5 ottobre: Mi fai schifo!!!

Ci sono persone che mi insultano. Senza un perché. Pensano di essere grandi, superiori. Di travalicare il confine, fieri di quello che dicono.

Ho solo diciassette anni. E tutti i giorni, un ragazzo della mia età mi dice: “Mi fai schifo!”

Mentre sputa per terra.

Una terra che diventa più grande, a causa di quello sputo, che risuona nell’aria, più di una parolaccia. Più di uno schiaffo forte o un pugno.

Ogni volta non dico niente, perché non so che fare. Parlarne avrebbe senso. Però non so fino a che punto risolverebbe la situazione.

La cosa che mi sconvolge di più è il consenso degli amici che gli stanno intorno. Non dicono nulla, nemmeno ridono. O coprono, in qualche modo, quelle tre parole che non riesco nemmeno a pronunciare.

E la seconda notte che non dormo, perché ci sono parole che feriscono più di un calcio tra le palle. Di un pugno in pieno viso.

Un pugno che sprofonda nel cuore. Che, a tratti, sembra non battere.

Un pugno che ti toglie il respiro. E ti lascia in apnea per ore, senza essere colpito.

marco

99: Treno

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Foto presa dal web, puglia

Immagini e situazioni sono una mezcla tra fantasia e realtà

Una mattina di luglio. Fuori fa caldo, troppo caldo. Attendo il treno. Ricevo una chiamata. Rispondo. Vado in bagno e litigo. Litigo con lei, che ieri mi ha lasciato. Lasciato solo, a piangere, in una scuola calda, senza insegnanti. Piena di bidelli, che leggono il giornale. A volte, anche libri. Libri comprati in mercatini di piazza.

Esco dal bagno, il treno è partito. Il mio migliore amico non mi ha aspettato. Mi ha lasciato un messaggio su whatsapp: “Prendo il treno, ci vediamo al bar oggi!”

Il treno! Oramai è una abitudine, una parte di me. Da quando cinque anni fa ho iniziato le superiori, lo prendo tutti i giorni. Giorni diversi, a causa del tempo diverso: pioggia, sole, neve (quando nevica!). Giorni diversi, a causa di gente diversa. Gente che si alza presto per andare a lavorare, che va in Ospedale per una visita importante. Che si sposta per fare una piccola gita. Come il bimbo, che ho visto questa mattina, che non vedeva l’ora di scoprire una città nuova e di mangiarsi un gelato in una gelateria nuova, con la sua nonnina, suo esempio. La sua sicurezza.

Sul treno leggo molto. Mi perdo nelle storie, nelle vite altrui. In attimi, che non vivrò mai. In secondi, che non mi apparterranno.

Sul treno osservo molto: il viso di una studentessa, che chiama contenta sua mamma, per aver superato il suo ultimo esame; la coppia che scoppia, che si ama, che si lascia. E poi si bacia nuovamente. Perdendosi in occhi profondi, che non sanno dire di no; la professoressa che corregge i compiti, posa gli occhiali da vista sul sedile, guarda fuori, sorride, riprende gli occhiali, e continua a correggere.

Una mattina di luglio, il 12 luglio, tutto è cambiato. Sono vivo per miracolo. Grazie a una telefonata. Il mio migliore amico è morto, così come sono morte altre persone. Persone come me, come te. Che avevano tanti sogni, progetti da realizzare. Abbracci da donare, baci da dare. Emozioni da vivere…

 

Buona giornata,

Em@

 

89: Tormento

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Bianco e Nero, Trinità - Chieti, l'altro ieri

Questo racconto lo dedico a una persona che conosco. Che ieri ha perso suo marito. Torno domani con il diario!

Katiuscia ora è in tormento. Suo marito le è morto tra le braccia. Braccia ora deboli a causa di una perdita che non si aspettava. Fino a ieri, Giuseppe giocava con i tre figli. Fino a ieri, sorrisi complici si mescolavano a frasi pronunciate con estrema severità.

Katiuscia ora è seduta. La bara è al centro della sala. Parenti le danno baci, abbracci. A volte, sentiti. A, volte no. Parenti si guardano da lontano con occhi lucidi. Anche se molti di loro non si sopportono, oggi fanno finta di condividere questo dolore. Dolore misto a pianto. Pianto che copre il viso di Katiuscia.

Katiuscia non ha un lavoro e ha tre figli. Sì, ha una casa di proprietà, ma come farà a pagare le bollette? Come farà?
Sicuramente le cose cambieranno. E lei, forse, sarà di nuovo quella di ieri. Ma, ora ha un tormento.

Tormento che racchiude rabbia, tristezza, ricordo. Ricordo di un marito dolce, che le dava baci tra coperte sempre pulite. Marito che ha fatto tanti sacrifici per comprare una casa. Una casa di proprietà, tenuta alla perfezione da Katiuscia casalinga. I bimbi sempre in ordine e pettinati. La colazione sempre in orario, alle 7.30, con dolci fatti con estrema cura e impegno. Perché Katiuscia prima di sposarsi non sapeva nemmeno fare il sugo.

Katiuscia, seduta su una sedia, piange. Anche se ci sono persone intorno, Lei, ottimista per natura, ora, ha un tormento. Che non la fa pensare, riflettere, agire. Un tormento che la isola nel suo dolore. Un dolore senza definizione, non circoscritto, immenso. Un dolore che offusca il suo sguardo sempre sorridente. Sempre dolce.

Katiuscia, sola nella sua disperazione, vorrebbe tornare a ieri. A quando suo marito le diceva: “Vai a dormire! Ci pensiamo domani”. Purtroppo, “domani” non c’è stato. E non ci sarà più.

Katiuscia, seduta su una sedia, piange. Piange perché ha un tormento. Che non passerà mai. Sì, diminuirà d’intensità. Ma, non passerà. Mai.

Buona serata,
Em@