diventano familiari: la solita boulangerie, il supermercato di Cours Mirabeau, la scuola di danza che frequentavo, il parrucchiere alla moda che costava un occhio della testa. D’altronde era bono. Bonisssimo. Le serate con Adrien, Benoit, alla disco vicino al Casino’ e la camera 105 del Residence Estelan, vicino al Mc Donald’s, dove vivevo. Una camera che ha conosciuto paure, passioni, affetti, pianti, rinunce.

Era una mattina di febbraio, quando tutto iniziò.

Quando la mia vita si scontrò con il nuovo, lo sconosciuto. Quando la mia vita cambiò radicalmente.

Era una mattina di febbraio. Ora è un giorno incerto di marzo, mentre dedico questo post alle ragazze Erasmus, morte nell’incidente di Tarragona, in Spagna. (RIP)

Un beso,

Em@

 

Giorno Quarto

Ciao,
come va? Bene, male o normale?
Io, rispondo sempre normale perché mi sembra la risposta giusta, azzeccata. Stare bene è troppo, stare male non è quasi mai vero.
Io sto normale. Perché la normalità non esiste. Quindi in realtà sto bene, secondo il mio punto di vista. La mia normalità diversa.

Ho fatto un patatrac. Comunque, oggi ho continuato ad apprezzare la mia città. Una cittadina, nell’entroterra abruzzese. Abito a Chieti alta,
non Chieti scalo. In realtà sono la stessa città, stesso comune. Ma, due realtà diverse. Per motivi positivi o negativi.

Parlo di Chieti alta, solo per esperienza. E’ una bellissima città, ma una città camomilla come la chiamano i teatini. Non succede mai nulla e quando succede qualcosa, quel qualcosa diventa un fatto di cronaca. Scherzo!!!!

Chieti ha un centro storico bellissimo, antico. Vie caratteristiche e pati di case sensazionali. La scorsa settimana, ho visitato una casa in centro. E ne sono rimasto affascinato. La casa si trova all’interno di una via stretta, apparentemente senza luce, buia.

Entrando da un portone grandissimo, mi sono imbattuto in un corridoio, con mattonelle verdi e bianche, che sprigionava una luce forte ed intensa, proveniente da grandi finestre. L’appartamento era al secondo piano: luminoso, amplio. E aveva un panorama “che te lo dico a fare?”. Da lì, si vedeva il mare e le case, grandi e piccole, facevano da sfondo. Uno sfondo stile Casa della Prateria. Solo stile, però. ;)))

Chieti ha anche molto verde, aria pulita. Amo passeggiare dietro alla Civitella (Anfiteatro Romano) con il mio cane, perché ho la sensazione che la natura, per un pò, si unisca ai miei pensieri.

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Di Chieti, non amo le persone. Alcune sì, intendiamoci. Ma, la mentalità non la sopporto: una mentalità borghese, dove tutti cercano di nascondersi dietro ai ruoli imposti dalla società. Sono tutti personaggi e pensano che essere avvocati, commercialisti, notai, professori, sia l’unico mezzo per esistere. Non sapendo che l’esistenza è essenza, non apparenza.

Come in tutte le cose, anche nelle città, ci sono aspetti che amiamo. Altri un po’ meno. Ma, è proprio nella mediazione che sta la normalità, ritornando alla frase iniziale.

La nostra mediazione, non quella altrui. Perché la normalità assoluta non esiste, quella relativa ci permette, invece, di incastrare pezzi di un puzzle. Che molto spesso, perdiamo per strada.

Un bacio,

Il Vostro Morel

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