103: Uno

Da oggi, e per una volta a settimana, parlerò di Ester e Simone. E delle loro avventure, della loro vita, delle loro emozioni. Ogni fine settimana.

 

Ester non riesce ad alzarsi dal letto. Troppi pensieri, in questa notte senza sogni felici. Troppe preoccupazioni che la tengono ferma, immobile. Ad osservare, in alto, la parete della sua camera. Una parete quasi sporca che i suoi genitori non hanno mai pitturato, da quando sono andati ad abitare in Via Petrini 13, 15.

Sua madre è rimasta sola, dopo la morte del marito. Un uomo apparentemente forte e coraggioso. Un uomo bello, alto e biondo, che una mattina di febbraio, per via di debiti con il fratello maggiore, decise di togliersi la vita nella cantina di famiglia.

Da quel momento, Ester è cambiata. Rimasta sola nel suo dolore, dolore mai esternato. Un dolore che realmente la ostacolava mentre andava a scuola, mentre parlava con le amiche. Un dolore che si insediava nella sua anima fragile e la rendeva immobile. Non riusciva più a parlare, a essere sorridente. Improvvisamente, si estraniava e vedeva dal di fuori tutto quello che succedeva. Era un’altra. Un’altra lei.

Con il tempo, le cose sono cambiate. Ma, Ester conserva sempre quella macchia nera.

Questa mattina, il sole fa fatica a penetrare nella camera di Ester. Ma, Ester deve alzarsi. Ha gli esami di maturità. Ed è già in ritardo.

Le suona il telefono e non risponde. Pensa che sia Simone. Ieri si sono lasciati e oggi si devono rivedere tra i banchi di scuola. Lei vorrebbe per un attimo scomparire, ma non può.

Si alza, si guarda allo specchio. Vede una donna matura, cresciuta. Una donna che sta soffrendo per amore. E’ la prima volta che le succede. Fino all’anno scorso non aveva baciato mai nessuno. E, adesso, si ritrova piena di ferite.

Guarda i suoi occhi azzurri, come quelli di suo padre. Sorride, dopo giorni di pianto, perché sa che suo padre è vicino a lei. Suo padre era il suo esempio. Le manca tanto. Le mancano le carezze, le frasi di conforto, le parole dette piano. Quelle che hanno un senso, una carica affettiva.

Va in bagno, si lava, si prepara e si dà un in bocca al lupo.

Esce senza fare colazione, prende il motorino. E va a scuola.

La scuola è semivuota. Ci sono solo i maturandi visibilmente emozionati. Visibilmente ansiosi.

Il caldo inizia la sua salita, ma non arriva alla non sopportazione.

Ester lascia il motorino, senza catena.

Benedetta la stava attendendo da un po’.

Entrano.

I problemi personali vengono accantonati per qualche ora.

La scuola semivuota racchiude ragazzi visibilmente fragili, che affrontano per la prima volta un esame importante. Che lascerà una traccia. Una traccia indelebile.

67: Quel pezzo di Strada

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pezzodistrada, dicembre2015

 

Lettera d’amore

 

A Valeria

Quel pezzo di strada ci stava stretto un tempo. Tua madre che ci fissava ogni volta che ci baciavamo sul motorino. E io ti dicevo: “Ma, questa deve stare tutto il tempo dietro alle persiane?” E tu non rispondevi. Continuavi a baciarmi. E io come un ebete, impassibile, mi perdevo nella tua bocca. Lingua. Saliva.

Mi elettrizzavano i tuoi odori e quel profumo che mettevi dopo palestra. E che oggi ho ritrovato tra gli scaffali di Acqua e Sapone. Pensavo che non esistesse più quella confezione. Invece, esiste ancora. L’ho tolta da quel mobile sprovvisto. E l’ho accarezzata dolcemente, come un bambino che tranquillizza la sua bambola preferita.

Quel pezzo di strada, di fronte al nostro Istituto Commerciale, aveva un bar, un tabaccaio, e un vicoletto dove c’erano la pizzeria e la tua casa. Ti aspettavo tutte le mattine davanti alla porta d’ingresso del tuo palazzo, con in mano una lettera d’amore. Quel dolce che ti piaceva tanto, con marmellata e uvetta all’interno. Tutte le mattine, appena sceso dall’autobus, la mia tappa fissa era il bar D’Orazio. Ti compravo quella lettera e venivo da te. Ero contento, soprattutto di vedere il tuo viso appena sveglio. Senza trucco. Mi piacevi di più al naturale e questo te l’ho sempre detto.

Quel pezzo di strada, aveva anche una panchina, che si affacciava su un panorama fantastico. Stazionavamo lì soprattutto a maggio, quando l’aria era più calda. E i tramonti avevano colori senza definizione. I colori e le associazioni. Il nostro gioco preferito. Ti dicevo un colore e tu mi dovevi dire a cosa ti faceva pensare. Il rosso alla nostra prima notte di sesso. Il bianco alla tua prima comunione, dove ti sei dimenticata le parole, mentre recitavi ad alta voce una preghiera. Il blu al mare calmo d’estate, mentre tu in colonia eri l’unica che rimaneva fissa a guardarlo. Perché ti piaceva l’acqua di prima mattina e il sole che pian piano acquistava vigore.

Quel pezzo di strada, c’è ancora. E tu lo sai. Oggi, ci sono passato. Ero emozionato. Dopo la maturità avevamo litigato. Tu, ti sei messa subito con un altro e un anno dopo già eri madre. Io ci stavo troppo male e decisi di andare all’estero. Per qualche mese, che è diventato qualche anno. Dopo dieci anni, sono tornato per il funerale di mio zio.

Ora, sono qui, davanti a quel pezzo di strada. E penso ancora a te. So che sei madre di due bimbi e che stai bene. Non ho voluto sapere altro, perché mi fa ancora male.

Davanti al cancello di scuola, ho acceso la sigaretta. Fumo ancora. La scia della sigaretta ha percorso con me i nostri luoghi. Il bar ancora aperto, il tabaccaio rinnovato, la pizzeria nel vicoletto con una nuova gestione.

Mi sono seduto sulla nostra panchina, ho spento la sigaretta. Ho guardato il tuo balcone, nella speranza che tua madre o tu ti affacciassi. Ho aspettato per circa un’ora, mentre il tramonto si scontrava con nuvole piene di pioggia.

Non si è affacciato nessuno.

Mi sono alzato e ho detto addio a quel pezzo di strada. Il nostro pezzo di strada.

Per un attimo, ho creduto di vederti. Mi sono girato, ma non eri tu.

Eravamo io e te, ai tempi della scuola, mentre ti davo il bacio del buongiorno e la lettera d’amore.

Quella lettera che non ho mai avuto il coraggio di scriverti e ti scrivo ora.

Marco

La lettera d’amore è un dolce che, dalle mie parti, esiste realmente. A breve, metterò foto!

66: L’addio di Antonio Moresco

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Il secondo libro, candidato al Premio Strega 2016, di cui vi parlo oggi, è L’addio di Antonio Moresco. Edito da Giunti, 274 pagine, costo: 15 euro.

 E’ un libro ben scritto, non immediato, di difficile collocazione editoriale: a metà strada tra un giallo e un romanzo filosofico. Faticoso da leggere per chi, come il sottoscritto, è abituato a letture diverse. Letture meno impegnate, meno difficili da decifrare. Sicuramente, è un’opera ben strutturata; un’opera che ha molto da raccontare. Un racconto celato, che molte volte purtroppo rimane tale.

Le tre parole, o coppie di parole, utili per “analizzare” l’opera sono le seguenti:

Dualismo cosmico: il protagonista D’Arco, dopo essere stato ucciso, si ritrova nella città dei morti. Una città, simile a quella dei vivi, dove la vita scorre, dove le persone passeggiano tranquillamente per strada. D’Arco si pone interrogativi profondi riguardo alle due realtà. Interrogativi che non trovano una soluzione, poiché in entrambi i mondi ci sono i difetti e i pregi. Inoltre, il protagonista non riesce a capire quale delle due città venga prima: pensieri esistenziali che non trovano, però, una risposta.

Giallo: apparentemente il romanzo appartiene al genere narrativo del giallo, poiché D’Arco, poliziotto investigativo, dopo essere stato ucciso, viene mandato nella città dei morti. Lì sente dei canti di bambini che provengono dai grattacieli. E non riesce a capire dove queste povere creature si trovano. E perché piangono. Il suo capo, della città dei morti, lo spedisce nella città dei vivi perché è lì che potrebbe trovare la soluzione all’arcano.

Punto Interrogativo: è un libro che non so “valutarlo” appieno. Se da un lato, apprezzo la straordinaria complessità dell’opera, dall’altro non so che scrivere. Non riesco a capire se mi ha lasciato qualcosa o non mi ha lasciato nulla. La storia non mi ha fatto sognare, riflettere o pensare. Mi ha trasportato fino alla fine sì, ma con un punto interrogativo. Forse in quel punto interrogativo si trova il messaggio dell’autore?

Titolo: L’addio

Lo scrittore saluta i lettori con questo romanzo. Un romanzo d’addio. Dalla sua scelta, deriva il titolo.

Stile:

Romanzo ben scritto, frasi semplici, periodi brevi. Presenti parti descrittive e argomentative (domande esistenziali del protagonista) che molte volte rallentano la narrazione. Narrazione difficile, che non arriva a una conclusione vera e propria. O ci arriva e il sottoscritto non l’ha capita. Decifrata.

 Voto: 6 soggettivo / 8 oggettivo: 7

 

Buona giornata,

Em@

 

Questo post compare anche nel sito della Libreria di Chieti, con la quale sto collaborando.