Tutto finisce

Tutto finisce.
Le voluminose abitudini.
I baci dati piano.
Quelli dati di nascosto.
Le serenate prima del
matrimonio.
I pranzi con gli amici.
Le amiche di palestra a luglio.
Le stagioni senza
veli. E quelle con i piumini
che non ti definiscono.

Tutto finisce.
Il senso delle cose
nascoste.
L’amore per un libro.
L’ultima pagina.
Quello che è stato
e si vuole ricordare.
E che poi si
accantona di
nuovo.

Tutto finisce.
E poi rinizia.
Tranne il
nero, l’urlo
e un vento
che annuncia
pioggia. Poi
temporale.
Ed infine tempesta.

 

Di seguito vi posto, il mio nuovo blog. Continuo a scrivere qui.

Ma, in questo, che vi linko di seguito, parlerò di libri. 

Libri di Emanuele, pensieri e citazioni

 

Sedia a rotelle

Un corpo arreso

nel gelo della sua

routine. Quotidianità malinconica.

 

La noia di

quella sedia a rotelle

sempre uguale,

che la obbliga alle attese.

Anche nei silenzi forzati.

 

Fuori. Un mondo

di colori passeggiano.

Verde, giallo, rosa, arancio.

 

Dentro. Anime

strane, che si insediano

nei ricordi. Vacanze.

Panchine di liceo.

 

Vai! Dice sempre a se stessa.

Come per sentirsi viva.

perché se sta ferma,

soprattutto quando già lo è,

si può fare un BUU da sola.

 

Tanto

nessuno

ti/la ascolta.

Ti vede.

 

Nessuno

Ti/le dice

“Come stai?”

“Dove andiamo, ora?”

 

Liberamente ispirato al libro che vedete nell’immagine in evidenza

L’estate di ieri

Anche quando ero piccolo faceva caldo.

Ma, forse, non lo percepivo.

Ieri, d’estate, la musica non terminava.

Si perdeva nel giorno, a casa della nonna.

Con Matteo, giocavamo a Giochi Senza Frontiere.

Il gelato chiudeva la sera, tra silenzi e risate.

Risate quasi mai nascoste.

 

Il giorno dopo e il giorno prima

mangiavo pane e nutella, giocavo a maestri.

Io, ero, sempre il maestro.

Che poi non lo sono mai stato.

E’ un duro lavoro.

Il giorno non finiva mai,

ma non ci pensavi mai alla fine.

Ora, conti numeri, ore, minuti.

Sempre con l’orologio in mente e sul/nel telefono.

 

L’estate di ieri

non finirà mai.

Sarà la gioia dei nostri ricordi,

quelli più veri.

Quelli che non hanno una spiegazione.

Solo azione.

Forse.

Simone 

Anche in Cilento
fa caldo.
In Salento, forse di più.

Simone
sogna
un amore
a forma
di cuore.
Quello delle vetrine
il 14 febbraio.
Quello degli amanti
in una panchina
fuori mano.
“Dai su!”
si ripete ogni
volta.
Ogni volta
che si sente
solo. E
guarda fuori.

“Vieni a fare
la spesa, senza
telefono però!”
Gli dice la mamma
ogni giorno.
“NO, NO, NO!”
Simone ribatte.

Ricerca
l’amore in quel
telefono
fuori
controllo.
Senza
sapere
NADA
di fuori.

Quel fuori
che a molti
fa paura.

Cazzo!

E la notte che è uguale al giorno.

Uccelli
sugli alberi.
Gridano ancora.
Il caldo
non dà tregua.
Come il loro cantare.
FORTE.

Due cani giocano
con una pallina
sporca.
E una macchina
passa, poi
una moto.
E il rumore…

Io aspetto
al semaforo.
Sono un pedone.
Basta! Dico
tra me e me.
Gioco con
una pietra bianca,
aspettando
l’estate:
il senso
di libertà,
la spiaggia,
il mare.

E la notte che è uguale al giorno.

Io vado in palestra.

QUESTA MATTINA

Aria.

Mattino. Mattina.
La fontana rumoreggia.
Non c’è quasi nessuno.
Vento. Venticello accarezza
il viso. Oramai stanco.
Già stanco alle 8.00.
Gli uccellini cinguettano.
I cani abbaiano.
Le macchine che puliscono lo fanno
fino in fondo.
Un fondo di verità a quest’ora.
Dove tutti stanno per uscire
ed il giorno ancora non inizia.
Un giorno caldo.
Caldo come ieri. Forse domani.
Io vado in palestra.

Dal dentista. Stanco e Svogliato, io.  Stanca e svogliata, lei.

Attendo dal dentista.
Forte e chiaro il brusio che si sente dentro.
Dentro la camera degli attrezzi.
Mi faranno male. Boh.
Un bambino chiama la mamma.
E lei non risponde.
Lui chiama e la chiama ancora.
L’aria condizionata mi ha distrutto il cervello.
Siamo in Alaska. In Norvegia o Scandinavia.
Mi viene quasi da vomitare? Vomitero’? Forse lo saprò tra poco quando
il pavimento si riempirà di marrone.
E non dico altro.
Gli altri dicono sempre qualcosa.
E io me ne strafrego.
Vado fuori ai Tropici.
Per sentire la differenza.
Sicuramente sarà traumatica.
Ma, almeno non sarà aria artificiale.
Sono le 4 e 10 ed avevo l’appuntamento
alle 4.

Poco dopo.

Uscito con sorriso non perfetto come
mi aspettavo.
Prendo la macchina e torno a casa.
Vento caldo e caldo dentro l’abitacolo.
Mentre mi guardo dallo specchietto,
mando a fanculo internamente la dentista,
che mi ha mezzo rovinato un dente.
Anche se tutto sommato quella imperfezione mi piace.

Scendo dalla macchina. Vado al bar
a prendermi un succo.
Alla pera.
Mmm.

Ci metto la faccia

Buen@s,

quando vado in giro, ci metto sempre la faccia. Non la copro di strati di trucco o di glitter che la impreziosiscono (a volte, per estetica, qualche glitter ci sta!). La tengo come quando mi sveglio la mattina. Poi, quando torno a casa vedo qualche chiazza rossa, o puntini di sudore. Ma, fa parte del gioco.

Il viso ci appartiene. E lo dovremmo portare con noi, sempre.

Ma, a volte, è più semplice celarsi dietro la foto di un figlio appena nato (parlo dei social) o coprirsi con un plaid, anche a 40 gradi all’ombra. Tanto è più facile nascondersi e avere consenso in queste maniere, che prendersi le proprie responsabilità. Agire, forse. Mettendo in discussione anche quello che si è.

Non sono un guru, né uno scienziato.

Sono un morto di fame, che ci mette la faccia. Che poi esistono ancora i morti di fame? Boh.

Mil besos,

Em@

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Il sottoscritto, questa mattina, alla Villa di Chieti.

Aria condizionata quasi neve.

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Paul Gauguin. Effetto neve, 1883

Buenas,

Oggi, che calor! Ci saranno almeno 50 gradi all’ombra e 18 gradi nei luoghi pubblici e/o privati. Stamattina alle Poste, sembrava di essere in Siberia. Che poi se non ti porti la maglia dietro, rischi di prenderti febbre, raffreddore. E sicuramente un bel mal di gola, per me che ci soffro.

E poi le signore, con minigonna e sospensorio, dicevano: “Che bella temperatura!” “Come si sta bene qui?” Le avrei prese a calci. Poi è anche vero, che ognuno pensa e fa quello che vuole. Ma, io l’aria condizionata non la sopporto.

L’aria viene condizionata da uno strumento esterno, che la rende non salubre. Si insedia nel corpo e ti pregiudica la giornata. Come un’incazzatura, che fai fatica a buttare fuori. Si insedia nel cervello, per ore, giorni, e anche mesi. E come le cicale d’estate ti frantuma il cervello.

Però è anche vero che con questo caldo, l’aria, condizionata (a livelli non esagerati), ti porta a un equilibrio, spezzato quasi sempre da un vento infernale. Che ti avvolge.

In sostanza: io non voglio essere condizionato per forza e obbligatoriamente da nessuno.

Figuriamoci dall’aria condizionata.

Mil besos da Em@ e da questo post nonsense.

Luce che entra

Quella mattina si è alzato senza dire nulla a nessuno. Uscito con la fretta di chi non apprezza nulla. Nemmeno la colazione sul tavolo preparata da qualcuno che ama. Lo ama.  Ha vagato per vie centrali senza meta. Direzione. Ha vagato per strade sconosciute aspettando qualcosa. Non trovando nulla. Illuminato per un attimo da una luce solare, si è sentito importante. Capito. Si è sentito accettato, amato, osannato, rinvigorito. Quando ha calpestato l’ombra è di nuovo sceso negli inferi dei suoi mostri. Ha vagato ancora, cercando quella luce. Una luce ora scomparsa, impercettibile. Una luce che forse un giorno incontrerà di nuovo. Forse mentre fa colazione ed apprezza un succo d’arancia colmo. E un panino del giorno prima con la marmellata comprata dal fruttivendolo. l