Otto lunghi giorni

Buen@s,

anche oggi il caldo è sulla bocca di tutti. Mentre, bambini pestiferi tornano a casa, accompagnati da nonne premurose.

Girovagando per il centro, questa mattina, tra un impegno ed un altro, mi sono imbattuto in questo edificio. Non curato, né tenuto bene. Ma, storicamente importante per aver ospitato per otto giorni, Mafalda di Savoia, principessa italiana, moglie di Filippo d’Assia, figlia di Vittorio Emanuele III.

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Otto lunghi giorni, in cui Mafalda si sarà sicuramente affacciata alla finestra, forse di notte, per non essere disturbata. E avrà pensato ai suoi figli, che si trovavano a Roma, ospiti del Vaticano, poiché tra Italia e Germania le cose non andavano come dovevano andare.

Otto lunghi giorni in cui, forse, pensava al marito, che non sentiva da un po’. Un marito non presente, per via di ruoli politici. Un marito che l’ha sicuramente trascurata per molto tempo. Come donna, come essere umano.

Mafalda, come una di noi. Terribilmente fragile, fragile e forte.

La immagino, mentre guarda fuori. Forse il cielo, le stelle. Non pensando sicuramente al suo destino crudele: morire dissanguata un anno dopo, nel campo di concentramento di Buchenwald.

Mil besos,

Em@

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LUNEDÌ DI PIOGGIA ⛆⛆⛆

Buen@s,

mi sembra strano scrivere sul portatile, che avevo appositamente messo nella lista di oggetti da buttare. Mi ero stufato e avevo voglia di cambiare. Cambiare soprattutto perché non funzionava e si bloccava.

Oggi, accendendolo per caso, senza dare peso alla riuscita, ho scoperto che il mio caro computer aveva ripreso a camminare. Sempre in maniera limitata, questo sì. Ma, lasciandomi in pace, mentre scrivo queste parole.

Parole che escono, mentre fuori piove. E la giornata non è partita molto bene.

Ho litigato con Luca in macchina. Poi, come i film, sono sceso perché non volevo ascoltare sempre le solite frasi e i soliti pensieri ed ho preso l’autobus, immergendomi in una temperatura di 30 gradi, tra persone non molto pulite ed odori non piacevoli, che venivano offuscati dalla temperatura estiva.

In autobus, mi sono girato intorno ed ho visto i visi. Visi diversi, di cui non conosco la storia. Visi diversi che hanno sicuramente molto da raccontare. Dire.

Siamo passati anche per Ikea e macchine riempivano i parcheggi. Non è una cosa strana, ma oggi è un giorno lavorativo. E c’era comunque tanta gente.

Vi lascio con una recensione di un libro, che ho finito di leggere l’altro ieri. In questi mesi, vorrei leggere molto ed approfondire. Conoscere. 

Ora, dopo qualche minuto dall’inizio del post, scrivo con il cellulare. Il portatile ha interrotto la sua corsa. Forse è ora che me ne compra uno nuovo. Economico. Tanto mi serve solo per scrivere. 

Vi metto la recensione di seguito:

“La bambina e il sognatore” è un bel libro: una sorta di giallo, stile “Chi l’ha visto?”, dove il protagonista, Nani Sapienza, indaga sulla scomparsa di una bambina.

Nani Sapienza è un sognatore, un maestro che rompe le regole, che regala ai suoi alunni storie ed insegnamenti, che tutti dovremmo ascoltare. È una persona sola, che dopo la morte della figlia Martina e l’allontanamento della moglie Anita, si ritrova in una casa grande, tra libri e vuoti emozionali.

Nani è testardo. Vuole sapere a tutti i costi che fine ha fatto, Lucia Treggiani, figlia di un camionista e di una cucitrice di vestiti da sposa.

Nani è riflessivo. Porta il lettore a riflettere su esperienze di vita, che molto spesso non vediamo.  O facciamo fatica a percepire. 

Di questo libro ho amato: la scrittura semplice e profonda, la sensibilità femminile dell’autrice che viene fuori spesso, il mettersi in discussione del protagonista sempre. E comunque.

Della Maraini, amo la sua capacità di regalarci sempre qualcosa di nuovo. 

Quel qualcosa di nuovo, che viene raccontato senza orpelli e giochi di parole. Quel qualcosa di nuovo, che nasce da una ricerca approfondita e studio costante.

Amo la Maraini perché i suoi libri non sono mai uguali. Non sono mai scontati, né banali.

Amo la Maraini perché in ogni cosa che racconta, la verità viene sempre fuori. 
Grazie a tutti per l’attenzione.

Mil besos,

Em@💘

27 settembre: E ora non so che fare.


Buen@s, 

Ho camminato per mesi. Girato posti. Visto ruscelli ed erba sempreverde.
Ho amato senza definizione quattro ragazzi. Non insieme. Uno dopo l’altro.
Ho letto molto, scoperto posti esotici. Monumenti d’incanto. Silenzi che non conoscevo. Mai percepiti.
Ho fatto l’amore in spiaggia, al cinema e al parcheggio del supermercato.
Ho detto ciao, mentre ero in macchina, a sconosciuti. Che stupefatti si chiedevano chi fossi.
Ho assaporato cucine. Gusti nuovi. Gusti che conoscevo, ma completamente diversi.
Non mi sono mai fermato.
Ho sempre reagito ed agito.
E ora che mi trovo davanti alla porta della mia casa di sempre, non riesco a controllare l’equilibrio che mi sono costruito.

Sono fuggito. 

E ora che sono tornato, non so che fare.

Mil besos,

Em@

134: 13 settembre (Un nuovo inizio)

Buen@s, 

Sono alla fermata dell’autobus. In una Roma in movimento.

Gli studenti sono già tornati, le mamme assillano i figli già con i compiti. E’ solo il primo giorno di scuola.

La fermata non è molto accogliente. Non c’è un posto dove sedersi.

Mi siedo su uno scalino. Affianco a me, c’è una rumena che litiga in rumeno con il suo fidanzato. E’ un litigio non da poco. Lei piange disperata, le lacrime continuano a riempire un viso oramai stanco.

Forse non è la prima volta che litiga. Forse è un circolo vizioso dal quale non sa uscire.

Anche io, qualche tempo fa, ero innamorato di un ragazzo. Preso. Infatuato. Vedevo solo lui, pendevo dalle sue labbra. Lui mi tradiva, mi faceva soffrire. Ma, puntualmente ci tornavo. Come un cane bastonato. Ferito.

La rumena continua ad urlare. Tutti si girano. Io faccio finta di niente.

Continuo a leggere un libro, che avevo appena iniziato la mattina. Faccio finta di leggerlo.

La rumena urla per l’ultima volta. Come ha urlato Bruna, il cagnolino di mia zia, prima di morire. Un urlo pieno di ferite, laceranti. Ferite che ci indirizzano verso due strade: vivere o morire.

Bruna, purtroppo, è morta. Aveva un tumore.

La rumena ha scelto di vivere. Di mettere un punto a una relazione, senza fine. Una relazione che iniziava, finiva, ed iniziava nuovamente.

Ho preso l’autobus. In lontananza, la rumena piange lacrime, come non mai. Lacrime che fortificano, perché ha capito che, a volte, si deve scegliere. Mettere un punto.

E riniziare.

Mil besos, 

Em@

127: 6 settembre

Buenas, 

oggi vi lascio con una breve storia.

NUVOLE BIANCHE

Ci sono delle nuvole bianche. Vagano, senza fermarsi. Prendono direzioni, strade. Diverse. Diverse da quello che eravamo un tempo. Un tempo in cui ci scambiavamo baci per strada, sotto la finestra di tua nonna. All’angolo di un bar, nei pressi di una fermata. Su un prato. Fiorito, autunnale, arido,secco.

Nuvole che ci hanno accompagnato nel pensare al nostro futuro. Mentre in un bar, facevamo una lista di nomi. Nomi da dare ai nostri figli. Tu dicevi sempre: “Se sarà femmina la chiamerò Chiara, se sarà maschio Antonio”. E io ti dicevo che Antonio era un nome antico. E tu difendevi questo nome perché tuo nonno ci si chiamava.

Le nuvole bianche, sono state con te quando ti sei diplomata. Quel giorno di luglio sembrava che dovesse piovere. Ma, così non è stato. Sei entrata in quell’aula calda, piena di sudore e ventagli. Eri emozionata. Tesa. Era un giorno importante. Ma, sei stata capace di renderlo più importante. Con la tua brillante interrogazione e i complimenti dei professori. Tu, timida e insicura. Tu, che in un attimo sei diventata una leonessa. Capace di domare tutte le tue prede.

Quelle nuvole bianche, lente, senza definizione, ci sono state anche il giorno del tuo addio. Quando sei andata a studiare fuori, e mi hai detto che ci saremmo sentiti. Ma, nella tua testa già mi avevi cancellato. Cancellato per sempre. Ho provato a chiamarti, a scriverti delle lettere, ma nessuna risposta. Nessun consenso o assenso.

Da quel giorno, in stazione, non ho visto più il tuo sguardo. Quello sincero, profondo, vero.

Ora, seduto ai bordi di un anfiteatro vuoto, guardo il cielo. Ci sono delle nuvole bianche, delineate. Nuvole che si muovono, non velocemente. Sono lì a un passo da me, e io non posso toccarle.

Non posso toccare con mano ciò che eravamo. E non siamo più.

Mil besos,

Em@

 

112: Mentre qualcuno passeggia…

Il diario (2)

Qualcuno passeggia.

Città che fa tardi la sera. Sono quasi le dieci. Ed i negozi sono ancora aperti. Siamo in un posto di mare.

Passeggi anche tu. E ti immetti in quelle vie senza uscita. Che sanno di nascosto, intimo. Di mistero, paura.

Al terzo piano una leggera luce contrasta con le finestre scure degli altri appartamenti.

Quella luce leggera significa qualcosa. Forse significa che qualcuno sta facendo sesso, forse sesso con amore.

Che ti permette di sfiorare e sentire la presenza, il vigore. Che ti permette di guardare negli occhi, senza parlare. Di capire, senza discorsi che non hanno mai una soluzione. Discorsi psicologici che non hanno mai un fine. Una fine.

Le coperte sgualcite, che sanno di corpi che si intersecano. Che sudano, godono, riposano. Le coperte sgualcite hanno una missione: preservare quell’attimo. Quegli attimi.

Continui a guardare quella finestra per qualche minuto.

Tutto rimane in silenzio. Silenzio assordante, o consenziente. Silenzio che scalda cuori che non hanno bisogno, forse, di parole. Di consensi forzati.

Esci da quella via senza uscita. Qualcuno continua a passeggiare.

Le luci delle case degli altri stimolano visioni reali. Forse irreali.

Visioni che accadono, in un posto vicino o lontano.

Visioni quasi sempre nascoste che hanno bisogno di una fioca luce per essere vissute.

Mentre, qualcuno passeggia. E continua a passeggiare. E continua a farlo para siempre.

Em@

 

111: Roma, al calar del buio

Il diario

Ileana entra in casa. Si dirige verso la camera di Pasqualino, senza perlustrare gli altri luoghi dell’abitazione.

Faccio un sospiro di sollievo, quando sento sbattere la porta. E la sento uscire. E mi chiedo cosa cercava nella camera di Pascal.

Mi alzo e mi dirigo verso la camera. Nella camera tutto sembra in ordine. E’ in ordine. Forse avrà preso qualcosa che stava sul comò? All’interno di qualche cassetto? Forse un profilattico. Ma, come fa a sapere che ci sono i profilattici nel comodino vicino al letto? Apro il comodino, la scatola è lì, ancora con la plastica. Quindi niente.

Mi siedo sul letto di questa camera anonima. Camera senza quadri, né fotografie. Senza ricordi.

Non ho mai voluto indagare sulla vita di Pascal, sulla sua mania d’ossessione. Di tenere tutto pulito, in ordine. Disprezza qualsiasi forma di colore. Il colore, quella parte di noi che ci rende vivi. Quella parte di noi che ci fa apprezzare un paesaggio primaverile, un mare dopo la tempesta.

Troppo romanticismo, lo so.

Ma, dalla morte di mia nonna ho sviluppato un tipo di sensibilità “troppo sensibile”, forse fuori dal comune. Forse normale, che appartiene un po’ a tutti. E che molte volte cerchiamo di rinchiudere in un cassetto, pieno di emozioni.

Il telefono inizia a suonare, esco dalla camera. E’ Pascal.

– Ciao Pascal!

– Biscottino come stai? Che fai?

– Niente, vedo la tv (non dico nulla sull’accaduto)

– Tra circa due ore torno. Ti ho portato un regalo! Sei curiosa di sapere cos’è?

– Lo sai che non amo le sorprese – gli dico. In realtà, le amo. E vorrei sapere di cosa si tratta.

Ma, la storia di Ileana, mi ha turbato. E ancora mi riprendo. Che tipo di rapporto c’è tra Pascal e questa ragazza, deduco slava, di nome Ileana?

Prendo il libro dalla borsa, Ecce homo di Nietzsche. Una lettura, che capisco a malapena. Ma, questa frase che cito di seguito, sembra fatta a pennello per me: “Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta…

Chiudo le luci di casa. Esco.

Sto nei pressi della stazione Trastevere. Mi dirigo su viale Marconi.

Sono le 8. 30, circa. Forse più le 9. I negozi stanno chiudendo. E’ settembre.

Gli universitari sono appena tornati dai nidi familiari. Alcuni di loro li vedo con valige stracolme di cibo, viveri.

Due ragazzi maschi si danno un bacio immenso. Forse non si rivedono da mesi. Forse il loro amore è ancora vivo.

Prendo il 170 e mi dirigo a Piazza Venezia, lasciandomi trasportare da un conducente piuttosto bello, da pensieri che ancora non trovano una soluzione.

Mentre fuori dal finestrino, Roma si riempie di bellezza. Bellezza autentica che aumenta al calar del buio.

Chiar@