Quelle parole che ti ho scritto…

Ripenso a quel giorno di luglio, quando mi hai chiamato al telefono. Mi hai detto: “Sto per morire! Scrivimi qualcosa da leggere in Chiesa”. Ero atterrito da quelle parole. Non sapevo che dire. Fuori il caldo afoso di luglio, aumentava il senso di vuoto. Vuoto che non aveva appiglio. Un’ancora di salvezza. Vedevo solo il mare in burrasca ed il vento che non si calmava.

Sono passati cinque anni da quella telefonata. Ricordo, ancora, precise, quelle parole dette con fatica. Dritte. Senza giri retorici. Hai chiamato di nascosto. Senza nessuno che potesse sentirti. Al buio di una stanza di ospedale.

Ho sentito quel dolore che sapevi di avere e che facevi finta di coprire, con un sorriso stampato, quando ti venivo a trovare. Ho sentito la tua voglia di vivere, pian piano, distrutta da un tumore violento.

Ho sentito freddo, quel martedì di luglio.

Stavo per laurearmi e stavo ritoccando una tesi fortunata.

Il 24 mi sono laureato. E già non capivi più. Il 31 sei morta, portando con te quelle parole che ti ho scritto.

E che conserverò sempre nel mio cuore.

Rossetto Rosso (1)

Silenzio. Ed è subito vuoto.

 

Dove si trova il piacere?

E’ un dovere piacere?

Oddio. C’è un colore viola lì.

Dove?

In quella scuola di danza.

Dove c’è il linoleum. Nero.

Wow.

Ci sono gli amici, sai?

Amici per bene!

 

Come va?

Come un girotondo verde, azul, cielo.

Grr Grr.

È il pisellone?

No, è la suoneria.

È un’indole la sborra.

La si assapora, di sera,

quando ci guardiamo.

Nei nostri silenzi. Silenzi per cena.

 

Selenia, i tuoi occhiali fanno rumore.

Come uno sportello che si richiude.

Gli attimi che viviamo

nel caldo della foresta

vergine, mi chiamano.

Pronto?

Ed è subito vuoto.

 

 

 

 

Le parole non dette

E’ il non detto, non espresso: quello che avremmo voluto dire, che sappiamo come dire e che non diciamo (cit.)

Leggevo queste parole, questa mattina, mentre il sole si faceva vedere e gridava, anche se da lontano: ” Ci sono anche io!”

Queste parole mi hanno colpito subito perché vorremmo dire parecchie cose. E molte volte ci stiamo zitti perché abbiamo paura, non abbiamo il coraggio. Forse abbiamo paura delle azioni a seguire, di cosa accadrà, forse, poi.

Io ho da dire parecchie cose. Ma, ci sono cose che non dico perché la situazione non me lo permette. Altrimenti, dovrei fare le valigie ed andarmene.

Alcune volte, per me, le parole non dette servono a mediare le situazioni. I legami di coppia, i rapporti non facili tra colleghi di lavoro.

Altre volte, mi rendo conto che quelle parole che ho da dire devono uscire per forza. In qualche modo. Come le parole che scrivo, quelle che pronuncio in casi di ingiustizie. O quando qualcuno mi passa davanti alle poste. E pensa di fare il furbo.

Il non detto, non espresso, non sempre è da dire. O esprimere.

Almeno per me.

Buona serata o notte,

Em@

Sabato che non molla. Mai.

Buenas,

chiuso in una camera d’albergo, continua a scrivere. Mentre piove, e gli altri sono in qualche bar a divertirsi.

Scrive fino a quando le parole terminano di riempire un quaderno già usato. Con le righe della terza elementare.

Si posa sul letto e cerca di metabolizzare quelle parole, che lo hanno riempito e svuotato allo stesso tempo. Parole belle, forti, a tratti dure. Parole senza senso, sensate, divertenti. Che spingono a sorridere, poi ridere.

Cerca di dormire, ma non riesce. E’ troppo stanco. Stanco grazie al suo lavoro, hobby, passione. Felice per la sua stanchezza. Una stanchezza che ti fa dire : “Cazzo, che bella cosa che ho scritto!” Anche se fuori nessuno ti ascolta, non ascolta quello che hai da dire.

Perché quasi sempre non si viene ascoltati. Ed il talento, il vero talento, non viene capito. Perché non si è estremamente belli o non si è estremamente ricchi per sborsare migliaia di euro, per pubblicare pagine di libro, solo per aver fatto una scuola di scrittura.

Marco si addormenta.

Marco si sveglia, mentre i suoi amici sono ancora fuori. Rilegge le sue parole. E’ troppo presto per andare a fare colazione. Prende un foglio dell’hotel, di quelli che lasciano insieme a una busta che nessuno invierà mai. Prende questo foglio e butta giù delle parole, che lo aiuteranno a creare. Sicuramente qualcosa di nuovo. Forse di diverso. Forse di nuovo e diverso. Sicuramente parole sue. E solo sue.

Gli altri tornano e lo vedono scrivere. Gli chiedono: “Che fai?” E lui risponde: “Scrivo”

Ridono fino all’infinito. Perché a loro solo importa aver bevuto fino allo svenimento. Aver fatto sesso in un orgia di scambisti, dove conoscersi è una rarità.

Marco esce dall’albergo, mentre gli altri dormono.

Cammina per il lungomare della città, mentre il sole si fa visibile. Grazie ai contorni delle case delineate, a un mare piatto che non disturba.

Marco è felice. Perché sa che scriverà per sempre. E anche se mollerà, si rialzerà. Come ha sempre fatto.

Vi mando un beso virtual, insieme a Marco. Che vuole dedicare le nostre parole, a Cranio Randagio: un ragazzo troppo sensibile.

Mil besos,

Em@e Marco.

19 settembre: 3 parole

Buen@s, 

Le mie tre parole del giorno sono:

Prima parola: pioggia. Da oggi piove. Poi smette. Poi piove di nuovo. Per fortuna, il mio turno con i cani è finito alle 17.30. Quindi libero più dell’aria. Anche se devo cucinare, poi fare i piatti. Oggi, ho già pulito: cucina, bagno e camera. Per scrivere queste righe, ho chiuso i cani in cucina. E sembra che si stiano comportando bene.

Seconda parola: travestimento. Ho un’amica (un amico) che si traveste. Indossa abiti femminili ed incontra uomini “etero”. Alcune volte, mi manda le foto di chi incontra. E devo dire che sono dei padri di famiglia o fidanzati, realmente, boni. Questa sera incontra un ventenne ben messo, in tutti i sensi, che pensa di fare sesso con una donna. Che è un uomo.

Tramite lei/lui, sto scoprendo che il travestitismo è un mezzo che ti permette di giocare realmente con chi vuoi, senza essere giudicato. Questi uomini che vanno con Lei/lui sono gli stessi che, di giorno, sono omofobi e razzisti. Di notte, etero che diventano gay. Nella maggior parte dei casi, gay passivi (ovvero coloro che lo prendono! Scusate la schiettezza)

Terza parola: dolce. Amo i dolci e adesso mangerei mezza crostata. Ma, da oggi starei a dieta. In settimana, vorrei farmi le analisi, e secondo la mia testa se mangio bene, i risultati saranno migliori. In realtà, mangio bene, tranne il sabato sera e la domenica, che vado dalla mamy.

Il sostantivo dolce, lo trasformerei in aggettivo, da associare alla mia cagnolina Bianca. Bianca è dolce. Non una dolcezza zucchersa. Qualcosa di diverso che non so spiegare.

Vi lascio e vi mando,

Mil besos, aspettando di sapere quali sono le vostre tre parole del giorno.

Em@

35: Mi emoziono

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Manoppello, marzo 2016

Amo quei visi soddisfatti. Seriamente. Quelli di uno studente che si è appena laureato. Di una donna che ha appena dato alla luce un bambino. Di un papà che  vede la figlia sposarsi.
In quei visi trovo la verità, la genuina emozione.
Emozionarsi per una cosa. Senza filtri e congetture. Emozionarsi per una cosa realmente sentita.
Ogni volta che torno dai miei, nella mia cameretta, ritrovo quell’emozione.
Ripenso a com’ero. A chi ero. E a cosa pensavo. Ripenso alle passeggiate con la mia amica Manuela, alle ansie di un’imminente interrogazione. Agli amori mai detti e a quelli consumati di nascosto. Ripenso ai periodi no e alla voglia di andare fuori. Uscire anche per poco da una realtà che mi stava un po’ stretta.
Ogni volta che torno dai miei mi emoziono. Guardo il panorama di una campagna apparentemente uguale. Uguale a quello che ero. Diversa da quella che sono.

Buona Pasqua.

Em@.