Ci metto la faccia

Buen@s,

quando vado in giro, ci metto sempre la faccia. Non la copro di strati di trucco o di glitter che la impreziosiscono (a volte, per estetica, qualche glitter ci sta!). La tengo come quando mi sveglio la mattina. Poi, quando torno a casa vedo qualche chiazza rossa, o puntini di sudore. Ma, fa parte del gioco.

Il viso ci appartiene. E lo dovremmo portare con noi, sempre.

Ma, a volte, è più semplice celarsi dietro la foto di un figlio appena nato (parlo dei social) o coprirsi con un plaid, anche a 40 gradi all’ombra. Tanto è più facile nascondersi e avere consenso in queste maniere, che prendersi le proprie responsabilità. Agire, forse. Mettendo in discussione anche quello che si è.

Non sono un guru, né uno scienziato.

Sono un morto di fame, che ci mette la faccia. Che poi esistono ancora i morti di fame? Boh.

Mil besos,

Em@

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Il sottoscritto, questa mattina, alla Villa di Chieti.
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#dimattina ore 7.00

L’importanza del proprio io non nasce dall’approvazione altrui, dal buonsenso comune o dall’accettare tutto senza dire no.
L’importanza del proprio percorso ha bisogno solo del proprio consenso, che ahimè si trova a fronteggiare montagne altissime e muri bianchi quasi indistruttibili.
Buona giornata!

136: 17 settembre (Ora)

Buen@s,

I pomeriggi in città sono sempre uguali. Corso, gelato alla villa, libro alla panchina della villa. E corso.

I primi pomeriggi prima di tornare a lavoro, il corso è vuoto. Sembra di stare in un posto inesistente senza luce, né gas. Un posto dove le mattonelle antiche ricordano che un tempo, qui, c’era una vita.

Le protagoniste, dei pomeriggi alle 3, sono le badanti.

Precisamente le tre badanti, che tutti i giorni sembrano calpestare una passerella. Bionde, alte e sicure. Sicure di quello che sono, sicure che prima o poi cambieranno vita. Ma, ora, vivono il presente.

Un presente dove si stupiscono di poco. Un complimento detto piano, una frase di cortesia, una borsa comprata al cinese, che tra qualche settimana si romperà.

Le tre amiche, ora, sorridono, ridono. Parlano dei figli lontani, si fanno i complimenti. Che bella che sei oggi, dice una. L’altra non risponde. Perché a loro serve uno sguardo per capirsi. Uno sguardo complice.

Le tre amiche, ora, mangiano il gelato, in una pachina all’ombra. E si scambiano consigli. Consigli su come comportarsi con la Signora. Consigli su dove comprare gli alimenti, trucchi e vestiti non troppo cari.

Le tre amiche sono libere e non devono nascondersi. Perché a loro non importa apparire. A loro importa essere. A loro non importa nascondersi in conformismi borghesi, che lasciano il tempo che trovano.

Tutti i pomeriggi, per il corso e alla villa, ci sono tre amiche bionde.

Non hanno parenti né figli, perché sono rimasti al loro paese. Non hanno case né proprietà, perché accudiscono tre signore anziane in case centrali.

Hanno la concezione del presente.

Che a molti di noi manca.

 

Mil besos,

Em@

58: Rosso Rinascita

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Seduta davanti a uno specchio, guarda tutti i suoi difetti.

Le rughe si intravedono. Il sorriso è spento a causa di quell’uomo orribile che la chiudeva in casa e non la faceva uscire.

Perché era troppo bella, troppo eccentrica. Rossetto rosso e capelli biondo platino.

Il suo sguardo ora appare più forte, più combattivo, nonostante le sofferenze.

Mai una carezza, un gesto d’affetto.

Mai una frase detta piano, in segno di intimità.

Prende il fondotinta leggero, se lo passa un po’ ovunque.

Con lentezza, per vedere le sue cicatrici. Perché non ha paura delle sue cicatrici. Sono un vanto. Ora. Sono il suo passato che ora riaffiora. Ma, un passato superato. Non dimenticato. Un passato che le ha insegnato tanto. Le ha insegnato ad essere diversa. Più forte.

Da una pochette rosa trova un ombretto azzurro, che s’intona con i suoi occhi azzurri.

Azzurri come il mare della sua infanzia. Quando spensierata cantava le canzoni dei cartoni animati, sotto un ombrellone microscopico.

Era la più testarda in casa. Non amava farsi il bagno e per ore intonava le canzoni di Magica Emy, mentre la mamma le diceva di smetterla.

Sul comodino, ha ritrovato anche il suo rossetto rosso. Se lo spalma per bene, sulle labbra. E si guarda allo specchio fiera.

Quel rossetto, oggetto di perdizione per quel marito violento.

Quel marito che non merita nulla.

Fino a ieri, Rossana, quel rossetto rosso non poteva vederlo esposto nelle profumerie. Si allontanava, quando una sua amica lo portava. Era un continuo colpo al cuore.

Oggi, Rossana, mentre finisce di apparecchiarsi si vede in un altro modo. Forse diversa.

Una donna che può di nuovo vivere, lontano da quel mostro cattivo.

Cattivo come un orco che giudica, offende, picchia. E non ama.

Cattivo come una guerra senza un punto finale.

Rossana si guarda per l’ultima volta allo specchio, prima di uscire.

Fondotinta leggero, ombretto azzurro e rossetto rosso.

Rosso passione, rosso rinascita.

Buona serata, 

Em@

 

50: “Piangi Pure” di Lidia Ravera

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Ho appena finito di leggere Piangi Pure, di Lidia Ravera.

Edito da Bompiani, edizioni Vintage. Costo, 12 euro. Pagine, 366.

E’ un romanzo scritto bene, con una narrazione piacevole, divertente e, a tratti, buffa.

La protagonista è Iris, una donna di 79 anni, che si rimette in gioco. Una donna di forte temperamento, indipendente. Una donna che vuole vivere appieno l’ultima parte della sua esistenza. Si compra una macchina, vestiti nuovi. E rivela il suo amore al dottor C., uno psicologo di tre anni più giovane, gravemente malato. Si incontrano al bar, si conoscono, si stuzzicano, fin quando entrambi cedono all’amore. Quella parte esterna a noi, che molte volte rigettiamo per paura di viverla.

Le tre parole che rappresentano questo libro, per me, sono vecchiaia, ora e amore.

La vecchiaia come parte attiva della vita, in cui si apprezza il concetto del carpe diem ed in cui l’amore esiste. In maniera diversa, rispetto alla giovinezza e alla maturità. Ma, esiste.

Dal punto di vista dello stile, la cosa che ho maggiormente amato di questo romanzo è stato l’uso della prima e terza persona. Nella prima parte del libro, la protagonista della storia scrive un diario, in cui l’io narrante prende il sopravvento. Nella seconda parte, un personaggio esterno racconta la storia. Svelandoci realmente come stanno le cose in maniera oggettiva.

In conclusione, posso dire che il libro mi è piaciuto.

Voto: 8

 

 

35: Mi emoziono

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Manoppello, marzo 2016

Amo quei visi soddisfatti. Seriamente. Quelli di uno studente che si è appena laureato. Di una donna che ha appena dato alla luce un bambino. Di un papà che  vede la figlia sposarsi.
In quei visi trovo la verità, la genuina emozione.
Emozionarsi per una cosa. Senza filtri e congetture. Emozionarsi per una cosa realmente sentita.
Ogni volta che torno dai miei, nella mia cameretta, ritrovo quell’emozione.
Ripenso a com’ero. A chi ero. E a cosa pensavo. Ripenso alle passeggiate con la mia amica Manuela, alle ansie di un’imminente interrogazione. Agli amori mai detti e a quelli consumati di nascosto. Ripenso ai periodi no e alla voglia di andare fuori. Uscire anche per poco da una realtà che mi stava un po’ stretta.
Ogni volta che torno dai miei mi emoziono. Guardo il panorama di una campagna apparentemente uguale. Uguale a quello che ero. Diversa da quella che sono.

Buona Pasqua.

Em@.

Sedici: Un’altra vita

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Mentre scrivo queste parole, fuori, le cose prendono una loro direzione. Direzione che ognuno di noi sceglie, a volte direzioni ostacolate dal caso. Dal destino.

Immaginiamo sempre le vite altrui, case nuove, collane firmate. Immaginiamo momenti che hanno vissuto altri. Momenti che non ci appartengono, ma che vorremmo tanto ci appartenessero.

Guardiamo, mentre passeggiamo, storie mai immaginate. Lui troppo bello, lei troppo brutta. Lui grasso, Lei magra. Lui che un tempo odiava il cane, che ora sta con lei che lo obbliga a portare un pinscher nano.

Guardiamo dentro le case, io lo faccio spesso. Soprattutto d’estate quando è buio e passeggio con il cane. Dentro, famiglie che litigano, bambini che urlano, divani imperfetti. Tutto amplificato dal contrasto luce e buio della sera. Notte.

Guardiamo le stagioni che passano. E che a volte ci lasciamo scappare. Per paura. Paura di non farcela. Primavere a pensare, Estati a pensare, Inverni a pensare, Autunni a pensare. Tralasciando l’azione che potrebbe allontanarci, portarci in un altrove non necessariamente lontano.

Guardiamo lo specchio. Ci guardiamo allo specchio. Sempre con qualcosa che non va o con qualcosa che vorremmo cambiare: il sorriso imperfetto, un neo che prima ci piaceva e oggi non ci piace più.

Guardiamo non sempre attentamente. Perché l’attenzione ci allontana dal tran tran quotidiano, che ci avvolge nel suo vortice. E a volte il vortice ci fa comodo perché ci rende persone che esistono agli occhi degli altri. E non ai nostri.

Mentre scrivo, queste parole, fuori, un ragazzo cammina verso dove vuole. Verso la sua vera storia, che prende spunto dalle storie degli altri, ma che segue la sua.