Corpi nudi al sole.

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Edward Hopper – Second Story Sunlight, 1960 (immagine presa dal web)

Buen@s,

l’estate avanza. E io torno.
L’estate per me è direttamente proporzionale alle emozioni. Sia se si va al mare. Sia se si sta a casa. Nel primo caso, il contatto con le fisicità predispone la conoscenza. Emotiva, non lo so. Ma, coinvolgente sì. Nel secondo caso, il caldo ti rinchiude in casa. Almeno nelle prime ore del pomeriggio. E che fai? Leggo generalmente. E mi perdo, conseguentemente, nelle emozioni altrui. Mentre, nell’altra camera, Pedro e Bianca (per chi non lo sapesse, sono i miei due cagnolini) dormono. Dormono e litigano. Poi si fanno un po’ di coccole. E infine attendono Luca, che li tratta come figli. E continuano a dormire insieme nel suo lettone. Loro lettone.
Ritornando alle emozioni, le nudità estive (visibili anche da pantaloncini stretti in alcuni punti e magliette evidenti) portano a una sorta di avvicinamento. Avvicinamento e sguardo, che stuzzicano la tragressione. Trasgressione intesa nel senso piu’ semplice della parola. Non nel senso porno, che mi provoca piacere fino a un certo punto.
Amo la tragressione, presente in sguardi complici, in gesti semplici. In parole dette e non dette, in sottintesi che evidenziano frasi lasciate a metà.
Ci sentiamo domani,
sperando di essere piu’ attivo.

Mil besos,
Em@

 

Luce che entra

Quella mattina si è alzato senza dire nulla a nessuno. Uscito con la fretta di chi non apprezza nulla. Nemmeno la colazione sul tavolo preparata da qualcuno che ama. Lo ama.  Ha vagato per vie centrali senza meta. Direzione. Ha vagato per strade sconosciute aspettando qualcosa. Non trovando nulla. Illuminato per un attimo da una luce solare, si è sentito importante. Capito. Si è sentito accettato, amato, osannato, rinvigorito. Quando ha calpestato l’ombra è di nuovo sceso negli inferi dei suoi mostri. Ha vagato ancora, cercando quella luce. Una luce ora scomparsa, impercettibile. Una luce che forse un giorno incontrerà di nuovo. Forse mentre fa colazione ed apprezza un succo d’arancia colmo. E un panino del giorno prima con la marmellata comprata dal fruttivendolo. l

104: SonoChiara

Il diario

Sono sul treno che mi porta a casa. Sola, anzi un mezzo ubriaco mi si è messo davanti. E cerca di dirmi qualcosa. Non lo ascolto. E poi perché dovrei ascoltarlo? Non sono una psicologa, né una psichiatra. Non analizzo nessuno, chiaro! Mi hanno sempre considerata l’amica che capisce, ascolta, che c’è sempre quando si piange. Quando si ride, dopo aver pianto. Mi sono rotta il cazzo di essere l’analista della situazione. Ci sono tanti professionisti che fanno bene il loro lavoro.

E poi perché dovrei farlo io? Io che sono una mezza disoccupata, senza un lavoro fisso, una vita sociale, una definizione sociale. Io che modestamente capisco più degli altri, mi ritrovo vittima di un sistema che ha orari, concetti prestabiliti, leggi. Leggi che ripetutamente leggo e non capisco mai di cosa parlino. Bah.

Questo ubriaco, che trovo anche carino, cerca di dirmi qualcosa. E io non voglio ascoltarlo. Non voglio sentire pure la sua vita, i suoi problemi, l’alcol. La moglie incinta disoccupata, il bambino con un handicap, la mamma malata da tempo.

Mi soffermo sulle pagine bianche del mio diario. Pagine bianche che fino a ieri non ho toccato. Ora voglio riempirle, voglio darmi una possibilità. Voglio dire a tutti chi sono io. Anche se sinceramente già lo so. Non mi serve il consenso altrui. Ma, per vivere serve esistere e non rinchiudersi in una campana di vetro, dove vorrei essere diventa un mantra.

Voglio gridare al mondo, che ho tutte le possibilità per essere una vincente. Una donna che può essere soddisfatta. Deve esserlo! Per forza.

L’ubriaco scende alla mia fermata, mi segue. Corro, lui non riesce a reggere il mio ritmo. Ridimensiono il passo, pericolo scampato. Continuo a camminare, verso casa. Casa di lui, che oggi non c’è.

Davanti al portone mi ritrovo l’ubriaco. Che cerca di dirmi qualcosa.

Chiar@

102: luglio

 


Luglio odi et amo.
Odio la calma. Il sole cocente. La gente entusiasta, che si conosce in mare. E poi subito dopo si dice male dietro.
Odio il senso di vertigine in luoghi affollati. Luoghi di foschia estiva dove nessuno si conosce. E condivide qualcosa.
Amo il cielo senza nuvole. Il bambino con il gelato contento e la mamma un po’ meno. L’ euforia degli innamorati che tra panchine sconosciute si scambiano per la prima volta lingue. Lingue inesperte che sanno di nuovo. Autentico.
Luglio sei quasi al termine e io ti dico ciao. Non addio come l’anno scorso.

Beso.

Em@

101: Un po’ di me #18

Buenas,
Pedro seduto sulla sua sedia, mi guarda. Mi guarda perché vuole fare pace. Ha trovato un rotolo di carta igienica, che ho dimenticato di raccogliere, e ha riempito la casa di carta. Carta che ho ritrovato ovunque. Sul letto, cucina, sala.


La carta e le sue funzionalità.

Serviva per scrivere. Fino a qualche tempo fa. Ora tutti preferiamo il computer e dimentichiamo di quanto era bello colorare il quaderno, tenerlo in ordine. Personalizzarlo. A volte, anche in modo esagerato. Ma, era nostro. Ci rappresentava, rendeva unici.📑📓📕

La carta del libro, invece, la associo sempre al suo odore. Odore di libro, antico, di qualcosa che non è commerciale.
Infatti, preferisco prendere i libri nei mercatini, perché è proprio lì che trovo titoli diversi. Titoli che non riuscirei a trovare in una libreria dove il Bestseller del momento è padrone della scena.
Nel pomeriggio, ho comprato tre libri in un mercatino di vestiti, libri e mobili usati.

Ho preso Maggie Cassidy di Kerouac, Gente di Dublino di Joyce, Il lacchè e la puttana di Nina Berberova. Quando li leggerò vi dirò se mi sono piaciuti.

Ora vi lascio! Pedro è appena venuto e ha cercato di fare pace. Gli ho detto di andarsene. E aspetterò ancora un po’ prima di perdonarlo.


Buona serata a tutti,

Em@

98: Un po’ di me #16

 

hoy

 

Buenas,

l’altro ieri ho scritto un post sulle case abbandonate. Case che amo, non perché vorrei viverci. Le amo perché mi danno un senso di distacco dalla realtà. Non depressione, intendiamoci. Ma, distacco.

Il distacco che mi permette di riposare e tornare alla realtà di tutti i giorni, di poter fare le cose che amo, di uscire tranquillamente con il cane e fare una passeggiata, senza il pensiero di dover alzarmi la mattina e rinchiudermi in una scuola calda, dove persone con egocentriche personalità dialogano, quasi sempre, senza capirsi.

Vi avevo detto circa un mese fa dell’esperienza che avrei fatto, come commissario esterno degli esami di stato. Ebbene è stata un’esperienza bella, che avrei dovuto raccontarvi. Ma, il tempo non me lo ha permesso. Il tempo è stato talmente veloce, che tornavo a casa, mangiavo e riposavo. Per stare non dico in forma, ma quasi, il giorno successivo.

Quel tempo veloce, mi ha scioccato però. Non essendo abituato a ritmi e a situazioni che non mi appartenevano. Arrivato alla fine, ovvero ieri, ci mancava poco che mi venisse un collasso.

Oggi, sto di nuovo qui, scrivendo. E mi sono reso conto che scrivere mi dà tanto. Mi permette di andare oltre il tempo e lo spazio e di focalizzarmi su vicende che non ho mai vissuto. E che forse, in futuro non vivrò.

Qui, oggi fa caldo. Temperature superano i 35 gradi. Sono tornato in studio, e qui si sta freschi. Per fortuna. I palazzi antichi isolano dal caldo. Wow.

Pedro sta a casa. Ora riposa! I giorni che non ci sono stato, ogni volta che uscivo, piangeva come un umano. Ha mangiato di meno e ha avuto anche un’infiammazione all’occhio. Pobrecito! Ora che sono a casa, è tornato quello di sempre: allegro, coccolone e rompicoglions!

Vi lascio con questa frase di Oscar Wilde, che mi piace tanto:

Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.
(Oscar Wilde)

 

Buon pomeriggio caliente,

Em@