11 settembre

Ci sono dei giorni indelebili, che non si dimenticano. Per via di un fatto, un evento inatteso, una frase di circostanza. Che ti segna a vita.

Di quei giorni, ricordi tutto: la colazione, la maglietta che hai messo, i baci dati con tanta enfasi o con molta svogliatezza.

Ricordi anche i suoni, gli odori, i silenzi. Le percezioni e il brusio degli altri. Le immagini delineate che allora avevano un senso. E ora, forse, non più.

Buon lunedi.

Tempi diversi

Ore 17.30

Mentre disfo le valigie nella cameretta adolescenziale, improvvisamente torno indietro nel tempo. A quando ero una ragazza.
Ragazza problematica con molte incertezze caratteriali. Un padre assente, una madre forse troppo presente. Ma, per fortuna c’era Lei.
Lei che mi ha aiutato ad uscire fuori. Liberarmi dagli scheletri nascosti che, per molto tempo, mi hanno obbligata a rimanere immobile.
A non agire.
Ripongo con cura tutti i miei vestiti e trovo delle lettere che scrivevo al mio fidanzatino di allora. Un certo Marco. Oggi sposato e con prole.
Vorrei tanto sapere come sta. So che è a Milano e risiede lì da qualche tempo.
Però, assolutamente, non voglio rientrare nella sua vita. Intendiamoci!
Quando si tronca una relazione di anni, come quella che ho avuto con Valerio, qualunque appiglio è buono per colmare un vuoto persistente. Che un tempo era felicità, armonia. Forse pienezza di spirito. Forse.
Ora continuo a sistemare. Dopo: cena.
Dopo cena, uscirò con una mia amica simpatica, di cui sicuramente vi parlerò.

Un saluto,
Anna

13 ottobre: ricordo quel padre.

Avevo 17 anni quando i miei si sono separati.
Per me: una liberazione.
Mio padre picchiava mia madre. E io non potevo dire nulla.
Chiuso in una camera buia e silenziosa sentivo tutto: parolacce, offese, frasi sconnesse.
Avevo paura ogni volta che entravo in casa. Una casa umile dove anche il soprammobile metteva timore.
Quando Lui non c’era il tempo si trasformava in un tempo reale.
Quello che vivono le persone civili.
Un tempo in cui si apprezzano i sorrisi, le coccole, una bistecca al sangue da dividere in tre.
Un giorno freddo mia madre si alzò e mise un punto a questa storia. La sua storia.
Cambiò la serratura e lo cacciò di casa.
Eravamo liberi!
Liberati da un peso che rendeva buie le giornate definite da un sole d’inizio autunno.
Liberati da un mostro nero che martoriava il cervello di un bambino, cresciuto troppo in fretta.
Un giorno, dopo mesi, bussarono alla porta.
Aprii ed era Lui.
Con il suo solito viso pieno di aggressività, ma fondamentalmente buono.
Era tornato per mettermi, di nuovo, paura.
Quella paura che ricordi sempre.
Perché ci sono dei momenti che vivono in noi.
E compaiono quando il ricordo bello o brutto è fortemente delineato. Sentito. Mai dimenticato.

130: 9 settembre

Buenas, 

Ho 40 anni oramai. A dire la verità, sono ancora un bell’uomo. Senza capelli bianchi. Senza capelli.

A parte la mia calvizie, sono affabile. Ci so fare con le donne. Donne più piccole. Mi piacciono le ventenni. E’ un mio difetto. Ma, l’odore della pelle giovane, mi rende virile. Mi permette di dare più attenzione al mio corpo. Un corpo tonico. Poco palestrato, per nulla magro.

Sono vicino alla finestra della mia camera. Della mia camera d’infanzia. Ogni fine settimana vengo a trovare la mia mamma e l’aiuto con i nipoti. Piccole pesti, che distruggono la casa in un batter d’occhio.

Dalla mia finestra si vedono: una montagna, una casa che qualche tempo fa era un ristorante. Poi è diventata una casa. Poi di nuovo un ristorante.

Dalla mia finestra, ora passano macchine, che trasportano gente. Bambini che piangono, mamme che litigano con mariti sempre assenti. Signore che guidano nonostante l’età. E signori per nulla divertenti che condizionano la guida con un perenne: “Guida piano!”

Io, sono solo in questa camera di ricordi.

La scrivania di quando andavo a scuola. Che è rimasta come un tempo. Giorni interi è stata il mio supporto, la mia fedele amica.

Il quadro che mi ha regalato mio padre per i miei diciotto anni. Lui è un pittore, che io definisco copista. Perché ha una capacità innata di riprodurre in maniera minuziosa tele di artisti importanti.

Poi, c’è il letto. Dove ho pianto. Fatto l’amore di nascosto. Che ho condiviso con il mio migliore amico. Dove ho riso molto. Moltissimo. Sorriso un po’ meno.

Ora seduto a terra, continuo a guardare fuori.

Mentre, mi rendo conto che solo in questa camera mi sento al sicuro. Coccolato. Amato.

Vorrei rimanere sempre qui.

Ma, so che non è possibile.

Mil Besos,

Em@

83: Un po’ di me #8

5 giugno

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La Chiesa di Lucia, oggi pomeriggio, Chieti

Buenas,

la domenica sta volgendo al termine. Giorno della settimana, che placa animi frenetici di mamme che vanno a riprendere i figli a scuola. Giorno della settimana, che molti passano in poltrone comode, tra coperte e familiari che si vedono e sorridono. Si scambiano consigli e informazioni su ciò che è successo in settimana. Anche se questa idea di familiarità, accompagnata da dolci importanti e forse troppo nutrienti, si ha nel periodo invernale, autunnale.

Io, la domenica, quasi sempre, la passo da mia madre, a Manoppello. Vicino a Chieti (come già forse vi avevo detto). Manoppello è un paese dell’entroterra abruzzese, che fino a qualche tempo fa consigliavo anche per vivere. Ora, le cose sono cambiate. Da quando i centri commerciali hanno preso il sopravvento, i piccoli centri sono decaduti. I negozi chiusi. Rimangono solo bar e luoghi di incontro, che permettono alle persone che ci abitano di avere una vita sociale.

Io, ricordo con piacere la mia infanzia e adolescenza in paese.

Ho iniziato ad uscire da solo, sin da quando avevo dieci anni. Mi divertivo, ci si divertiva con poco. Si perlustravano zone di campagna mai prese in considerazione, si correva tra le scale dei vicoli. Vicoli che avevano sempre un fascino diverso, ogni volta che ci passavi. Guardavo dalle finestre, per scoprire cosa c’era al di là delle case. Perché le case del centro storico avevano e hanno un loro fascino. Ricordo che la nonna di una mia amica aveva cinque salotti, che si susseguivano. Ognuno adibito a un’occasione diversa. C’era quello rosso, ad esempio, che aveva un’entrata da un vicolo e che era il luogo dove i nipoti della signora facevano merenda e colazione.

Il ritorno da Manoppio, come lo chiamo io, lo faccio sempre in autobus. Come l’andata. L’autobus, per me, è un mezzo dove si incrociano storie. Realtà che non si conoscono e che condividono in quei venti minuti, qualcosa. Uno sguardo, un sorriso, un saluto. Anche un silenzio di non conoscenza. Ad esempio all’andata, siamo sempre in quattro: io, una signora con trucco e parrucco perfettamente alla moda, un uomo alto che legge sempre il giornale ed un uomo con la parrucca nera, che solitamente guarda fuori. A volte, sale un ragazzo biondo rumeno, che raggiunge la sua ragazza a Brecciarola, una frazione di Chieti.

Noi, ci vediamo quasi ogni domenica alle 10.10, e per venti minuti. Ma, non ci salutiamo mai. Il nostro silenzio è un silenzio condiviso che ci unisce e forse, se ci incontrassimo fuori, si trasformerebbe in una voce di saluto. Forse.

Pedro e Luca sono appena usciti, e sta iniziando anche a piovere. Sono contento se inizia un’acquazzone perché ha tre ombrelli (🌂🌂🌂) all’entrata e mai una volta che ne prende uno. Poi, rientra e si lamenta che si è bagnato. E si lamenta che poi si ammala.

Pedro🐶, povera stella🎇, rientrerà zuppo. Verrà da me, facendo orme ovunque. Implorandomi, con i suoi occhi pietosi (esiste, non come petaloso), di essere asciugato con l’asciugacapelli.

Vi lascio, come sempre, con la palabra del día (parola del giorno) che è CASA ( 🏡)

La casa è quella parte di noi che ci accompagna, in ogni luogo, e ci fa sentire forti nonostante le difficoltà.

Buona serata,

Em@ 🙋🙋

79: Un po’ di me #4

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Buenas,

come state? Da oggi cambio registro:):):). Nel senso che vorrei gestire il blog come una vera e propria pagina di diario. Dove giornalmente vi racconto parti di me, prendendo in considerazione quegli aspetti della giornata che mi hanno fatto riflettere, pensare e/o sorridere.

Scrivo questo perché il blog è un mezzo che evolve giornalmente, dove l’aspetto della persona che lo scrive viene fuori in ogni caso. E dove la giornata che si racconta è parte viva, non come accade con una poesia o racconto.

Continuerò a scrivere racconti e recensioni di libri, ma non come parti staccate da ciò che sono. Li scriverò perché mi rappresentano e perché sono inseriti nella mia vita.

E poi, come mi avete anche suggerito, è bello conoscere aspetti della vita di colui o colei che scrive (in) un blog che seguite.

Tornando a noi. Pedro oggi ha fatto il bravo e ha mangiato tutto (sembro un po’ una bimbominkia parlando così). Ha fatto le due solite passeggiate con il sottoscritto. E ora dorme beato sul mio letto. Ma, poi andrà al letto di Luca e dormira’ con lui. Perché Pedro dorme con Luca. Sembrano innamorati (ahhaha). Dorme dalla parte dell’armadio, perché si sente più sicuro, rispetto alla parte della porta.

Io, ora mi sto vedendo “Chi l’ha visto?”. Non è una cosa da poco. Perché è la mia trasmissione preferita da quando ero piccolo. Amo soprattutto la costruzione dei servizi. Uno degli inviati è di Chieti e ogni volta che lo incontro vorrei chiedergli informazioni sui casi. Ma, passerei per stalker e questo screditerebbe la mia fama di bravo ragazzo. Che, realmente e in verità, sono. 😇😇😇😇😇😇😇

Oggi ho riflettuto molto e ho visto documentari su youtube riguardo ai campi di concentramento, dopo aver finito di leggere “Conforme alla gloria” di Demetrio Paolin (la recensione la trovate sulla categoria Premio Strega, se non l’avete letta e la volete leggere).
Nelle immagini video, ho visto uomini che non riuscivano a camminare per la troppa magrezza, visi assenti. Assenza derivata da una condizione fisica e interiore. Assenza che nasce da un dolore estremo, che non riuscirei nemmeno ad immaginare. A percepire.

Ora vi lascio che ho male a un dito. Me lo sono quasi frantumato con il minipimer per fare una salsa tonnata.

Ricetta:
Scatoletta di tonno senza olio/ confezione di yogurt greco bianco/ due acciughe/ capperi quanto basta.
Amalgamare il tutto con il minipimer a immersione.

Ah dimenticavo la parola del giorno, che oggi è “ricordo“.

Il ricordo è quella parte di noi che, anche se la vogliamo rimuovere, resta. Restano le immagini, le emozioni, le paure, i dolori. Resta ciò che siamo e che, ora, fa parte di noi, nel bene e nel male.

Notte, 🎇🎇🎇🎇

Em@

72: Gassosa

cellulare
Sembra estate. Al cellulare, oggi,2016

Allungato su un sofà nuovo, spegne la tv. E’ ormai un uomo di una certa età e non ha voglia di sentire rumori assordanti che provengono da talent per nulla pacati. Non ha voglia di diventare come sua sorella, che programma le sue uscite in base ai programmi che danno in tv.

Si alza e va verso la cucina. Una cucina con mobili antichi, con sedie e tavoli senza graffi. Graffi che non avevano a che vedere con la condizione di vita di sua moglie. Una donna che era precisa, estremamente amante della vita casalinga. Che teneva tutto in ordine. E alle sei di pomeriggio, di ogni estate, usciva fuori casa per cucire coperte, lenzuola e tovaglie per la famiglia.

Mentre sorseggia una bibita gassata e fredda, ripensa a quelle estati. Erano estati in cui non si aveva la percezione del caldo. E la sera tutti i vicini di casa si riunivano in cerchio, come per gioco, e gustavano un gelato che lentamente si scioglieva. E facevano quattro chiacchiere. Chiacchiere che si trasformavano in risate, in curiosità, in giornali scandalistici, che avevano un fondo di verità. A differenza delle bufale che, oggi, si trovano su internet e che quasi sempre sono creazioni palesemente fasulle.

Si siede sulla sedia e continua a bere quella gassosa. Ha il bicchiere mezzo pieno. Perché Mario ha sempre visto il bello delle cose. Della vita. Non si è mai abbattuto di fronte a morti, malattie, dispiaceri. Ha sempre cercato e fortunatamente trovato, in ogni occasione, la forza di andare avanti.

Mentre scivola nella sua bocca la frescura di quella bevanda, Mario ripensa ancora all’estate. Ripensa all’estate in cui si è sposata la figlia e l’emozione di vederla sorridente, felice, di aver fatto un passo, di aver raggiunto un traguardo che non si sarebbe mai immaginato raggiungesse. La figlia: la sua felicità.

Ogni volta che ripensa a quel sorriso di giovane ragazza immatura, gli scende una lacrima. Una lacrima che rappresenta la sua emotività. Perché Mario è stato da sempre un tipo emotivo. Piagnone come diceva la moglie.

Mario ha appena finito la gassosa. Ripone il bicchiere nel lavandino, perfettamente pulito.

Suonano alla porta. E’ suo nipote, che lo fa tornare alla realtà. Devono uscire a prendersi un gelato.

Mario chiude la porta e guarda come un fantasma la sua casa. Una casa modesta, vissuta. E non solo abitata.

Una casa in ordine, al gusto di gassosa.

 

Buona serata, 

Em@

 

Per contatto epistolare:

Emanuele Potere

c/o Studio Di Iorio

Via Ravizza, 84

66100, Chieti (CH)