96: Essere


Seduto su uno scalino guardo una donna che passa. Passa senza guardare nessuno. Ha una gonna blu, scarpe bianche alla moda. E una collana comprata con i soldi, che poco prima era andata a ritirare al bancomat.

Incontra le sue amiche. Appare sorridente. Alla mano. La raggiungo. Perché tra le sue amiche c’è una che conosco e che non rivedevo da tempo. La voglio conoscere.

Ci parlo. Mi parla solo di apparenza. E ci sta. Perché viviamo in superficie. In un luogo dove io sono quello che sembro. Dove io sono maschera di me stesso. 

Stufo a causa della conversazione, torno allo scalino, guardando le amiche che discutono. Continuano a farlo per tutto il giorno, e anche l’indomani. Rimango ad osservarle. Non cambia niente. 

Cambiano i vestiti, le acconciature, i formalismi. I rossetti, gli anelli e gli occhiali da sole. Cambiano le amiche, ma lei resta lì. La donna con la gonna blu ha paura di non riuscire a incastrare i suoi tempi. E rimane a parlare…anche di notte. Rimane sola perché ha paura di guardarsi allo specchio e dire a se stessa che qualcosa non va. 
Buona serata,

Em@ 

85: Un po’ di me #10

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Experiencia, Chieti, ieri

7 giugno

Buenas,

una volta mi è capitato di lavorare per una parrucchiera. Non facevo i capelli, né mi occupavo di make up. Facevo il receptionist in questo centro, che era provvisto di sauna, sala massaggi, solarium, estetiste, e naturalmente parrucchieri.

E io, insieme a una mia amica (che mi disse di mandare il curriculum) facevamo sti cazzo di receptionist. Ma, in realtà eravamo dei servi. Infatti sono durato più o meno due mesi. Poi, mi erano iniziate ad uscire le bolle e il medico mi disse che era causa dello stress.

Comunque, quando lavoravo lì ero come l’assistente del “Diavolo veste Prada”.

Svolgevo le mansioni da receptionist: accoglienza della clientela, sempre sorridente; dovevo rimettere i giornali in ordine, dovevo pulire l’ingresso, le postazioni del solarium e il cesso; dovevo avere un contatto diretto con gli occhi dei parrucchieri, che a seconda di come mi guardavano, dovevo capire se far entrare o no la signora, in sala d’attesa, che sfogliava una rivista di glamour; quando la signora entrava, dovevo chiederle sempre gentilmente se aveva la necessità di prendere un caffè o qualsiasi altra bevanda e se voleva continuare a leggere la colta rivista posta all’entrata. Tutto questo diretto dalla fantastica titolare, e anche simpatica, che rinchiusa nella sua stanza controllava la situation, attraverso lo schermo del suo computer dove apparivano le telecamere di tutto il negozio.

Quando la signora col capello rifatto usciva, dovevi farla pagare e farle i complimenti per il lavoro svolto dai fantastici parrucchieri. Anche se la signora aveva un pelo in testa dovevi dirle farsi tipo: Signora, così sta veramente bene!; Signora, che bel taglio! Vedrà che quando tornerà a casa tutti le faranno i complimenti!; Signora, questo taglio dà risalto ai suoi occhi! E ora che la guardo, le posso dire: “Che occhi!”.

Svolgevo le mansioni di addetto stampa: la titolare, senza nome (per privacy), comprava costumi su internet e molti dei quali non erano di suo gusto. Quindi, il sottoscritto, doveva scrivere mail alle aziende ricche e famose dei costumi, che dovevano essere lette da senza nome (che correggeva le costruzioni delle frasi senza aver scritto mai in vita sua), affinché la merce tornasse indietro.

Oltre alle mail e a telefonate alle case di moda, all’epoca senza nome aveva appena aperto il suo account Facebook. Lei sceglieva in maniera accurata le foto da mettere sul suo profilo e, ogni volta che riceveva un mi piace, dovevo andare nel suo studio (o mentre tagliava i capelli) e renderle nota chi era la persona che le aveva messo mi piace. Se riceveva un commento, e lei era al reparto taglio, dovevo telefonarle. Aveva il cellulare accanto alla postazione del cliente e diceva al povero sfortunato che era una telefonata importante. Si spostava un attimo e mi parlava come se stesse parlando al Papa. Se era un suo amico bono, che commentava, lasciava la postazione e veniva direttamente a rispondere, perché doveva capire come le parole si susseguivano. E se c’erano faccine o punti esclamativi.

Oltre alle mansioni precedentemente citate, e a quelle di contabile, ricercatore di bollette, di professore di prezzi delle varie manicure (manicure semplice, manicure con curativo, etc), catalogatore di trucchi e rossetti, dovevo gestire la clientela che aveva appuntamento con il dottor Sxxxos (non posso svelare il nome), mago dei tarocchi. Ebbene sì, aveva anche questo dottore, oltre al nutrizionista, dietista e preparatore atletico.

Non vado oltre, perché finisce il tempo a disposizione.

Comunque, è stata una bella esperienza che è durata il tempo giusto. Ma, con il senno di poi la trovo molto divertente. Tutto quello citato, è vero! Speriamo che non mi legga senza nome! Ma, credo di no. Lei preferisce blog di costumi! 😉

Vi lascio, con la parola del giorno che è Esperienza.

L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione. (Oscar Wilde)

Pedro dorme, Luca vede la tv, e io vi mando un saluto.

Notte,

Em@

61: #vitareale2

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Villa di Chieti

Forse sarà il tempo che non riesce a capirsi, forse saranno le mie cose che non ho, ma in questo periodo sono abbastanza vuoto. Mi spiego: la monotonia mi piace. La preferisco alle giornate di analisi, lauree e matrimoni. Ma, a volte questo essere grigio chiamato Monotono mi stufa. E non mi permette di concentrarmi, rilassarmi e fare altro. Quindi, mi porta in balia di uno stato di pensieri che non riesco a definire. Quindi, sto quasi di merda. Perché di merda stanno coloro che hanno problemi seri. E non io.

Comunque, dopo essere uscito dallo studio e aver portato a spasso il cane, mi sono fatto un giro in centro. Abito in centro storico e questo mi piace. Perché ci sono giornate da punto interrogativo, come oggi, in cui ho la libertà di uscire (senza prendere macchina o autobus) e di camminare perdendomi tra vetrine e palazzi storici. Amo le case che sanno di storia. Chieti è piena di palazzi signorili, pieni di cortili interni che sono la fine del mondo! Qualche volta mi intrufolo in un palazzo e posto foto!

Ritornando alla camminata. Amo camminare quando sto quasi di merda. Perché  nella camminata ritrovo quella carica persa in precedenza. Mi piace guardare la gente, anche se a volte rischio il pestaggio. Mi piace guardarla perché è come se respirarassi la loro linfa vitale e ne prendessi una parte.

Chi ho visto? Ragazzini super boni che andavano a scuola calcio, mamme che litigavano come al solito con le figlie, due ragazze travestite da Emma e Alessandra Amoroso, un ragazzo super super bono che pensavo mi guardasse, ma in realtà dietro di me c’era la ragazza.
Poi, ho visto la commessa del mio fruttivendolo che si è licenziata. E ora si apre un negozio in proprio. Ho visto il commesso alto e muscoloso di un altro negozio, che ora non lavora più in quel negozio. Per mia sfortuna!
Ho visto una mamma che ha dato della zingara alla figlia per via dei capelli disfatti, del grembiulino aperto e le scarpe slacciate. Poi ho visto tanta altra gente. Che non sto qui a elencare.

Infine, ma non infine, ho visto un clown. E la persona che si nascondeva dietro. Anche se non sono riuscito a decifrarla  bene. E ho amato entrambi. Perché io sono come un clown. Ho varie personalità, che a volte combaciano. A volte, differiscono. Ma, ci sono. Altrimenti non potrei scrivere storie e inventare situazioni.

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Io

Ciao e buona serata.

Stasera patate al forno!
E Pedro riso con carne macinata (porcellino!)

Em@

40: Anna

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Quasi nero, aprile 2016

Anna. Una parola così comune, anche se è un nome proprio. Un nome che mi fa pensare alla mia amica ottantenne. Non ho solo amiche anziane, ma in loro ritrovo una calma paradossale, paradossalmente positiva.

Anna aveva un negozio in centro storico. Prima in una via quasi centrale. Aveva un negozio di abbigliamento per bambini, un’attività ereditata dal padre. Vendeva di tutto e quando non riusciva a trovare i fiocchi per le sue clienti, prendeva i ferri e li creava lei.

Lei che vive sola in una casa bianca, dove la solitudine è solo un miraggio lontano.

Lei che vive vicino ad una sua amica, sua coetanea, con la quale condivide conversazioni telefoniche. Risate e piatti estremamente dietetici.

Lei che va in palestra tutti i lunedì alle nove. Quest’anno ha cambiato. Ha preferito una palestra che non costa molto.

Lei che d’estate, con il caldo, ti saluta con un sorriso a 360 gradi. Come se la calura estiva non esistesse. Come se non esistessero le lamentele, i pensieri negativi.

Lei che veste come una rosa rosa. Lo smalto rosa, la sciarpa rosa, il rossetto rosa.

Lei che mi ricorda mia nonna, che ora non c’è più. Mi ricorda quella pazzia genuina che rimane impressa, ancora oggi, nella mia mente.

Anna aveva un negozio in centro storico. Amava il suo lavoro, la voglia di dare. Di condividere.

Anna, una parola così comune. Un nome proprio che non conosce Dicembre, il vuoto, il nero dell’ombra.

Buon lunedì e buona serata,

Em@

Musica di Sottofondo: