E guardo i colori della notte…

autumn moments (6)

Seduto su una poltrona brutta, guardo in alto.
Solo un lampadario che dondola. Forse il terremoto, forse pensieri che vagano.
Non ho più 20 anni, non sono niente per gli altri. Non ho un’identità sociale. Riconosciuta. Osannata. Pubblicizzata. Messa in vista. Ridotta a un pezzo di carta.
Perché così mi ci pulisco il culo! No?
Non sono volgare. Scusate!Ops!
Seduto su una poltrona, oramai disseminata da pipì del cane, mi guardo dentro.
Mi vedo triste, felice, contento, ansioso, ansioso, ansioso, ansioso, a volte a pezzi.
Come pezzi di carta che col vento vengono trasportati altrove.
Dove non conosco nessuno. Dove piccoli agnellini bevono, forse, il latte.
Mi alzo dalla poltrona, guardo fuori e dentro.
Lascio cadere,a terra,tutto ciò che mi attanaglia.
E mi allungo sul letto. Dormo. Mi alzo. Poi esco.
E guardo i colori della notte…

C’è solo la notte che mi fa compagnia

Notte. L’ho vista arrivare. Ecco, arriva. La finestra è aperta. Io, seduto osservo: il giorno, che si sgretola davanti ai miei occhi. Che hanno visto tanto. Oggi.

Ho visto il mio corpo che, nudo, tra coperte sgualcite, si dava a un altro. Passione estrema, senza sentimento. Sentimento dimenticato ai bordi di una strada, per un po’. Sono stato puro istinto. Come due cani. Come due gatti. Come oggetti senza definizione, che si incontrano. Poi sbattono. Ma, non sentono nulla.

Io, invece, ho sentito l’istinto. Una carica animalesca, che mi ha fatto essere libero. Vagare senza un obbiettivo, un appuntamento fisso. Una data. E’ vero le date servono, per il nostro equilibrio. Servono per andare avanti. A volte (come oggi), vorrei dimenticarle.

Ho visto il mio corpo, che si concedeva al sesso di un altro, conosciuto da poco. Conosciuto per caso, in un bar di provincia. Un bar dove vecchi si scambiano carte. Giochi. Consigli quotidiani.

Ho visto il mio corpo spingersi oltre. Oltre le solite convenzioni di due avvocati che si salutano per strada. Ciao come stai? Tutto bene. Punto.

Notte. Ecco, è qui. Guardo immagini di fuori, che pian piano hanno perso la definizione. Una mia amica cerca di chiamarmi. Lui già mi ha dimenticato. Da poco ha lasciato la ragazza. Vuole solo divertirsi. Posso capirlo.

La stanza odora di sesso. Ancora. Il suo corpo ha permeato la mia pelle. Che ho cercato di pulire. L’odore rimane. Forte. Fermo. Fisso.

Fisso la stanza. Lui non c’è. C’è solo la notte che mi fa compagnia.

Tutto finisce

Tutto finisce.
Le voluminose abitudini.
I baci dati piano.
Quelli dati di nascosto.
Le serenate prima del
matrimonio.
I pranzi con gli amici.
Le amiche di palestra a luglio.
Le stagioni senza
veli. E quelle con i piumini
che non ti definiscono.

Tutto finisce.
Il senso delle cose
nascoste.
L’amore per un libro.
L’ultima pagina.
Quello che è stato
e si vuole ricordare.
E che poi si
accantona di
nuovo.

Tutto finisce.
E poi rinizia.
Tranne il
nero, l’urlo
e un vento
che annuncia
pioggia. Poi
temporale.
Ed infine tempesta.

 

Di seguito vi posto, il mio nuovo blog. Continuo a scrivere qui.

Ma, in questo, che vi linko di seguito, parlerò di libri. 

Libri di Emanuele, pensieri e citazioni

 

E la notte che è uguale al giorno.

Uccelli
sugli alberi.
Gridano ancora.
Il caldo
non dà tregua.
Come il loro cantare.
FORTE.

Due cani giocano
con una pallina
sporca.
E una macchina
passa, poi
una moto.
E il rumore…

Io aspetto
al semaforo.
Sono un pedone.
Basta! Dico
tra me e me.
Gioco con
una pietra bianca,
aspettando
l’estate:
il senso
di libertà,
la spiaggia,
il mare.

E la notte che è uguale al giorno.

Il caldo che avanza

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Una moto ferma.
Alberi che attendono. Cosa poi?
Macchine chiuse senza nessuno.
E il caldo…che avanza.

Avanza senza avvertirti.
Ti ingloba in una bolla.
Chiusa o aperta. Comunque calda.

Avanza nelle frasi lasciate a metà
di due ragazzi che sono vicini a te,
e sorseggiano una coca cola fredda e
un caffé bevuto a metà.

Lei vorrebbe concludere la relazione.
Lui non ci sta e
prova a dire qualcosa. Ma, lei lo ferma.
Sempre.
Non ha possibilità.

Lui si alza e va in bagno.
Per stemperare la tensione,
andare lontano per un po’.
Torna.
Lei non c’è. Scomparsa in
una bolla di sapone già scoppiata
da tempo.

Lui si siede.
Mentre il caldo…avanza.
Una moto ferma.
Alberi che attendono. Chi poi?
Macchine chiuse senza nessuno.

Nessuno ascolta il silenzio di Lui.
Mentre il caldo avanza.
E zittisce persino due cani
che abbaiano sempre.

 

#disera ore 19.40

​Ci sono persone che non hanno niente. Non hanno un pasto caldo, una televisione accesa senza interruzione, luci di Natale.

Queste persone fuggono dal proprio paese perché vogliono avere una vita migliore: un lavoro, quasi mai pagato bene; una casa semplice; un telefono per fare dei selfie. Come fanno tutti.
Queste persone, a differenza mia, nostra, hanno il coraggio che io non ho. Che voi non avete. Un coraggio che li porta a prendere barconi e attraversare mari, paesi, piccole cittadine. Posti quasi mai accoglienti.
A Natale cerchiamo di essere più umani. E ad annullare il caos mediatico, causato da persone che per paura non accettano il confronto. L’ unione con la diversità.

28 settembre: quel fiore che aspettavo…

Buen@s,

Ti ricordi quando mi portavi un fiore per il mio compleanno? I miei compleanni?
Cambiavi fiore ogni volta: rosa, margherita, girasole.
Io lo prendevo e lo curavo. Lo mettevo nell’acqua e rimaneva vivo per qualche giorno.
In quei giorni, lo osservavo e mi dicevo: “Che bel pensiero!”
Lo odoravo ed immaginavo di passare una serata con te. Come due persone che si vogliono bene. E che forse si amano.
Quando i giorni fiorenti terminavano, il fiore lo riponevo in un cassetto.
Ora, ti scrivo, mentre osservo questo cassetto pieno di natura morta.
Perché io e te eravamo come quel fiore.
Stavamo insieme due. Tre giorni.
Giorni idilliaci, senza macchia. Giorni di sorrisi e sguardi complici.
Dopo quei giorni, il nostro amore appassiva come quel fiore che mi regalavi.
Perché tu tornavi da tua moglie ed io seduta in poltrona, aspettando una chiamata.


E senza dire mai nulla.


Perché ti amavo e ti amo ancora.

Elsa.


Mil besos,

Em@

118: Un po’ di me #21

Buenas,

stanotte, di nuovo terremoto. Bastardo nemico che mette in discussione le apparenti certezze della nostra vita.

Non voglio fare retorica e ripetere frasi fatte e dette, sempre e comunque, ma il terremoto, come qualsiasi evento naturale o tragico, ci fa comprendere quanto siamo piccoli di fronte a Madre Natura.

Il terremoto ci fa capire che non possiamo controllare tutto. E sta parlando uno che cerca sempre di controllare ogni istante della propria vita, per sentirsi al sicuro. Almeno nel proprio nido.

Come nel terremoto de l’Aquila, mi sono alzato prima e ho sentito tutto in piedi. Come se un sesto mi dicesse: “Alzati!”

E poi ho sentito tutto perché la distanza non è così esagerata! 155 chilometri.

Dopo la scossa, io, Pedro e Luca siamo usciti fuori.

Fuori tutte le persone, in pigiama e impaurite, si facevano delle domande. A cui, naturalmente, non sapevano rispondere. E neanche io!

In quegli attimi, l’aspetto positivo è stata la coesione. Unione.

Persone che non si sono mai scambiate parole, in quei momenti erano unite. E come familiari mettevano in evidenza tutta la spontaneità.

In quei momenti, le barriere quotidiane decadono e l’essere umano esce fuori.

Ho ripreso sonno alle 6.00, con Pedro attaccato. L’ho fatto dormire con me perché aveva paura. Anche se sono contro, solo per il semplice fatto che non riposo bene.

Vi lascio.

Spero che stiate tutti bene.

Un saluto,

Em@

111: Roma, al calar del buio

Il diario

Ileana entra in casa. Si dirige verso la camera di Pasqualino, senza perlustrare gli altri luoghi dell’abitazione.

Faccio un sospiro di sollievo, quando sento sbattere la porta. E la sento uscire. E mi chiedo cosa cercava nella camera di Pascal.

Mi alzo e mi dirigo verso la camera. Nella camera tutto sembra in ordine. E’ in ordine. Forse avrà preso qualcosa che stava sul comò? All’interno di qualche cassetto? Forse un profilattico. Ma, come fa a sapere che ci sono i profilattici nel comodino vicino al letto? Apro il comodino, la scatola è lì, ancora con la plastica. Quindi niente.

Mi siedo sul letto di questa camera anonima. Camera senza quadri, né fotografie. Senza ricordi.

Non ho mai voluto indagare sulla vita di Pascal, sulla sua mania d’ossessione. Di tenere tutto pulito, in ordine. Disprezza qualsiasi forma di colore. Il colore, quella parte di noi che ci rende vivi. Quella parte di noi che ci fa apprezzare un paesaggio primaverile, un mare dopo la tempesta.

Troppo romanticismo, lo so.

Ma, dalla morte di mia nonna ho sviluppato un tipo di sensibilità “troppo sensibile”, forse fuori dal comune. Forse normale, che appartiene un po’ a tutti. E che molte volte cerchiamo di rinchiudere in un cassetto, pieno di emozioni.

Il telefono inizia a suonare, esco dalla camera. E’ Pascal.

– Ciao Pascal!

– Biscottino come stai? Che fai?

– Niente, vedo la tv (non dico nulla sull’accaduto)

– Tra circa due ore torno. Ti ho portato un regalo! Sei curiosa di sapere cos’è?

– Lo sai che non amo le sorprese – gli dico. In realtà, le amo. E vorrei sapere di cosa si tratta.

Ma, la storia di Ileana, mi ha turbato. E ancora mi riprendo. Che tipo di rapporto c’è tra Pascal e questa ragazza, deduco slava, di nome Ileana?

Prendo il libro dalla borsa, Ecce homo di Nietzsche. Una lettura, che capisco a malapena. Ma, questa frase che cito di seguito, sembra fatta a pennello per me: “Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta…

Chiudo le luci di casa. Esco.

Sto nei pressi della stazione Trastevere. Mi dirigo su viale Marconi.

Sono le 8. 30, circa. Forse più le 9. I negozi stanno chiudendo. E’ settembre.

Gli universitari sono appena tornati dai nidi familiari. Alcuni di loro li vedo con valige stracolme di cibo, viveri.

Due ragazzi maschi si danno un bacio immenso. Forse non si rivedono da mesi. Forse il loro amore è ancora vivo.

Prendo il 170 e mi dirigo a Piazza Venezia, lasciandomi trasportare da un conducente piuttosto bello, da pensieri che ancora non trovano una soluzione.

Mentre fuori dal finestrino, Roma si riempie di bellezza. Bellezza autentica che aumenta al calar del buio.

Chiar@

68: Notti Insonni

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Prima di notti insonni, oggi 2016

Ci sono notti in cui non riesci a prendere sonno. Pensieri viaggiano senza fermarsi. Si fermano forse in immagini ancora più distorte che non daranno mai senso a quello che vuoi realmente. Ti giri, cambi posizione, conti le pecore, ma niente. Pensi che oggi hai fatto un buon lavoro con i tuoi figli, ma non ti basta. Ti senti inadatta, perché non hai avuto una mamma. Una figura di riferimento. Pensi alle tue amiche così brave, così perfette. Anche se sai che la perfezione non esiste. Ma, costringi la tua mente a seguire quel modello senza macchia.

Accendi la lampada del comodino. Sono le 3.00. Sei sola questa notte, a casa. Tuo marito è fuori per lavoro e tornerà tra una settimana. Non ti fa paura la lontananza. Ti fanno paura i tuoi mostri. Quegli esseri malvagi che si insediano nei tuoi discorsi, mentre parli con la tua vicina di casa. Che ti obbligano a rimandare un appuntamento importante, perché in quel caso la loro voce è più forte della tua.

Prendi un libro per conciliare il sonno. Ma, non riesci a concentrarti. Ti soffermi sempre sulle stesse parole: bambino, bambino grande, bambino oramai ragazzo, ragazzo che non cresce. Ti fanno male quelle parole e solo tu sai perché. Ti fanno tornare in mente quel lunedì di aprile, quando avevi invitato tutti i tuoi parenti per l’ecografia. Per vedere il cuoricino del tuo primo bambino. Tuo padre ti portò quella spilla di tua madre che ti piaceva tanto. Ti ricordi? Ricordi alla perfezione tutti i momenti di quella giornata: la colazione con tuo marito, la casa lasciata in disordine per una buona causa e la fretta di andare dal tuo ginecologo. 120 euro a visita.

Eri contenta della tua felicità. Una felicità che stava per essere condivisa con tuo padre, tua sorella, tuo cugino e i genitori di Simone. Ma, dopo un minuto tutto è cambiato. Sono cambiate le espressioni, i sorrisi si sono trasformati in visi senza forma e il tuo urlo di dolore ha reso gelida una stanza inizialmente calorosa.

Quel cuoricino aveva smesso di battere, di dirti ci sono, di accarezzare il tuo viso da qualche anno spento, di prenderti per mano e consigliarti delle vie da scegliere. Per essere più spontanea, meno rigida.

Ci sono notti in cui non riesci a prendere sonno. Pensieri tornano indietro nel tempo e ti portano a sudare di notte, in una camera senza marito. Mentre tu cerchi di reagire, la luna, che si intravede dalla tua finestra senza persiane, è una tua nemica e non ti lascia dormire.

Notte, 

Em@