37: Scie di presenza

IMG_20160330_180800_resized
Venerdì Santo, Marzo 2016

 

Conoscevo di vista una ragazza che scriveva un diario. Parole decoravano la sua elegante agenda. Tutti i giorni andava nello stesso bar, si accomodava nella postazione accanto alla vetrina. Tutti i giorni, con il vento, la pioggia, il caldo, era lì. Il suo appuntamento fisso, la sua dolce dimora. Il luogo per eccellenza in cui le parole dette a caso si trasformavano in testi sensati. Sensati per lei.

Ogni volta che passavo e la vedevo in quel bar, la sua immagine mi metteva in soggezione. Ero timido. Lei no. Era sicura delle sue parole, di ciò che scriveva. Diceva. Anche se non ho mai letto nulla. Era sicura, perché la scrittura la rendeva tale. Era brutta, ma appariva bella. Era simpatica. Lo sembrava. A volte, leggeva e rideva. E segnava tutto nella sua agenda elegante. Era diversa. Diversamente interessante.

Un giorno di fine marzo non la vidi più. Non vidi più i suoi occhi smarriti, la sua sicurezza. Il suo sguardo perso nel vuoto, la voglia di farcela. Nonostante tutto. Non ho visto più la valigia piena di scartoffie, le sue matite ansiosamente appuntite. Non ho visto più la sua presenza.

Ora, ogni volta che passo, ritrovo la sua scia. E ripenso a quello che è stato. A quello che pensavo ogni volta che passavo per quel bar, in pieno centro storico. Ripenso a quella presenza fissa a cui non davo importanza. Che a volte prendevo in giro, a volte analizzavo. Ripenso ad un immagine che non c’è più.

Ora, ogni volta che passo, ritrovo la sua scia. Perché ci sono delle persone, situazioni, cose o case che non cessano di esistere quando la presenza diventa assenza. Assenza reale. Realmente percepita.

Buona serata,

Em@

 

 

36: Pedro

IMG_20160329_175635.jpg
Lorenzo Marone, La Tristezza ha il sonno leggero, Longanesi, 16,90 euro.

 

 

Le giornate si sono allungate. Oggi c’è un sole che spacca le pietre, qui in Abruzzo. Pian piano torniamo alla quotidianità di sempre e recuperiamo pensieri, chiusi per qualche giorno in un cassetto.

Durante queste feste, ho mangiato il giusto, ho passeggiato il giusto e sono stato uno zio presente, il giusto. Perché ho avuto la brillante idea di portare dai miei il mio cagnolino (Pedro), che per tre giorni è diventato la mia ombra, il figlio adottivo con la sindrome dell’abbandono.

Durante queste feste, mentre riposavo, con Pedro in braccio, tra le gambe o sul petto, ho finito di leggere un libro che parla di famiglia, rimanendo in tema natalizio-pasquale.

Un libro interessante, scorrevole, profondo. Un romanzo dove le dinamiche di una famiglia non tradizionale rappresentano il fulcro di una narrazione per nulla scontata.

Si parla di famiglia, dunque.

Personalmente credo che la famiglia sia la parte più importante di una persona. La parte essenziale. Credo che se due persone non stanno bene insieme (soprattutto per il bene dei figli) devono separarsi, mantenendo un legame di rispetto reciproco e stima. So che molto spesso non è possibile, ma l’amore per i figli deve diventare quel motore, capace di portare lontano dissidi e dissapori.

La famiglia è quel luogo in cui una persona deve sentirsi libera. Libera di essere chi vuole, libera di poter esprimere la propria opinione, libera di poter agire per un bene comune e individuale.

Credo fermamente nel concetto di famiglia allargata, perché non si deve soffrire per rispettare i canoni della famiglia tradizionale. Credo nella famiglia tradizionale, quando si danno i giusti valori. Credo nella famiglia non tradizionale quando si danno i giusti valori.

Le giornate si sono allungate. Oggi c’era un sole che spaccava le pietre. Vi lascio perché la mia famiglia, più precisamente, il mio cagnolino Pedro mi aspetta per la solita passeggiata.

Buona serata,

Em@

35: Mi emoziono

image
Manoppello, marzo 2016

Amo quei visi soddisfatti. Seriamente. Quelli di uno studente che si è appena laureato. Di una donna che ha appena dato alla luce un bambino. Di un papà che  vede la figlia sposarsi.
In quei visi trovo la verità, la genuina emozione.
Emozionarsi per una cosa. Senza filtri e congetture. Emozionarsi per una cosa realmente sentita.
Ogni volta che torno dai miei, nella mia cameretta, ritrovo quell’emozione.
Ripenso a com’ero. A chi ero. E a cosa pensavo. Ripenso alle passeggiate con la mia amica Manuela, alle ansie di un’imminente interrogazione. Agli amori mai detti e a quelli consumati di nascosto. Ripenso ai periodi no e alla voglia di andare fuori. Uscire anche per poco da una realtà che mi stava un po’ stretta.
Ogni volta che torno dai miei mi emoziono. Guardo il panorama di una campagna apparentemente uguale. Uguale a quello che ero. Diversa da quella che sono.

Buona Pasqua.

Em@.

32: Particolare

IMG_20160323_173143.jpg
Una vista particolare, gennaio 2016

 

Lui mangia una mela. Raro trovare un ragazzo o una ragazza con una mela in mano! Oggi vanno di moda le Red Bull. Ieri le birre.

Comunque, lui mangia una mela seduto su una panchina verde, vicino alla scuola che frequenta. Oggi è uscito prima ed aspetta lei.

Il lui che mangia la mela dà un morso alla volta. Naturalmente. Ma, è calmo, quasi il contrario di un ragazzo di 18 anni. Calmo come le persona calme che vivono la vita senza immergersi nei perché che molte volte uccidono.

E’ ora. Suona la campanella.

Lei esce. Accanto, una sua amica: bella, alta, con il taglio rasato che portava Emma Marrone quando vinse Sanremo.

Lei, niente di che. Carina, occhiali da vista, all’apparenza particolare.

Particolare come un occhio imperfetto, particolare come una giornata estiva nel bel mezzo dell’inverno.

Particolare come indossa quei jeans, quegli occhiali da vista comuni.

Particolare è quel neo evidente spiaccicato su una fronte senza rughe. Una fronte bianca come Biancaneve.

Lui continua a mangiare la mela e guarda lei come se avesse visto Madonna o La Madonna.

Lui la guarda ancora. Lei si avvicina. Lui getta la mela quasi finita. Lei lo bacia. Lui la bacia. Se ne vanno.

Se ne vanno, seguendo un passo particolare. Particolarmente bello.

Buona serata,

Em@

27: Luoghi di Transito

sedia

Andavo spesso a Roma per l’Università. Davo gli esami da non frequentante. Quasi sempre prendevo l’autobus e ovviamente scendevo alla stazione.

La stazione come luogo di transito: un luogo indefinito con un bar, dei bagni, un edicola, un chiosco di panini, chioschi di biglietterie.

Gente diversa con bambini che piangevano, mamme che salutavano, nonne con un’unica stampella che attendevano i figli alla stazione, dopo mesi di villeggiatura a Pescara.

In quel luogo di transito percepivo emozioni irreali e riuscivo ad immedesimarmi nelle realtà altrui. O almeno ci provavo. Sorridevo dopo un incontro tra madre e figlio, mi scendeva una lacrima quando un marito salutava la moglie perché andava lontano per lavoro, ascoltavo storie all’insaputa dei protagonisti, che mi permettevano di riflettere su questioni fino ad allora non considerate.

In quel luogo di transito passavano persone che non avrei più rivisto, realtà mai sperimentate e che sperimentavo in un attimo, sensazioni che si trasformavano in verità perché diventavano verità immediate. E non solo percepite.

I luoghi di transito, come le stazioni e gli aeroporti, sono frangenti di vita che sfuggono alla riflessione duratura e ci fanno per un attimo essere come personaggi di libri.

Buona serata,

Em@

26: Perdersi

perdersi

 

Perdersi è immergersi in quello che siamo. Che forse saremo!

Perdersi presuppone un lasciarsi andare. Togliere quei freni inibitori che ostacolano il cammino dei nostri pensieri.

Perdersi in una strada che non porta ad una meta può essere angosciante. Ma, nello stesso tempo motivante. Un motivo in più per conoscere, scoprire.

Perdersi negli occhi di colui o colei che amiamo è un continuo tormento. Tormento positivo o negativo. Tormento pieno di turbamento, gioia, eccitazione. Un Amore con la A maiuscola che non lascia scampo.

Perdersi per poi ritrovarsi non sempre è una sconfitta. Ci si ritrova forse più maturi, meno scontati, più accomodanti. Come due amici che non si sono visti più da tempo per un motivo futile e che si incontrano per caso in un bar di un autogrill. Due amici che si sono perdonati con un sorriso sentito ed un ciao di circostanza.

Perdersi non è necessariamente un vuoto metafisico. Forse è un modo per capire chi siamo, e chi forse saremo.

Perdersi, in un giorno piovoso di marzo, è il miglior modo per capire che c’è sempre una via d’uscita ed un perdono (forse!).

Buon@ serata,

Em@