Gattino bianco e nero #2

Caro Diario,

oggi sono stanco. Al limite. Ci sono quei giorni che vorresti chiudere a chiave la porta, e mandare a fanculo il mondo.

Ma… non sono depresso, né ansioso.

Sono stanco e vorrei un po’ di calma. Essere compreso. Ma chi ti capisce?

Devi fare due passi indietro, non assolutizzare nulla e calmarti. Kar(l)ma.

Dalla finestra vedo un gatto. Gattino. Bianco e nero. Gioioso e calmo, non pensa a nulla. Sulle scale soggiorna, da mattina a sera. Ora, sotto uno stendino di panni neri, si stira. E’ scappato…poi tornerà.

Torneranno i giorni senza #coronavirus. Prima o poi.

Oggi c’è il sole. Ma, fa freddo.

Vado a prendermi una tisana, ma prima passeggio un po’!

A domani!

Em@

#nerasolitudine

#Nerasolitudine #2

 

Foglie cadono. Spinte dal vento.

Si fermano vicino alla minuscola casa della signora Di Gregorio.

Una signora, con un cane di nome Lucy.

Le foglie si insediano in vasi ben tenuti e sbirciano dalla finestra cosa succede in casa.

Silenzio e solitudine si incontrano in ogni istante. Ma, sono schiacciati dal cane che fa di tutto per tenere impegnata la minuta signora Di Gregorio.

Che ride, sorride e si arrabbia.

Foglie cadono. Spinte dal vento.

Un vento gelido, che non porta una nera solitudine.

 

89: Tormento

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Bianco e Nero, Trinità - Chieti, l'altro ieri

Questo racconto lo dedico a una persona che conosco. Che ieri ha perso suo marito. Torno domani con il diario!

Katiuscia ora è in tormento. Suo marito le è morto tra le braccia. Braccia ora deboli a causa di una perdita che non si aspettava. Fino a ieri, Giuseppe giocava con i tre figli. Fino a ieri, sorrisi complici si mescolavano a frasi pronunciate con estrema severità.

Katiuscia ora è seduta. La bara è al centro della sala. Parenti le danno baci, abbracci. A volte, sentiti. A, volte no. Parenti si guardano da lontano con occhi lucidi. Anche se molti di loro non si sopportono, oggi fanno finta di condividere questo dolore. Dolore misto a pianto. Pianto che copre il viso di Katiuscia.

Katiuscia non ha un lavoro e ha tre figli. Sì, ha una casa di proprietà, ma come farà a pagare le bollette? Come farà?
Sicuramente le cose cambieranno. E lei, forse, sarà di nuovo quella di ieri. Ma, ora ha un tormento.

Tormento che racchiude rabbia, tristezza, ricordo. Ricordo di un marito dolce, che le dava baci tra coperte sempre pulite. Marito che ha fatto tanti sacrifici per comprare una casa. Una casa di proprietà, tenuta alla perfezione da Katiuscia casalinga. I bimbi sempre in ordine e pettinati. La colazione sempre in orario, alle 7.30, con dolci fatti con estrema cura e impegno. Perché Katiuscia prima di sposarsi non sapeva nemmeno fare il sugo.

Katiuscia, seduta su una sedia, piange. Anche se ci sono persone intorno, Lei, ottimista per natura, ora, ha un tormento. Che non la fa pensare, riflettere, agire. Un tormento che la isola nel suo dolore. Un dolore senza definizione, non circoscritto, immenso. Un dolore che offusca il suo sguardo sempre sorridente. Sempre dolce.

Katiuscia, sola nella sua disperazione, vorrebbe tornare a ieri. A quando suo marito le diceva: “Vai a dormire! Ci pensiamo domani”. Purtroppo, “domani” non c’è stato. E non ci sarà più.

Katiuscia, seduta su una sedia, piange. Piange perché ha un tormento. Che non passerà mai. Sì, diminuirà d’intensità. Ma, non passerà. Mai.

Buona serata,
Em@

63: Essere che ti distrugge

oltre nero
Oltrenero, marzo2016

 

A tutte quelle persone che vivono periodi bui nella loro vita

 

Un giorno di luglio, mentre pareti bianche delimitavano la mia casa, fui colpito da un male. Un male che purtroppo si pronuncia, come se si stesse parlando di gelato, o pizza, un male che non è una fantasia o una scusa, un male che colpisce tante persone, come me. Persone ricche, povere, spazzini che girano con la loro divisa arancione. Ma, tu non sai che stanno male. Perché questo Essere che ti distrugge, come lo chiamo io, è invisibile agli occhi degli altri. Per periodi di tempo è una tua ombra, un’ombra che pian piano si impossessa della tua persona, del tuo sorriso, della tua voglia di giocare al parco con tuo figlio.

Questo male, già si era impossessato della mia mente, ma trovavo escamotages per non farlo permeare ancora di più. A volte, compariva quando mi guardavo allo specchio, attraverso dei tic che mi destabilizzavano. A volte, si palesava in un supermercato, mentre famiglie sorridevano e io vedevo dall’esterno il mio corpo, che pian piano iniziava a sudare. Non riuscivo a controllare questo sudore, in un luogo realmente freddo. Ma, correvo fuori, lasciando la spesa a terra, per respirare e cercare una soluzione. E finalmente la trovavo.

Quel giorno di luglio, mentre la mia vicina andava al mare con le figlie, io rientravo a casa. Erano le tre, e tutto sembrava uguale a ieri, a questa mattina. Ma, in realtà non era così. Non mangiai. Mi andai a mettere al letto. Ero stanco. Stanco più del solito. Stanco di vivere.

Dormii fino alla mattina dopo. Dovevo andare a lavoro e non ci andai. Dissi che stavo male. Dissi che avevo la febbre e sarei rientrato tra qualche giorno. Dormii anche quel giorno. Mi alzavo solo per bere. Mangiai solo una mela e pasta in bianco, che avevo preparato la mattina prima e che dovevo mangiare dopo lavoro.

Quel male iniziava a divorarmi. Pensavo di non farcela. Pensavo di morire. Che la scelta più giusta era quella di buttarmi dal balcone. Avevo pensieri strani. Strani come i pazzi psichiatrici che incontri per strada e dicono parole tanto per dire. Ti dicono ciao e poi ti mandano a fanculo.

Dopo mesi ne uscii, grazie alla forza di volontà e l’aiuto. Grazie al mio io che aveva iniziato a essere razionale. A pensare alle piccole cose, agli affetti, al non tutto e subito. Uscii di casa, senza la paura di svenire. Fiero di quello che ero, fiero di avercela fatta.

Solo così si sconfigge quell’Essere che ti distrugge, che non ci mette niente a coprirti con il suo mantello nero e a prendersi con sé. Che ti isola per mesi in case chiuse, tra pareti bianche che sanno di nero. E vuoto.

Buona serata, 

Em@

 

53: Non sono solo colori

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Seduto davanti a un computer, posto su una scrivania di legno, situata in un ufficio di ultima generazione, di una multinazionale parigina, Fabio cerca di concludere il suo lavoro.

Non ci riesce perché da qualche giorno la sua mente vaga.

Ha un compagno con il quale si trova bene, due cagnolini che lo aspettano ed una casa vicino alla linea 12 della metropolitana.

Il suo ufficio è tutto colorato. Per lui i colori sono stati sempre fondamentali, perché riempiono le sue giornate tristi lontano da casa. Lontano dall’Italia.

Le pareti del suo studio sono verdi. Verde pastello, in onore della sua infanzia. Un’infanzia passata in campagna, tra cugini e fratelli. Tra nonne che stendevano lenzuola al sole e mamme che preferivano restare a casa ad accudire i figli.

Un acquario piccolo, con un solo pesce rosso, è posto vicino alla finestra.

Il blu dell’acquario gli ricorda il mare, naturalmente. Le corse libere sulla sabbia che all’ora di pranzo bruciava. La voglia di essere quello che realmente era e che non poteva essere. Forse quel pesce rosso nell’acqua è lui ribelle. Rosso ribelle. Un ribelle passionale, per intenderci.

Poi, c’è un tappeto nero al centro dell’ufficio. Nero orco. Che fa paura. Fabio ha sempre paura, nonostante i risultati ottenuti, nonostante alcuni sogni realizzati. Ha paura che qualcosa di brutto accada. Paura di non farcela e la voglia suicida di controllare tutto. Fino all’esasperazione.

Infine, di fronte alla sua scrivania, c’è un quadro in onore di un suo amico. Un amico di infanzia, che andava a scuola senza matite perché i genitori non avevano soldi.

Mentre i compagni di classe sfoggiavano penne colorate con glitter, matite rigorosamente appuntite, a volte solo per averne altre, il suo amichetto non aveva nulla. Solo una matita rossa e blu, che curava in maniera ossessiva. Che riponeva in un astuccio di plastica vuoto.

Seduto davanti a un computer, posto su una scrivania di legno, situata in un ufficio di ultima generazione, con pareti verde pastello, all’interno del quale ci sono un acquario piccolo con un pesce rosso, un tappeto nero al centro, un quadro intitolato “Non sono solo colori”, Fabio cerca di concludere un lavoro.

Non ci riesce perché da qualche giorno un suo amico d’infanzia, che aveva solo una matita, all’interno di un astuccio di plastica vuoto, gli ha scritto una lettera, nella quale gli ha confessato tutto il suo amore.

Fabio non sa cosa fare, nonostante provi qualcosa.

 

Buon fine settimana,

Em@